La sua caratteristica particolare, quella di durare nel tempo, ha fatto sì che tutti fossero capaci di portare alla memoria film visti in tempi lontani indipendentemente dal fatto di essere più o meno piaciuti. Il cinema nasce come mezzo di divertimento ed è sempre chiaramente espressione di ciò che storicamente accade nella realtà. A proposito di disabilità, ha percorso un cammino più lento rispecchiando i ritmi dell’approccio alla disabilità, che soltanto negli ultimi decenni ha compiuto passi avanti acquistando la giusta dimensione e naturalezza. Nel 1932, il film Freats di Tod Browning, all’epoca considerato un capolavoro, portò sullo schermo attori con nanismo, che in quel tempo erano considerati deformi, fenomeni da baraccone; oggi fortemente questi ruoli ci farebbero discutere. Ritengo questo magico contenitore essere proprio lo specchio dei tempi: parallelamente all’evoluzione culturale anche il cinema ha acquisito significati diversi assumendo quel carattere impegnato o di denuncia con alcuni registi che usano questo potente mezzo di comunicazione come diffusore di idee. Ricordo con grande entusiasmo e gioia la famosa pellicola C’era una volta la città dei matti, che ha portato sullo schermo le idee, giusto approccio alla disabilità, del dottore Franco Basaglia. Il film ha contribuito a rovesciare i canoni della disabilità: l’uomo debole al centro con la sua piena e riconosciuta dignità, persona che va rispettata, considerata, accettata, mai abbandonata. Man mano che nella realtà si è venuta a creare la giusta e naturale relazione tra persone disabili e non, sullo schermo sono apparse pellicole che mostrano la disabilità in maniera oggettiva. Non più soggetti capaci di suscitare solo ilarità, per le loro deformità, o pietismo, paura, ma persone riconosciute tali. Certamente non sono tanti i produttori che si interessano di disabilità o che investono su attori disabili; personalmente ritengo che la cinematografia debba rispecchiare un unico mondo e ciò va fatto con grande equilibrio, dal momento che gli spettatori, molte volte adolescenti, possono subirlo senza rendersene conto.
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In apertura del mio primo editoriale, desidero ringraziare il dottor Attilio Sofia che ha mantenuto saldo fin qui il fil rouge della nostra rivista.