La mia casa sporgeva su una piccola strada, un vicolo abitato dal vento che, affettivamente, con la fierezza che appartiene ai napoletani, chiamavo Spaccasalerno. In verità, nel suo ritmo quotidiano, quel vicolo non ha mai separato nulla, ha armonizzato le personalità che caratterizzano il quartiere storico e lo rendono ricco, curioso, pittoresco. Dal mio osservatorio privilegiato, guardavo quello spazio di confine, diventare “luogo” dotato di proprietà del tutto speciali, nel quale si intrecciavano diverse dimensioni fisiche, mentali e immaginarie. Come accade nell’esperienza proiettiva, in quello spazio di mezzo il confine riguardava ora il corpo, ora l’Io, ora il Sé. Mi capita di ascoltare spesso, in questo tempo della nostra storia, della necessità di costruire ponti per superare i confini, quasi a ridurne il significato a quello di separazione. Recuperare la dimensione dinamica del confine ci permette di rileggerlo nella sua valenza di funzione e di processo, così lo spazio si riempie di vissuti e diventa territorio. Un territorio dove si costruisce l’appartenenza, non la proprietà; dove si stringono sane alleanze, dove si innesta la cooperazione come prodotto di conflitti evolutivi e non di guerre. La linea di confine unisce, non separa. Crea legami, permette la contaminazione delle abitudini, dei pensieri, delle anime. Il confine si gioca come spazio di riflessione dell’uomo che rappresenta continuamente se stesso e il mondo che lo circonda, e ci colloca nell’opportunità di comprendere le persone e i contesti che sono in continua trasformazione.
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Giornalista, scrittrice e politica italiana, Giuliana Sgrena, classe 1948, è la testimone perfetta per raccontare il confine.