Ecco perché spesso, quando finisce un amore, ci si scaglia sulle cose come fossero bambole voodoo. Sempre più piegati su oggetti che costruiscono ponti virtuali con il resto dell’umanità, si è un po’ perso il pre-testo che l’oggetto può costituire nell’avvio di un contatto, nella nascita non di un verso come scrive Rilke, o forse anche, ma nel germogliare di una relazione. Quando si poteva ancora fumare in treno — parlo da fumatore — la richiesta “della bionda” poteva essere l’ouverture di un viaggio di chiacchiere. Altra cosa dal quotidiano di chi, alle spalle del tuo caffè doppio mattutino, occhieggia il quotidiano appena aperto e commenta la cronaca ad alta voce proprio dentro il tuo padiglione auricolare. Trattasi di un cercatore. Cercatore di ascolto, risposta, attestazione in vita, compagnia, guai? Questo fare/essere tramite varie umanità, i burattinai è un mestiere che fanno da sempre. Anche fra umanità partite a miglior vita e quanti ancora presenti affidano a quell’immagine che sfida il tempo più di noi umani, l’onore e onere di accompagnarci sulla soglia della morte. O, ancora, forse più della maschera che ha la forza di renderci quello spirito rappresentato, il burattino, insieme a tutto il mondo di marionette e pupazzi, ci chiama a un atto divino: dar vita a ciò che vita non ha. Si chiama animazione: atto che mediante il burattino animato anima, dà nuova vita a chi fa — a partire dalla creazione fino all’animazione — e a chi alla sua vita assiste. Il burattino ci porta ad abbassare giudizi, a non incatenarci alla logica del “è finto”, ma a viaggiare come su un filo e attraversare i territori del vero e del falso lasciando che siano le emozioni dentro ad affiorare. E ciò non capita solo ai bambini, abitati da un animismo che, se coltivato, forse ci porterebbe tutti alla perfezione della società descritta nel film Avatar, ma anche noi adulti cediamo alla seduzione di questo personaggio così “improbabile” nel suo essere di legno e di stoffa, così incredibile nei suoi ritmi e nei suoi gesti, da farci anche un po’ invidia, anche per la sua libertà. Ci sono cascato anch’io che sono burattinaio! Mi sono fatto prendere la mano! Ma quale libertà, se questo oggetto è vincolato alla mano dell’animatore, al testo che egli ha scritto, alla sua voce e alle sue parole? Burattino: maschera fissa nel ruolo intagliato nel legno. «Viva il teatro, dove tutto è finto e niente c’è di falso», dice Gigi Proietti. E nel teatro dei burattini, così sfacciatamente finto, la verità corre fra le umanità in azione, che animano questa vita nei ruoli di manipolatore e di spettatore e il burattino lì, in alto nel boccascena, a fare da vertice a questa triangolazione, quale sorta di antenna emittente e ricevente segnali di vita. Forse un paio di episodi, fra i tanti che mi sono capitati in quasi trenta anni di attività rendono meglio l’idea. Fu una sera, a Intra, sul lago vicino a dove abito, con un pubblico raccolto, serio nel suo divertirsi, che a uno stop, direi un fermo immagine in scena di Fanfurla, personaggio delle mie storie, una sorta di Mister Magoo in legno, che si paralizza per almeno una ventina di secondi al passaggio della strega che poi sparisce. Dal pubblico si leva una voce adulta: «Guarda che faccia che fa!». Fanfurla ha solo quella faccia lì, da trenta anni, ma io e lo spettatore quella sera gliene abbiamo data un’altra. La smorfia tragica e buffa per un pericolo finto incombente. Ma fu a Grado che incontrai ciò che è il senso profondo che illumina: Storia di un sogno a Bizan, del maestro Shiro Saigo e su cui tornerò in chiusura. Finito lo spettacolo fui raggiunto da una coppia. Il figlio accompagnava la madre non vedente. La signora volle toccare ogni burattino e cogliere nella forma la corrispondenza con le voci, le parole, la storia sentite. E la colse completamente. Non si vede ma c’è. È con questa strada percorsa che dura da 30 anni, anzi 45 contando gli anni dell’infanzia con mio padre Rimes che mi consegnava i primi rudimenti della vita in baracca, e animato da questa passione e attenzione che, come tanti colleghi, diverse volte ho spostato i burattini fuori dal mondo dello spettacolo per portarli in altri mondi, in particolare incontrare con questi miei “strumenti” persone ora grandi ora piccole, che stavano, o stanno, in condizione di disagio. Da molti anni ormai — si pensi a Scabia e a Basaglia e alle esperienze fatte all’O.P. di Trieste — a oggi ormai sono molte le esperienze, procedono le teorizzazioni su marionette e terapia, sull’attivare pratiche di cura, riabilitazione, attivazione attraverso la vasta gamma di possibilità offerte da ciò che si chiama “teatro d’animazione e figura”. Invito i lettori, con la facilità che oggi la rete ci consente, di avvicinare realtà importanti presenti oggi anche in Italia che offrono importanti occasioni e percorsi formativi. Anche oggi resiste sulle scene lo spettacolo di burattini e si attivano progetti marionette e burattini ora in corsia, ora in reparto. Sempre più riconosciuto e sostenuto da figure professionali in ambito medico in collaborazione con figure professionalizzate su questi linguaggi… Perchè? In questa epoca digitale poi? Azzardo pensieri, che traducono la mia esperienza. Burattini, marionette e compagnia bella innanzitutto richiamano l’Homo faber che si cimenta a costruire strumenti articolati in varie tecniche, materiali, arti come pittura, scultura, scrittura, in questo caso anche complessi — si pensi alla varietà di materiali, tecniche e alle arti coinvolte dalla scultura alla scrittura — che rappresentano e che rappresenteranno anche il proprio modo di vedersi e vedere il mondo.
LA MAGIA NELLE MANI
Se il segno della pace è rito che si consuma spesso fugace all’interno di una liturgia, forse si tratta di riprendere il tempo e le occasioni per far pace con le proprie mani. Ma anche l’Homo ludens. Il gioco come ambito di prova, sospensione del giudizio e potersi dire: «È per finta» e intanto però far emergere e veicolare su quel fantoccio quanto sta lì dentro da tempo, forse dall’infanzia o forse più antico, e non parla. Ed è per questo che l’attività proposta in alcuni ambiti delicati necessita di presenza e supervisione qualificata, perchè il burattino può veramente prendere la mano e sono viaggi da fare standosi a fianco, con ascolto competente. E compagno di questo viaggio è, per fortuna spesso, l’Homo ridens. Lo incontri in quei momenti di risata collettiva, contagiosa, anche sciocca. Sperimenti che si può ridere delle cose, financo di sè, e sviluppare quella giusta distanza che mi porta a dire, con Eros Drusiani: «Nella vita chi non sa ridere spesso fa piangere». Così, lontano dalla scena, forse più vicina alla vita che il bambino consegna alle cose, questa forma in movimento è, negli ambiti di aiuto e cura, scoperta continua, possibilità di osservazione ed elaborazione. Proprio per il potere che ha e consegna a noi uomini è una scelta che si rinnova e che necessita di attenzione e approfondimento. Chiede uno sguardo nuovo sulle cose, un atteggiamento diverso, meno fagocitante di materia e di tempo. Chiede il tempo, citando Stefania Guerra Lisi, della Mater-ia e dell’incontro con ciò che è U-mano. Se è vero che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, allora sono necessari tempi e spazi e la giusta compagnia perchè si intraprenda questa sorta di veglia onirica. E forse, come scrive Rilke, tutto ciò non basta perchè nasca un verso, forse bisogna andare ancora oltre. Bisogna arrivare a quel qualcosa che Furuneko, il vecchio gatto descritto dal maestro Saigo Shiro che sbaraglia il feroce topone, descrive come oltre la tecnica, l’abilità e la velocità dei giovani gatti sconfitti dal roditore.
LA LUCE
C’è un segreto e una storia che fanno sì che ogni cosa sia illuminata — e di nuovo sono cose, cose antiche, a spezzare il buio, personale? Collettivo? Fra me e te? Bastano un fiammifero o una candela. È di nuovo quel dialogo vero e invisibile che correva dentro gli spettacoli di Intra e Grado. Che questa umanità, rappresentata piccola, dentro un mondo in miniatura, possa iniziare ad affrontare difficoltà e dolore anche immaginando che lo scimmione di 2001 Odissea nello spazio non brandisca l’osso come clava, ma levi in alto un burattino.
Elis Ferracini
Classe ’66, bustese di nascita da radici polesane. Con mio padre Rimes comincio la vita da burattinaio a sei anni. Teatranti per passione, ritorno in ’baracca’ in maniera professionale dai 22 anni in poi, connettendo teatro d’animazione e animazione teatrale coll’impegno sociale in aree di disagio. Diplomatomi in Drammaterapia mantengo un conto costantemente aperto con la formazione universitaria. Tanti gli incontri umani e artistici che hanno contribuito alla mia crescita artistica e non solo. Fra i tanti: grazie a Tinin e a Gigi. Nell’arco di quasi trenta anni di attività professionale molti e diversi sono stati i riconoscimenti nazionali per il teatro dei burattini da me proposto. Conduco laboratori di animazione teatrale rivolti alle diverse età della vita. Da una dozzina d’anni seguo in maniera appassionata alcune discipline di combattimento orientali e faccio incontrare i mondi della scena e del tatami.