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Coe e Ovett che corrono durante una gara

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Il potere dello sport

1 Dicembre 2020
Ai Giochi olimpici di Mosca del 1980 si consumò uno dei duelli sportivi più affascinanti di tutti i tempi. Sulla pista di atletica dello Stadio Olimpico, nelle gare di mezzofondo veloce, Sebastian Coe e Steve Ovett, due britannici dal passato molto diverso, si sfidarono nelle due competizioni nelle quali eccellevano, gli 800 metri e i 1500 metri.
Coe e Ovett che corrono durante una gara

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Il potere dello sport

1 Dicembre 2020
Ai Giochi olimpici di Mosca del 1980 si consumò uno dei duelli sportivi più affascinanti di tutti i tempi. Sulla pista di atletica dello Stadio Olimpico, nelle gare di mezzofondo veloce, Sebastian Coe e Steve Ovett, due britannici dal passato molto diverso, si sfidarono nelle due competizioni nelle quali eccellevano, gli 800 metri e i 1500 metri.

«Coe e Ovett furono gli avversari perfetti: uno arrivava da un ambiente povero (Ovett, ndr), l’altro da un ceto privilegiato, uno era brevilineo, l’altro spilungone, uno era nato nella costa meridionale dell’Inghilterra, l’altro nel nord. Niente di loro era uguale, fatta eccezione per la velocità con cui correvano. Spesso si scansavano volutamente, chiedendo agli organizzatori dei vari meeting a cui erano invitati di non essere messi nella stessa gara. Se uno correva gli 800, l’altro avrebbe dovuto correre i 1500».[1] Si sfidarono in tutta la loro carriera solo sette volte prima delle Olimpiadi di Mosca e, in quelle Olimpiadi, con gli occhi del mondo puntati addosso, i due rivali, che a stento si salutavano, vinsero entrambi una medaglia d’oro, ma con la particolarità di vincerla ognuno sulla distanza nella quale era favorito l’altro. Ovett negli 800 e Coe nei 1500. Poco prima della partenza della finale dei 1500, con la stampa sportiva internazionale che soffiava sul fuoco della loro rivalità, l’episodio che forse racchiude in poche parole tutto il loro spirito sportivo. Ovett si avvicinò a Coe e abbozzando un sorriso gli  disse: «Credo proprio che finito tutto questo dovremmo andare a prenderci un drink». Dentro questo piccolo gesto c’è tutta la condivisione di paure, tensioni, fatiche e gioie che due atleti così diversi e lontani avevano vissuto in tutti quegli anni fino a quell’attimo cruciale. In quel momento, forse inconsapevolmente, Ovett, che già aveva vinto sugli 800, scrollò di dosso la tensione a Coe, che poi vinse sui 1500. I due atleti in un istante capirono di avere condiviso, pur non conoscendosi personalmente, molto più di quanto possa succedere con una persona che conosci e vedi tutti i giorni. Il potere dello sport è proprio questo: a ogni livello, in ogni categoria, in qualsiasi disciplina che sia individuale o di squadra.

La condivisione delle sensazioni di sedute di allenamento sotto la pioggia, della tensione pre-gara, di una partita andata male o di una vinta, la condivisione della consapevolezza che devi impegnarti e lavorare duro per raggiungere il risultato, o comunque un piccolo miglioramento, che non è mai fine a se stesso ma un gradino in più nel processo di crescita individuale, che mai finirà fino alla morte. A maggior ragione negli sport individuali, dove l’incidenza del caso è minore rispetto agli sport di squadra, gli atleti, gli amatori o le semplici persone che fanno ad esempio passo svelto per ragioni terapeutiche (ipertensione o semplicemente per bruciare grassi) sanno che nulla è regalato. Come se fosse un’eterna fatica di Sisifo con la differenza che durante il percorso puoi raggiungere degli obiettivi più o meno grandi che ti eri prefissato o meno. Questo vuol dire, nella sua accezione più pura, che lo sport non è solo vita ma educazione alla stessa, benessere fisico e psichico, allenamento a rialzarsi dopo una sconfitta, consapevolezza dell’importanza dell’impegno mentale, spinta a non lasciarsi andare, formazione, soprattutto in età evolutiva, condivisione di valori non relativistici che rendono una società e l’individuo migliori.

Nel secolo scorso questa tendenza al miglioramento dell’individuo — e quindi della società nel suo insieme, visse alcuni falsi apici nella Germania dell’Est, dove una ricerca spasmodica del talento per produrre scientificamente l’atleta di alta prestazione aveva portato lo sport a essere un mero mezzo di propaganda socialista. Nella prefazione al testo di Harre, la Teoria dell’allenamento,[2] che è un prezioso compendio su cui si sono basate le teorie metodologiche dei programmi di allenamento dei più grandi tecnici nei vari sport, vi era un chiaro richiamo a raggiungere sistematicamente l’eccellenza sportiva per fini politici. Con l’intervento del doping di Stato poi, in quegli anni, fu chiaro che lo sport era stato violentato per fini politici, aveva perso la sua essenza nel momento in cui  la condivisione di un risultato sportivo con la propria patria e col mondo era avvenuta attraverso l’inganno del doping, attraverso ciò per cui si vuole bruciare le tappe di quel metaforico cammino di Sisifo di cui si accennava prima. Un altro evento storico che rende idea di quanto lo sport possa essere condivisione, stavolta in senso positivo, sono state le Paralimpiadi di Londra del 2012. La partecipazione popolare alle gare nello Stadio Olimpico della città britannica e la diffusione mediatica dell’evento furono un esempio di straordinaria organizzazione e promozione sportiva del Comitato Organizzatore. Per la prima volta il mondo si aprì allo sport paralimpico grazie alla comunicazione e riuscì a condividerne la bellezza. Tutti gli atleti, e non più solo il singolo Pistorius, furono seguiti in Inghilterra con percentuali di audience quasi superiori a quelle delle stesse manifestazioni dei cosiddetti normodotati. Gli spettatori che ogni giorno riempirono all’inverosimile lo Stadio Olimpico ebbero una partecipazione emotiva molto forte. In quell’occasione lo sport, con gli strumenti della modernità, riuscì ad abbattere un muro in favore dell’inclusione attraverso la condivisione di semplici gare.

Lo sviluppo della comunicazione attraverso media e social ha avuto però anche risvolti negativi, soprattutto per quanto concerne gli atleti maggiormente in auge. La condivisione della loro quotidianità, anche al di fuori dei campi di allenamento o di gioco, ha iniziato a mandare messaggi al grande pubblico e soprattutto alle nuove leve non sempre coerenti con la vita dello sportivo. Nell’epoca della comunicazione ecco quindi che il compito di un educatore sportivo assume ancora maggiore importanza nel sapersi adeguare alla nuova immediatezza del comunicare, a soglie di attenzione dei bambini sempre più brevi, ma allo stesso tempo a proseguire nella sua attività di accompagnatore della crescita dei ragazzi insieme alla famiglia e alla scuola. Del resto, il rispetto delle regole grazie al momento ludico diviene immediato. Il rispetto dell’altro e dell’avversario, la condivisione di uno sforzo coi propri compagni di allenamento o di squadra, l’accettazione della diversità, sia essa religiosa, di razza o sociale, l’accettazione della bravura altrui e il riconoscimento dei propri limiti si imparano in maniera inconsapevole su un campo sportivo. Il potere educativo dello sport è qualcosa di inspiegabile: ecco perché lo stesso avrebbe bisogno di più di un paio di ore settimanali di educazione fisica in palestre e strutture spesso fatiscenti delle scuole. Esso può essere educazione civica prima ancora che morale e fisica. In questi tempi bui che stiamo vivendo dallo scoppio dell’emergenza Covid, quello sportivo giovanile è stato l’ambito più duramente colpito al pari della piccola impresa. Ma l’errore politico di fondo, o se si vuole essere clementi, la leggerezza, è stata quella di parificarlo a una semplice attività di svago. Qualche politico avventato ha parlato di attività non essenziale, interpretando quella sportiva come una attività puramente ludica, o peggio ancora scindendola tra professionistica e non. Porto la mia piccola esperienza in ambito calcistico giovanile agonistico e di base. Si sta privando un’intera generazione di bambini della condivisione di momenti di socialità, ovvero di arricchimento morale, li si è privati dell’educazione fisico-sportiva che, al pari di quella scolastica, è cultura dell’individuo. In accordo con José Ortega Y Gasset, lo sport viene definito come categoria primordiale dell’agire umano, i cui altissimi valori vanno posti nella sfera più elevata dell’attività dell’uomo, accanto alla scienza e all’arte.[3] Soprattutto nelle fasce di età più sensibili, nelle quali la psiche sta formandosi e c’è il passaggio dalla preadolescenza alla adolescenza, privare la fascia debole della popolazione della condivisione con i coetanei equivale a non avere una visione del futuro a medio lungo termine.

Del resto basta leggere la Costituzione della Repubblica italiana all’articolo 2 che tutela i diritti della persona sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità per capire quanto le norme restrittive possano avere leso i diritti di tutti, o nella fattispecie l’articolo 31 laddove è esplicito il richiamo della Carta alla protezione dell’infanzia e della gioventù. Con ogni probabilità capiremo nei prossimi anni quelle che sono le conseguenze di questa pandemia sui bambini, per ora porto la mia esperienza di episodi che genitori preoccupati mi hanno raccontato: ho sentito di bambini che hanno paura di uscire, di altri che sono sovrappeso, di obesità che aumenta, di crisi improvvise. È il caso di Gemma, calciatrice classe 2005, che ha prolungato il suo periodo di “clausura” dopo il primo lockdown per altri due mesi a causa di una depressione che ne ha aumentato le insicurezze. La madre preoccupata mi ha raccontato che non c’è stato verso di farla uscire di casa. Oppure mi viene in mente Carlo, del 2009. Al primo allenamento individuale di giugno si è presentato sul campo con un atteggiamento del corpo, e posturale, completamente mutato rispetto a quello di qualche mese prima. Per lui, che prima del lockdown era un ragazzino dalle buone abilità tecniche e motorie, sono bastati due minuti di allenamento. Una crisi di ansia lo ha fermato, non riusciva a respirare — e non certo per il blando impegno fisico di un inizio allenamento di “ripresa”. Risultato: non ha partecipato più alle sedute di allenamento fino ad oggi (ottobre, ndr). Il padre mi ha raccontato che durante il periodo del lockdown, Carlo passava molte ore alla PlayStation che, sommate a quelle della didattica a distanza, ne hanno minato la quotidianità. Giuseppe, classe 2010, che già prima di marzo era notevolmente sovrappeso, non ha potuto riprendere gli allenamenti a causa di un aumento ulteriore di peso. Ciò ha fatto preoccupare la famiglia che lo ha portato in cura. Avrebbe bisogno di proseguire le sue attività ludico/sportive ma la paura della seconda ondata del Covid ha bloccato i genitori dal fargli riprendere attività fisica. Un intero gruppo di ragazzi classe 2013, a causa della paura delle famiglie, ha deciso di saltare l’anno di sport in attesa di tempi migliori.

Trasportare le stesse reazioni dei bambini e delle famiglie che ho citato a persone adulte che hanno bisogno dello sport, per esempio per l’ipertensione, può fare capire facilmente come una comunicazione profondamente sbagliata da parte di tutti gli organi di informazione e della Politica in questo periodo di pandemia, porterà ad avere delle problematiche notevoli a lungo termine che si sommeranno a quelle relative al virus. Per questo, oltre alle giuste attenzioni alla salute delle misure anti Covid, sarebbe auspicabile una seria e urgente riflessione sui danni che chiusure sferzanti porteranno non solo all’economia ma anche alla formazione di una intera generazione mondiale di bambini che sarà protagonista nei prossimi decenni. Anche questa è salute, ovvero visione del futuro.

PER APPROFONDIRE

[2] Dietrich Harre: Teoria dell’allenamento. Indicazione di una metodica generale di allenamento — Società Stampa Sportiva — 2005

[3] José Ortega Y Gasset: Il tema del nostro tempo. La vita come dialogo tra l’io e la circostanza — SugarCo — 2018

per citare questo articolo

Stefano Di Marino:

Il potere dello sport,

n. 21 - Condivisione,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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Paul Watzlawick nel suo prezioso Pragmatica della comunicazione umana teorizza, forse per la prima volta con una metodologia scientifica, una serie di assiomi che descrivono proprietà tipiche della comunicazione aventi importanti implicazioni relazionali. L’assunto iniziale è che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare, implicando livelli comunicativi non solo di contenuto ma anche di relazione.