Chiede a me di continuare e io raccolgo l’invito a condurre, insieme alla direzione e alla redazione tutta, il progetto editoriale più caro alla Fondazione Sinapsi. Pensando a come presentarvi questo numero che abbiamo voluto dedicare interamente al cinema, rintraccio nella mia mente alcuni titoli che hanno punteggiato la mia storia formativa e che associo con immediatezza a scene del mio vissuto, non solo lavorativo. Il linguaggio cinematografico è il codice elettivo della comunicazione sociale. È capace di rappresentare i tratti tipici e atipici dell’umanità. Racconta storie, incontri, nei quali le immagini si coniugano alla musica, ai sensi. Ed è proprio il tema dei sensi, così familiare e ricorrente per chi si occupa di disabilità a rivelarsi protagonista di Il Profumo, film che nasce dall’omonimo libro di Patrick Süskind. Pellicola nella quale, più che mai, il linguaggio narrativo e quello musicale diventano sensoriali: la storia, i dialoghi, le immagini si fissano nella memoria olfattiva di chi guarda e ascolta. Altro tema caro al sociale e trattato ampiamente — spesso anche in maniera leggera e divertente — dal cinema è quello dell’incontro con il terapeuta, che si allarga a comprendere la riflessione sulla disponibilità all’ascolto e sulla costruzione delle relazioni. Tutti tratti che connotano il lavoro di cura e vengono, a mio avviso, mirabilmente fotografati in Confidenze troppo intime di Patrice Leconte. Questo film, francese nella regia e nel ritmo, ci fa immergere nel mondo particolare e intimo della relazione terapeutica, ci racconta che quando il desiderio di ascolto diventa un bisogno irrinunciabile, un consulente fiscale può essere scambiato per un terapeuta e le regole del setting completamente eluse e rivoluzionate. Ma cari e familiari al settore sociale ed educativo sono anche altri due temi, trattati dal cinema con modalità anche diametralmente opposte, della responsabilità e del potere. Trovo che in particolare quest’ultimo venga rappresentato con estrema chiarezza in due delle sue principali declinazioni in altrettante pellicole completamente diverse tra loro. Nel film tedesco La caduta di Oliver Hirschbiegel, si delinea il significato del potere sugli altri, il potere di sopraffare, un potere non generativo. Sul fronte diametralmente opposto, il film Billy Elliot del regista Stephen Daldry ci racconta il talento, la possibilità di accrescere il proprio potere, l’empowerment, il potere nella sua energia generativa. Una parola tanto profonda, ambivalente e spesso ambigua nel suo utilizzo può essere tradotta fedelmente nelle sue sfumature dal linguaggio cinematografico. Così il cinema restituisce alle parole la loro valenza semantica, il loro peso specifico. E non solo, perché in un intreccio di fatti e finzioni, narra le diversità, le differenze, i livelli di vita, per dirla alla Julian Barnes.
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Il Cinema ha sempre affascinato tutti: anche con le prime proiezioni di genere muto, quindi anche solo con le immagini, ha avuto la capacità di catturare l’attenzione dello spettatore.