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Dettaglio Copertina Orione n. 21 - Condivisione - 6

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Del custodire e del tramandare

1 Dicembre 2020
Fin da piccola mi rendevo conto della necessità di sentirmi parte di una comunità, quella delle persone che frequentavo e avevo l’impulso di condividere, vale a dire volevo attivamente far parte di quella comunità. Negli anni niente è cambiato. La vita è stata generosa con me, mettendomi spesso di fronte a scelte importanti, e posso affermare con una certa fierezza che per lo più mi sono orientata seguendo ciò in cui credevo, nonostante così facendo mi esponessi a dei rischi. Ho ritenuto prioritarie integrità, salute, umanità rispetto a qualsiasi altra considerazione.
Dettaglio Copertina Orione n. 21 - Condivisione - 6

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Del custodire e del tramandare

1 Dicembre 2020
Fin da piccola mi rendevo conto della necessità di sentirmi parte di una comunità, quella delle persone che frequentavo e avevo l’impulso di condividere, vale a dire volevo attivamente far parte di quella comunità. Negli anni niente è cambiato. La vita è stata generosa con me, mettendomi spesso di fronte a scelte importanti, e posso affermare con una certa fierezza che per lo più mi sono orientata seguendo ciò in cui credevo, nonostante così facendo mi esponessi a dei rischi. Ho ritenuto prioritarie integrità, salute, umanità rispetto a qualsiasi altra considerazione.

Questo mi ha portata, per esempio, a preservare le mie gravidanze e i miei parti da eccessi di assistenza medica. Non sapevo nulla, solo che ero felice di essere incinta e che stavo benissimo. Non sapevo da cosa mi preservavo e mi ci sono voluti anni per cogliere il valore di quanto avevo vissuto e avevo offerto ai miei figli. Una conseguenza di quella scelta, tra l’altro, è stata che accudirli in prima persona il tempo necessario è stato più forte di me. Ciò ha significato appendere al chiodo il camice di chimica farmaceutica, rinunciare alla sicurezza economica e optare per uno stile di vita semplice. Allo stesso tempo, com’è mia indole, ho iniziato a condividere a piene mani la mia esperienza, con chiunque fosse interessato, e ad approfondire: volevo saperne di più, per poterlo trasmettere meglio. Era più forte di me. Le prime esperienze di vita lasciano il segno, questo stavo scoprendo, e vale la pena che il segno sia nel senso di non intaccare la voglia di vivere e la percezione di sé e dell’altro. Per questo motivo mi presento come birthkeeper, custode della nascita. La ricerca di uno stile di vita compatibile con la scelta di stare accanto ai miei figli durante la crescita mi ha portata ad uno sterrato in collina, alla fine del quale ci sta un casale circondato dagli ulivi, dove convivono parecchie persone. Un ecovillaggio, insomma. Sono arrivata lì per passarci un paio di giorni con la mia famiglia, eravamo una coppia con tre figli, siamo rimasti a viverci per dieci anni. È stato un periodo ricchissimo, nonostante emergeva una certa difficoltà a restare uniti e sostenersi a vicenda, senza confondere le reazioni emotive di una certa persona con il suo carattere, né la situazione contingente che le risveglia con un problema da risolvere. In poche parole, nonostante fossero evidenti carenze comunicative e organizzative. Ai miei occhi una conferma di quanto la nostra capacità sociale sia intaccata dalla mancanza di accoglienza e riconoscimento vissuta all’inizio della vita, e di quanto ciò ostacoli la creazione di una comunità umana coesa. Tuttavia, ritenevo e ritengo tuttora che valga la pena cimentarsi, accettando che può richiedere tempo e pazienza, e che si possono presentare momenti di sconforto e delusione. Innegabile quanto faccia bene stare assieme in modo conviviale, camminare scalzi, sedersi attorno al fuoco, contemplare il cielo stellato… Quante risorse si risparmiano poi, basta solo pensare ai pasti! La condivisione di esperienze, saperi e talenti avviene più spontaneamente, seguendo il suo corso inevitabile, ed è anche per questo che i miei figli hanno imparato tanto, potendo soddisfare le loro curiosità a contatto con persone diverse. Ammetto che ho dovuto pazientare come birthkeeper. Ciò che tramandavo andava troppo oltre il consueto modo di pensare. Non tutti erano pronti e non tutti erano interessati. Inoltre, in molti ritenevano di sapere già: fin dall’inizio negli anni Ottanta i bambini nascevano semplicemente lì, quasi sempre senza la presenza dell’ostetrica. Mettere in discussione l’idea che una donna quando partorisce abbia bisogno di aiuto non è una bazzecola. È alla base della nostra cultura. Che poi sia meglio nessuno si intrometta nel primo contatto tra madre e bambino, suona quasi come una provocazione. In un paio di anni però ciò ha fatto breccia e si è visto che fa la differenza: i parti erano più facili e rapidi, niente lacerazioni, le creature alla nascita stavano benissimo, niente colorito di sofferenza, e le puerpere erano più in forma e molto meno disposte a “cedere” la creatura che tenevano nelle loro braccia. Ho dovuto pazientare anche come madre, arrivata lì con tre figli di sei, tre e un anno. Incredibile ma vero, anche in un contesto estremamente alternativo, mi veniva fatta l’osservazione che i miei figli fossero troppo “liberi” e allo stesso tempo mi veniva recriminato che fossi troppo “a loro disposizione”. Non è servito a farmi cambiare comportamento, e con gli anni è emerso che quella combinazione di farli sentire al sicuro con una presenza discreta e avere fiducia nelle loro competenze lascia un buon segno. Non è facile spiegarlo in due parole: si tratta di permettere la massima esplorazione in autonomia ponendo pochi e ragionati limiti, e questo fin dai primi movimenti a carponi, e restare nelle vicinanze, dediti alle proprie attività. Si tratta anche di rispondere a ciò che viene chiesto, piuttosto che incessantemente proporre, laddove quindi l’accento viene messo sull’apprendimento piuttosto che sull’insegnamento. Anzi, l’insegnamento diventa quasi superfluo. Tutto ruota attorno al senso di unione, al prendersi cura l’uno dell’altro, al condividere generosamente. Vivere in un ecovillaggio ha significato essere continuamente incentivata a offrire la migliore versione di me stessa: figura di riferimento primaria per i miei figli, non primaria ma autorevole per i figli “altrui”. In pratica, più volte al giorno mi soffermavo su come essere di buon esempio e su come fare affinché la mia presenza possa essere una ricchezza per tutti. I figli diventano figli di tutti, anche se nessuno dovrebbe permettersi di “sostituire” i genitori. Ognuno – a qualsiasi età – si assume responsabilità per sé e verso gli altri, idealmente rendendosi disponibile a partecipare a una catena umana virtuosa, in cui il più “grande”, ovvero il più esperto, si prende cura del più “piccolo”, ovvero il meno esperto. Viceversa, il meno esperto impara guardando, imitando e sollecitando il più esperto. Da questo punto di vista, i bambini che ho visto crescere in quel contesto con naturalezza volevano partecipare a questa catena virtuosa, come se fosse un impulso innato. Non dovrebbe sorprendere, dato che siamo una specie molto sociale. Amo che Daniel Pennac si presenti quale passeur di cultura. Il passeur, per solidarietà o dietro compenso, fa strada a chi vuole passare un confine, per mettersi in salvo o trovare condizioni migliori. Il passeur condivide ciò che sa, e lo custodisce. Mi sento anch’io così. È un atteggiamento profondamente umano, che può manifestarsi ovunque e comunque. Per quel che mi riguarda, nulla mi dà una gioia tanto travolgente e completa quanto mettermi al servizio, custodendo e tramandando quanto la vita mi ha donato, che non mi appartiene. Preferisco sia un bene comune.

per citare questo articolo

Clara Scropetta:

Del custodire e del tramandare,

n. 21 - Condivisione,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Paul Watzlawick nel suo prezioso Pragmatica della comunicazione umana teorizza, forse per la prima volta con una metodologia scientifica, una serie di assiomi che descrivono proprietà tipiche della comunicazione aventi importanti implicazioni relazionali. L’assunto iniziale è che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare, implicando livelli comunicativi non solo di contenuto ma anche di relazione.