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I video a scuola: raccontare storie e raccontarsi

26 Aprile 2019
Una delle attività più affascinanti in cui ci si può imbattere, quando ci si occupa di media education, ovvero di educazione non tanto con i media o ai media, ma attraverso i media, è l’attività di realizzazione di video, ovvero il racconto di storie tramite immagini e suoni.

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I video a scuola: raccontare storie e raccontarsi

26 Aprile 2019
Una delle attività più affascinanti in cui ci si può imbattere, quando ci si occupa di media education, ovvero di educazione non tanto con i media o ai media, ma attraverso i media, è l’attività di realizzazione di video, ovvero il racconto di storie tramite immagini e suoni.

Può forse sembrare banale, ma in realtà questo genere di attività ha una carica educativa molto più intensa e vibrante di quanto si possa immaginare ed è uno straordinario strumento per fare emergere e valorizzare tutte le sensibilità presenti in quel variegatissimo universo che è una classe, di qualsiasi ordine scolastico. Nella mia esperienza professionale ho avuto la fortuna di collaborare con moltissimi, straordinari docenti, e altrettante classi, riuscendo così a cogliere appieno il potere che raccontare una storia, soprattutto quando è la propria storia, possa avere. Prima di iniziare dobbiamo però, per prima cosa, sgomberare il campo da due equivoci: in primo luogo pochi concetti sono abusati, al giorno d’oggi, come quello di storytelling. Siamo in un’epoca in cui l’attività di storytelling sembra quasi una presenza omnipervasiva, una koinè che occhieggia dagli schermi dei nostri telefoni (quale app social oggi non prevede la funzionalità delle storie?), degli schermi televisivi, delle riviste, della pubblicità… anche al supermercato sembra che tutti vogliano raccontarci la storia dei singoli prodotti (per poi farceli comprare, ovviamente!). La grande differenza è proprio qui: nel realizzare il proprio video, il proprio film, si chiamano gli studenti a non subire passivamente le storie che altri vogliono raccontare loro, ma a proporre la propria, a viverla, a metterla in scena, a rappresentarla. E a proporla possibilmente insieme, insegnando così una di quelle abilità trasversali che oggi più che mai ogni offerta di lavoro sottolinea come necessaria: la capacità di mediare e collaborare per arrivare ad una co-creazione. In questo senso proporre un’attività seria e meditata di storytelling attraverso un video significa davvero cercare di trovare in ognuno dei discenti coinvolti la capacità di far sentire la propria voce, di fare emergere le proprie qualità, in armonia con quelle degli altri. Sono innumerevoli in letteratura i casi in cui vengono mostrate esperienze di racconto di storie attraverso i video che hanno rappresentato anche un grimaldello per realizzare attività fortemente inclusive: in questo la capacità dei docenti di garantire la luce a tutti gli studenti – nessuno escluso! – è fondamentale. E le opportunità per farlo non mancano davvero: rispetto ad attività tradizionali è possibile sia mettere in campo la carica di entusiasmo che un’attività come questa può garantire, sia un maggiore spettro di tipologie di intelligenze che è possibile valorizzare, nelle varie attività di realizzazione di un film. In questo senso la realizzazione di un video racconto in classe, proprio per la sua flessibilità e adattabilità si rivela uno strumento di grande potenza. Il secondo equivoco da cui occorre sgomberare il campo è che un’attività come questa debba per forza risultare amatoriale, non solo nell’effetto realizzativo, ma soprattutto in quello progettuale, che non possa neppure essere messa in relazione, se non come paragone impossibile, con l’attività professionale, dai budget miliardari, che l’industria del divertimento su grande schermo propone. Questo è un errore enorme: pur non potendo ovviamente disporre della strumentazione raffinata e costosissima degli studios, una classe che voglia seriamente sperimentare un’attività di racconto di storie attraverso un video dovrà, facendo le debite proporzioni, impadronirsi di alcuni semplici trucchi del mestiere che discendono direttamente dalle esperienze reali di realizzazione di film. Come sempre accade, quando si decide di cimentarsi nella scrittura di un testo mediale (o di un testo scritto, è ovvio, del resto la scrittura non è forse un medium?) è necessario partire da una fase di lettura meditata e condivisa. Quindi il primo passaggio per raccontare una storia attraverso le immagini in movimento è osservare insieme, discutere, andare a caccia di motivazioni e scelte operate dai grandi registi e dai grandi attori, per carpirne le motivazioni profonde cercando di coglierne ciò che è possibile riportare anche in attività di basso (bassissimo) budget e profilo: il senso di ciò che viene messo in scena. Non c’è errore più tragico, quando si decide di sperimentare la media education, di quello che prevede come prima mossa “accendiamo la macchia da presa” (o il cellulare, la macchina da presa più diffusa in tutte le scuole che ho visitato) e poi vedremo. Se si raccontano storie, infatti, queste vanno pianificate, discusse, vanno coccolate come una piantina appena nata e fatte crescere attraverso la discussione e la progettazione. Bisogna che ogni voce abbia la possibilità di emergere ma soprattutto bisogna stimolare, attraverso la condivisione, la possibilità che ogni attore (in senso lato!) possa offrire qualcosa, che ogni contributo sia un tassello per raccontare la porzione di mondo che abbiamo scelto di raccontare. Se a questo aggiungiamo la possibilità, spesso esplorata, di fare sì che il mondo che raccontiamo sia quello interiore dei ragazzi, sia la loro vita vissuta, siano i loro sentimenti e i loro rapporti, otterremo una potentissima esperienza educativa ed affettiva, in cui sarà naturale l’instaurarsi di un circolo virtuoso tra motivazione e miglioramento progressivo e continuo del racconto, fatto di continui passaggi e perfezionamenti. Alle fasi di lettura, progettazione condivisa, realizzazione, rilettura critica dovrà poi necessariamente seguire quella di condivisione nel mondo reale: le storie vanno raccontate agli altri ed è necessario che esista un confronto con l’esterno, per rendersi conto se la storia che abbiamo raccontato colga nel segno. Questa fase è preziosa: oltre a consentire auto ed etero valutazione è la fase che più avvicina la storia che si è voluto raccontare a ciò che è oltre l’universo monadico di una singola classe. E se questa fase non è scevra da rischi, come sempre quando ci si mostra oltre i confini in cui ci sentiamo protetti, l’effetto positivo che può sortire è davvero fondamentale: una storia raccontata bene farà nascere nuove storie, farà venire voglia ad altri di raccontare e raccontarsi.

per citare questo articolo

Aldo Torrebruno:

I video a scuola: raccontare storie e raccontarsi,

n. 11 - Il cinema,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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