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una veduta di bisaccia

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L’occasione mancata

1 Dicembre 2020
Se devo pensare ai momenti più significativi, in occasione dei quali ho avuto modo di vivere e di osservare esperienze di condivisione che avevano come caratteristica peculiare il soddisfacimento di bisogni sociali, non posso fare a meno di riandare a quelli legati al terremoto del 23 Novembre dell’80, che ho vissuto con grande passione e coinvolgimento emotivo.
una veduta di bisaccia

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L’occasione mancata

1 Dicembre 2020
Se devo pensare ai momenti più significativi, in occasione dei quali ho avuto modo di vivere e di osservare esperienze di condivisione che avevano come caratteristica peculiare il soddisfacimento di bisogni sociali, non posso fare a meno di riandare a quelli legati al terremoto del 23 Novembre dell’80, che ho vissuto con grande passione e coinvolgimento emotivo.

Quell’evento catastrofico fece 3000 morti, in 90 interminabili secondi, con una scossa del 9° grado della scala Mercalli (una potenza equivalente a quindici bombe di Hiroshima), su una superficie danneggiata grande quanto il Belgio. La catastrofe, pensammo, può aprire vie diverse: rafforzare i legami sociali, la solidarietà, un sentire comune, la speranza di un futuro di riscatto dalla miseria atavica; oppure, dare ancora più forza ai soggetti economici e politici che hanno a cuore solo il nudo interesse e/o il consolidamento del consenso. Cos’erano l’Italia e le aree terremotate alla fine degli anni ’70? In Italia un ciclo si chiudeva: nell’ottobre dell’80 il movimento operaio subiva una sonora sconfitta alla FIAT, col licenziamento di decine di migliaia di operai e con la marcia dei 40.000 colletti bianchi che sancivano la perdita di peso delle classi subalterne e dei loro rappresentanti politici e sindacali, complice il salto di paradigma del sistema capitalistico post-fordista. Le aree terremotate erano il Mezzogiorno interno, «…la parte più bella dell’Appennino Meridionale… di antica e solida civiltà…», la cui gente «…ha qui vissuto per secoli, con la durezza e la modestia delle migliori società contadine d’Europa, accompagnata da un tenore di vita e da una dignità superiori a quelle allora esistenti altrove». Così, un mese dopo il terremoto, l’Università degli Studi di Napoli (Centro di specializzazione e ricerche economico-agrarie di Portici) fotografava, nell’instant book Situazione, problemi e prospettive dell’area più colpita dal terremoto del 23 Novembre 1980 (Einaudi, Torino, 1981) le zone devastate dalla catastrofe, individuando i loro nuclei strutturali condivisi:

  • un’economia agricola integrata dalle rimesse degli emigrati
  • potenzialità produttive suscettibili di valorizzazione, di potenziamento e di integrazione con insediamenti industriali innervati in quel tessuto economico
  • una manodopera emigrata che, tornando, avrebbe potuto mettere in campo energie giovani e qualificate.

Comunità, insomma, che potevano avviare un percorso verso un futuro più roseo. Tanto più se avessero saldato le proprie forze con quelle del generoso movimento di solidarietà, non solo nazionale, che si mise in moto e se la spontanea nascita dei Comitati Popolari, sorti nei comuni più danneggiati, non fosse andata dispersa all’indomani dell’emergenza.

Democrazia, partecipazione, trasparenza, forza progettuale e competenze dei soggetti in campo (volontariato, comitati, partiti, sindacati, istituzioni) avrebbero dovuto essere le parole-chiave capaci di dare un senso al binomio Ricostruzione-Sviluppo, nell’occasione che la tragedia offriva. La parte più nobile della Comunità Nazionale ed Internazionale incontrava Comunità Locali fino ad allora sconosciute ma ancora brulicanti di bambini e di odori di vita, nei vicoli dei centri storici; provate dall’emigrazione, ma ancora fondate su rapporti di vicinato sconosciuti alle realtà urbane, sebbene sempre ambivalenti nella condivisione; con le piazze-agorà dove la politica e la socialità potevano esprimersi, quasi sempre in quei partiti che avevano difeso i braccianti con Di Vittorio e che ancora erano soggetti vivi, agenzie formative, talvolta.

L’occasione fu mancata. La storia della ricostruzione in quei seicento paesi colpiti è il racconto di ciò che bisognerebbe scongiurare in situazioni simili, quando le catastrofi, purtroppo, si ripetono:

  • un mare di soldi per distruggere, salvo rare eccezioni, i centri storici;
  • accordi tra partiti per spartirsi, per sfere di influenza, il generoso sforzo finanziario (alla Democrazia Cristiana la gestione della ricostruzione edilizia, ai Socialisti quella delle Aree Industriali, ai Comunisti quella di Napoli, con il sindaco Valenzi Commissario straordinario);
  • la trasformazione di quelli della sinistra tradizionale, col tempo, in comitati elettorali;
  • l’incapacità, da parte dei cittadini, di prendere in mano il proprio destino, di partecipare, di non farsi disorientare;
  • l’enorme potere affidato ai sindaci, non sempre competenti, quando non collusi con i beneficiari della cosiddetta ‘economia della catastrofe’ e della spesa pubblica come bene in sé;
  • un sistema dell’informazione sempre alla ricerca di scoop e che, nel migliore dei casi, raccoglie qualche considerazione sui fatti ma non scava nella realtà e non dà visibilità ai nodi cruciali.

Ai giornalisti di Samarcanda o di Report, di Repubblica o dei fogli provinciali, spiegavo spesso — senza essere ascoltato — che bisognava parlare con Mario per sapere con precisione cosa bisogna fare nell’emergenza (quando devi attrezzare le tende, le mense, i prefabbricati leggeri); che una chiacchierata con il professore Farese di Conza (infaticabile, collazionatore di informazioni per far nascere, dalle rovine del paese dove aveva perso un figlio, il Parco Archeologico) valeva la pena per capire cos’è una Comunità; che bisognava chiedere a Michele come si possono fare disastri ambientali nell’opera di ricostruzione-senza-sviluppo; che una visita a Bisaccia poteva far comprendere l’intreccio fra un certo ceto politico (che all’epoca dettava legge in Italia) e gli interessi di imprenditori del Nord, da cui la Lega avrebbe tratto linfa.

Andò come abbiamo detto. Poteva andare diversamente? Sì! Ci provammo, in pochi, ad arginare lo strapotere della rodata e consolidata macchina clientelare, a spiegare che le istituzioni devono avere un ruolo educativo, certe volte, verso i cittadini. Provammo, anche molti anni dopo il disastro, ad avviare iniziative concrete di sviluppo locale, quando questa espressione non era nel vocabolario dei più. Non è servito a molto. E forse ognuno di noi ha qualcosa da rimproverarsi per non aver fatto abbastanza. Ma portano la responsabilità maggiore di questo esito quelli che da 70 anni mantengono in piedi un sistema feudale di vassallaggio e quelli che hanno subìto il dominio senza opporre resistenza, talvolta adeguandosi e rinunciando ad essere fattore di egemonia (nel senso che Gramsci e, nell’ambito degli Studi Culturali, Raymond Williams hanno dato alla parola) e di una visione altra del mondo. È cosi che questi luoghi sono sempre più «una terra colta e tesa come una corda di violino, insopportabilmente umiliata da una classe dirigente padrona e da una sinistra senza coraggio» (Rossana Rossanda: il Manifesto — novembre 1981).

E invece questa terra e il resto del Mezzogiorno, strategici nel Mediterraneo per un nuovo  rapporto con l’Oriente e il Sud del mondo, potrebbero ancora essere la leva su cui far forza per dare un’altra possibilità all’Italia tutta.

per citare questo articolo

Agostino Pelullo:

L’occasione mancata,

n. 21 - Condivisione,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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Paul Watzlawick nel suo prezioso Pragmatica della comunicazione umana teorizza, forse per la prima volta con una metodologia scientifica, una serie di assiomi che descrivono proprietà tipiche della comunicazione aventi importanti implicazioni relazionali. L’assunto iniziale è che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare, implicando livelli comunicativi non solo di contenuto ma anche di relazione.