Per gli antichi Greci, idèin (vedere) e eidènai (sapere) erano due rami dello stesso tronco: non esisteva conoscenza che non passasse per lo sguardo. Al Museo Eidos, la relazione tra vedere e sapere non è un concetto teorico, ma una pratica quotidiana. Entrare in questo spazio, accolti dal silenzio di un chiostro cinquecentesco e dal profumo di un giardino botanico pensile, significa immergersi in un ecosistema della percezione dove l’opera d’arte — pittorica e scultorea — viene spogliata della sua distanza visiva per farsi corpo attraverso il rilievo e le parole. In questo contesto le parole non sono un accessorio, creano sinapsi, connessioni, situate e distribuite, che tendono dal fruitore all’oggetto per annullare la distanza tra fisico e psichico, tra chi osserva e ciò che è osservato. La parola evocativa conduce il visitatore alla ricerca di nuovi significati immaginifici per la costruzione di nuovo senso. Una parola può descrivere un elemento partendo dalla sensazione che evoca al tatto, all’olfatto, da un punto di vista barico o per le sue peculiarità fisiche. Il Museo Eidos è nato per offrire un repertorio artistico accessibile alle persone con disabilità visiva. Esso tuttavia, si caratterizza come luogo di incontri, di creazione di sinergie territoriali e come contenitore educativo per le nuove generazioni in cui si creano occasioni di riflessione fondamentali. È un’opportunità per sperimentare nuove modalità di veicolare gli apprendimenti nel lavoro con le classi, ma anche un’occasione importante di condivisione del metodo con le insegnanti. A volte, la forma verbale e cognitiva può assumere un aspetto dominante nell’organizzazione del processo di insegnamento e apprendimento. Lasciare il posto a esperienze di tipo non verbale che lasciano il segno nel vissuto sensoriale può rappresentare un arricchimento da un punto di vista psico-corporeo. È necessario orientare bambine/i e ragazze/i a esperienze che, nella sospensione della parola, li conduca all’ascolto di corpi sempre più anestetizzati dal poco movimento, dalla riduzione allarmante del gioco fisico, ampiamente sostituito dal gioco virtuale. Per questo al Museo Eidos offriamo possibilità di esperire percorsi tematici che accolgono diverse esigenze, espresse o potenziali, di conoscere il mondo e se stessi in maniera globale e attraverso il coinvolgimento non solo cognitivo ma anche e soprattutto corporeo ed emotivo della persona tutta intera. È possibile, dunque, che la conoscenza dell’opera Nascita di Venere di Sandro Botticelli possa trasformarsi in un momento di esplorazione di alcuni degli elementi rappresentati nel dipinto. È dato che in un contesto di esplorazione tattile si possa focalizzare l’attenzione, ad esempio, sul fatto che la foglia non presenta una superficie liscia e uniforme ma che è caratterizzata da un contorno delineato con bordi dentati, lobati o seghettati che creano texture percepibili al tatto. È possibile che un gruppo di ragazzi possa scoprire che la conchiglia, nello specifico il guscio di una capasanta, sia ruvido all’esterno e liscio all’interno, che possa presentare striature in rilievo, che sia percepita come resistente da alcuni e fragile da altri, o ancora dura, tagliente, ondulata. In questo processo, le parole smettono di essere un suono astratto e si trasformano in ritmo epidermico; è un rigore metodologico che parla alla propriocezione: se descrivo la leggerezza di una veste o la tensione di un muscolo, scelgo termini che risvegliano la memoria del corpo. Cerchiamo le parole-seme, quei termini capaci di germogliare nella mente del visitatore fornendo le coordinate per costruire un’immagine mentale coerente. È quella che Aby Warburg chiamava Pathosformel: una formula d’emozione che sopravvive al tempo.

Nell’esperienza di esplorazione tattile, la parola evocativa che utilizziamo per guidare la mano non è mai separata dal valore simbolico dell’opera. La forma diventa concetto; il tatto diventa conoscenza incorporata. Il punto di partenza è il contrasto nietzschiano tra apollineo e dionisiaco. Apollo e Dioniso rappresentano il principio dell’ordine e quello dell’alterità, intesa come qualcosa che ci estranea, ma anche come una potenza che ci domina e che non siamo in grado di governare. Qui, le parole guidano le mani del fruitore lungo la regolarità del canone (ordine) e delle proporzioni incarnate nella testa di Apollo e testa di Dioniso. Tuttavia, il lessico cambia: le parole si frammentano per descrivere superfici meno prevedibili (alterità), che invitano a un’esplorazione più libera e istintiva, capace di scuotere la forma. Forse la sfida più affascinante risiede nel confine tra ciò che resta e ciò che fugge, nell’esplorazione della Venere, la permanenza viene evocata attraverso la linea serpentina, una curva sinuosa e continua che sconfigge il tempo, ma la stessa mano deve percepire l’impermanenza nel soffio dei venti o nel moto dell’acqua. Nell’opera di Hokusai, il visitatore tocca il dramma di un istante, l’onda che si erge in uno tsunami, pronta a infrangersi: qui la parola si fa ruvida. La forma “artigliosa” lascia percepire un tracciato frastagliato, quasi tagliente sotto i polpastrelli, che comunica la precarietà dell’esistenza. Eppure, proprio nel cuore di questo dinamismo distruttivo, la mano viene guidata a rintracciare un elemento di assoluta stabilità: il Monte Fuji. Nel San Giorgio e il drago di Vitale da Bologna e Cavallo Morel Favorito di Giulio Romano; il corpo si confronta con il movimento; qui, il nostro lavoro di guida si concentra proprio sulla coesistenza di due forze apparentemente inconciliabili, il dinamismo e la stasi, dove il movimento più sfrenato convive con la fissità della materia. Nel San Giorgio, le parole guidano la mano a percepire un’immagine di forze bloccate in un equilibrio precario, pur rivelando la carica esplosiva dell’azione imminente. Nel Cavallo, il lessico si ribalta. Le parole fanno sentire il vigore dei muscoli e la possanza tonica, monumentale dell’animale. Il Museo Eidos è quel luogo di incontro con l’altro dove l’identità si rivela attraverso lo scambio. Insegnare a toccare la profondità del pensiero visivo significa restituire all’uomo la sua capacità di sentire. È in questo preciso istante che l’icona — per dirla con Warburg, una formula di emozione che attraversa i secoli — si spoglia della sua veste visiva per diventare eidos: una forma pura che abita la mente del fruitore, indipendentemente dalla sua capacità di vedere. Perché, se guidata con rigore e poesia, la mano non tocca solo un oggetto, ma incontra l’essenza stessa dell’umano. Ma il nostro non è un viaggio solipsistico. Come ricordava Socrate nell’Alcibiade Primo, l’anima non può conoscere sé stessa se non specchiandosi in un’altra anima. Qui le parole non spiegano l’opera: la generano, la rendono abitabile, la trasformano in vita. Perché vedere, in fondo, non è un semplice processo fisiologico, ma un atto dell’Essere.