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Orpello grafico (dettaglio di copertina)

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La bellezza è misteriosa

8 Settembre 2025
Non so se si possa parlare di livelli di intensità riguardo al concetto di metamorfosi, ma l’esperienza avuta con Alicia durante il percorso di arteterapia è equivalsa all’aver ottenuto molto più che una trasformazione o un cambiamento: penso sia stata una vera metamorfosi.
Orpello grafico (dettaglio di copertina)

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La bellezza è misteriosa

8 Settembre 2025
Non so se si possa parlare di livelli di intensità riguardo al concetto di metamorfosi, ma l’esperienza avuta con Alicia durante il percorso di arteterapia è equivalsa all’aver ottenuto molto più che una trasformazione o un cambiamento: penso sia stata una vera metamorfosi.

Uno degli obiettivi più importanti dell’arteterapia è il cambiamento, la trasformazione. Non avevo mai pensato alla metamorfosi, ma il caso che sto per esporre mi ci riporta. In un laboratorio di arteterapia i materiali hanno un ruolo fondamentale. Il loro utilizzo è pensato e adattato alla singola persona, sia per le abilità della stessa, sia per l’obiettivo che ci si è posti. In ogni caso, il materiale scelto deve favorire l’espressione artistica libera e sincera. L’attenzione è sempre riportata al processo  e non all’elaborato stesso. Questo significa che non esistono giusto e sbagliato, non esistono il bello e il brutto: la persona è completamente libera di utilizzare, provare e studiare i materiali, talvolta senza neppure arrivare a un prodotto finale. Ogni segno lasciato è unico e può essere lasciato solo da quella persona in quel momento. Riconoscere e apprezzare quell’ impronta creativa, proprio perché unica, alimenta la fiducia in sé stessi e nelle proprie risorse. Alicia, persona con sindrome di Down ha vent’anni e frequenta un centro diurno per persone con disabilità. È di indole molto pigra, indolente e oppositiva, tanto da diventare aggressiva se l’attività proposta non è da lei gradita. Non parla e il suo unico interesse e motivo per cui decide di alzarsi dalla poltrona preferita è il cibo. Non partecipa alle attività del centro, se non per qualche momento di rilassamento con o senza musica. Il resto del tempo lo trascorre seduta sulla sua poltrona a dondolo. Probabilmente, anche a causa del peso, fa molta fatica a camminare e spesso nei cambiamenti di posizione viene aiutata da due educatori. Durante una riunione d’equipe, insieme al coordinatore e agli educatori, si decide di provare la strada dell’arteterapia: una seduta di circa un’ora alla settimana. Non prometto risultati a nessuno, ma l’idea di tentare la trovo appropriata e accetto con gioia. Inizio così una serie di avvicinamenti che non prevedono uno spostamento di Alicia da una stanza all’altra per cui rimaniamo nello stesso luogo in cui è seduta. Sono io ad avvicinarmi a lei con fogli e colori senza chiederle niente,  solo di poter rimanere insieme mentre provo colori e altri materiali, sporcandomi le mani o soltanto mettendomi del colore sul naso per farla ridere. Insomma, cominciamo a fare amicizia e quando sono certa che la mia vicinanza non la disturba, anzi comincia a smuoverle curiosità, decido di provare a spostare le attività nella stanza predisposta ai laboratori creativi. Per qualche seduta quegli spostamenti non sono molto facili. Lei si oppone buttandosi per terra, mordendo e strappando i suoi vestiti e quelli di un educatore. Nonostante la difficoltà, Alicia finalmente si siede  e io prendo posto di fronte a lei. Per le prime volte sono io a lavorare, mentre lei continua a guardarmi. A un certo punto, durante un incontro, mi allunga una mano perché io le possa dipingere le dita. Il contatto col pennello, con la morbidezza delle setole e del colore a tempera sulla pelle, ha su di lei un effetto che non mi sarei aspettata. Dalla volta successiva è Alicia a decidere cosa fare. Mi chiede un pennello e mi indica un colore che io metto sul piattino che ha di fronte. Alicia impugna il pennello come se fosse un’ arma, sbattendolo sul foglio bianco che le ho posizionato davanti. Continua così, indicandomi colori diversi. Sono quasi scioccata dalla forza che usa, ma lascio fare e lei continua, finché, stanca, si alza e, anche se con fatica, viene ad abbracciarmi e comincia a piangere. Le sedute successive si ripetono più o meno allo stesso modo. In ogni seduta realizza un’infinità di elaborati tanto che non basta una cartelletta a contenerli, per lei occorre un intero ripiano dell’armadietto. Oltre ai pennelli, le propongo di provare alcuni tamponcini in gommapiuma, che servono ad attutire l’impatto del deposito di colore sul foglio. Li userà poi molto volentieri alternandoli ai pennelli. I suoi lavori sono  stupendi, macchie di colore che sembrano storie, abbinamenti di colori fatti d’istinto e che incantano (lo so, non dovrei dirlo, ma emanano una bellezza che lascia di stucco anche me). È ovvio che per me, come terapista, è significativo il modo in cui  arriva a realizzarle, ma ogni volta che rimango da sola ammiro quelle opere in silenzio. Alicia inizia a partecipare ai nostri incontri con una serenità che nessuno le ha mai visto sul volto e, considerato il risultato raggiunto, decido di dar vita a un esperimento: realizzo all’interno del centro una mostra dei suoi lavori, con tanto di inaugurazione, invitando i suoi genitori e amici. Vi ricordate che lei si alzava solo per il cibo? Ecco, la felicità nel mostrare ai genitori le sue opere, ha fatto sì che, nonostante passassero davanti a lei carrelli con pasticcini e altre leccornie, non se ne curasse affatto. Per il desiderio di mostrare i suoi disegni, nonostante non potesse esprimersi a parole, ha iniziato a emettere suoni di gioia davvero commoventi. Soprattutto la madre, sempre molto critica nei confronti delle possibilità della figlia, ha affermato  che non se lo sarebbe mai aspettato e che non l’ha mai vista così. Dopo la mostra, Alicia comincia a cambiare modalità pittorica. Non più pennelli sbattuti sul foglio con energia, ma segni che esprimono leggerezza. Pennelli tenuti con due dita che lasciano piccole onde. Sembra essere diventata una pittrice di sumi-e dai gesti delicati e minimalisti. Il sumi-e è un’antica tecnica giapponese di pittura che richiede notevole concentrazione e uno stato di meditazione. Anche il volto di Alicia è diverso, disteso, sorridente e talvolta si lascia andare a grandi risate di gioia. Ho letto da qualche parte che “la bellezza è un mistero” e mai come in questo caso posso confermarlo. Anzi, completerei il concetto affermando: “la bellezza è un mistero e l’arte lo sa”. Se penso alla Alicia dei primi incontri e li confronto con la Alicia di quasi un anno dopo, non posso ancora crederci… Io la considero una vera trasformazione, perché quei segni una volta violenti, poi divenuti così leggeri, aerei, cos’altro sono se non il simbolo di un forte cambiamento interiore, di una metamorfosi?

per citare questo articolo

Paola Venezia:

La bellezza è misteriosa,

n. 35 - Metamorfosi,

settembre-dicembre 2025

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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La moglie di Lot si volta a guardare Sodoma bruciare e si trasforma in una statua di sale, Gregor Samsa, nel racconto di Kafka, risvegliandosi, si trova mutato in uno scarafaggio, Yeong-Hye, nel romanzo La Vegetariana di Han Kang, di fronte alla insopportabile violenza del genere umano, decide di rinunciare a tale condizione e vuole trasformarsi in pianta, nutrendosi solo di liquidi.