Correva l’anno 1986 ed ero un giovane allievo attore in un’aula della Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano. Condividevo questa esperienza didattica con altri aspiranti attori, provenienti da ogni parte d’Italia e d’Europa. Dopo quel periodo formativo, ho indossato poche altre volte maschere teatrali, ma la vita mi ha dato spesso occasione di incontrare persone che più o meno consapevolmente le indossavano. Talvolta le riconoscevo al primo impatto, altre volte erano così ben calzate che correvo il rischio di confonderle col volto stesso. Quando indossi una maschera, e qui mi riferisco a quelle di Arlecchino, Brighella, Balanzone o il Capitano, magistralmente create da raffinati e capaci artigiani, non ti limiti a coprirti il volto ma inizi un viaggio fantastico. Appena la indossi e inizi a “sentirla”, a farla tua, il tuo corpo lentamente si rende conforme alle sue fattezze, i tuoi occhi dietro quelle rotonde feritoie scoprono che possono osservare la realtà da una prospettiva diversa, e la tua voce — sì, anche la tua voce — comincerà ad accordarsi con quel nuovo volto di cuoio ricoperto di rughe, con quel naso adunco o con quelle guance paffute, per dare alla luce un essere armonioso e credibile. Ed è lì che la maschera scompare, si scioglie nella fisicità dell’attore, e trasfonde la sua energia, la sua storia e il suo pensiero nell’anima e nella mente dell’interprete, che mette tutto se stesso a disposizione del personaggio. Anche quando l’attore non indossa una maschera vera e propria, saranno allora il trucco, il peso del costume e l’altezza delle calzature, magari scomode, a farlo sentire un altro, ad abbandonare il suo sé quotidiano per dar vita al personaggio di turno. Che lo si ami o lo si odi, poco importa, purché viva: questo è il lavoro dell’artista. Ricordo ancora le babbucce del Malato immaginario di Molière, su cui mi trascinavo, attraversando la scena con la schiena ricurva e un pesante trucco sul volto; o l’attillato costume di Benedetto, giovane militare innamorato e zompettante in Molto rumore per nulla di William Shakespeare; o ancora, il tutore di metallo che mi serrava la gamba sinistra dell’Innominato, compromettendomi una più agile andatura, in una versione post-moderna de I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Il teatro è fatto di maschere, perchè è il gioco stesso della recitazione che chiede di diventare qualcos’altro da sé. Ed è il teatro stesso che apre la riflessione verso la dialettica apparenza-realtà, finzione-vita. A questo punto non posso non citare Pirandello, che ha voluto intitolare tutto il suo teatro Maschere nude, che comprende, tra gli altri, I sei personaggi in cerca d’autore, Enrico IV e il suo primo capolavoro Così è se vi pare. I sei personaggi irrompono in teatro dove una compagnia è riunita in palcoscenico per le prove, chiedendo a gran voce di sostituirsi agli attori, rivendicando il fatto che la loro vita di personaggi è più “vera” della finzione. Quando Enrico IV tenta di togliersi la maschera, stanco della finzione nella quale si era imprigionato da solo, per ritornare il se stesso di cui ha nostalgia, ecco che tutto si confonde, va in frantumi. Non è così facile togliersi una maschera, quell’immagine di noi che gli altri riconoscono e alla quale non vogliono rinunciare; li rassicura, e li solleva dalla fatica di scoprire di quante parti siamo fatti. L’identità della signora Frola di Così è se vi pare non si svelerà nemmeno alla chiusura della commedia: «Io sono colei che mi si crede», affermerà decisa tra lo sconcerto generale degli astanti, sottolineato dalla risata sonora e liberatoria di Laudisi-Pirandello, che puntualmente conclude la fine di ogni atto. Questo è il teatro. E nella vita? Quante maschere indossiamo? Ci aiutano o ci ingabbiano in un cliché? Un mio grande amico, che si chiama William Shakespeare e che consulto con cadenza quotidiana, in Amleto, al suo Polonio, che sta salutando il figlio Laerte in partenza per la Francia, fa dire:
Questo su tutto, fedeltà a te stesso, ne seguirà, come la notte al giorno, che non sarai mai falso con nessuno.
Arduo compito, certo, ma sempre più facile e meno scomodo che portare una maschera, anche se di innocente cartapesta. E se proprio decidessimo di indossarla, perché talvolta mentire ci toglie da scomodi imbarazzi, facciamo le prove prima, così da risultare, se non veri, almeno parzialmente credibili. E soprattutto, ricordiamoci di toglierla prima di andare a dormire: al mattino, potremmo correre il rischio, guardandoci allo specchio, di non riconoscerci.
