Secondo Jerome Bruner, l’identità personale si costruisce attraverso le parole, dunque, narrativamente: non siamo semplicemente il risultato delle nostre esperienze, ma delle storie che raccontiamo su di esse nel tempo. Il termine narrare deriva etimologicamente dalla radice gna– che significa rendere noto, e dal suffisso -zione che indica “un processo in corso” trasmettendo il carattere semantico dell’agire, dell’azione, del gesto paralinguistico e della reciprocità relazionale. Narrare, quindi, è letteralmente agire per rendere noto, muoversi intenzionalmente verso un interlocutore per condividere contenuti e significati. Nella storia evolutiva dell’uomo, il narrare, ha risposto ad una necessità profonda, addirittura primordiale e si presenta come un concetto trasversale all’oralità e alla scrittura, presente sia nelle civiltà illiterate che alfabetiche. Essa è da sempre usata dall’essere umano come un importante strumento di interpretazione della realtà per interagire con il mondo sociale, comprendere ciò che lo circonda e trasmetterlo agli altri. Narrare è la modalità conoscitiva per eccellenza perché non è solo ricostruzione a posteriori dell’esperienza, ma fornisce a questa il suo tessuto, ovvero i format e gli schemi dell’esperienza stessa ed è quindi fondamentale per l’atto della costruzione di significato.
L’IMPORTANZA DELLA MANO SINISTRA
Dove ha origine il pensiero narrativo? Se consideriamo la visione di J. Bruner possiamo racchiuderlo nel potere forte, generativo, ma incompleto della mano sinistra. Nel testo Il conoscere. Saggi per la mano sinistra, Bruner valorizza la funzione della mano sinistra, che rappresenta l’istinto, la creatività, e dunque, il pensiero narrativo, distinguendola dalla mano destra che corrisponde al pensiero logico razionale. Tuttavia mette in luce la complementarità dei due pensieri nella ricerca della conoscenza umana. Sottolinea come valorizzare solo il contributo della mano destra che rappresenta la scienza, significa trascurare una delle sue principali fonti poiché le grandi intuizioni e le più illuminate ipotesi sono doni che provengono dalla mano sinistra. Il raccontare storie implica un procedimento che diverge dal pensiero paradigmatico, poiché la storia può venir fuori da quello che è assolutamente particolare, soggettivo, sorprendente, insperato, anomalo, irregolare e anormale. Il pensiero narrativo procede, infatti, per immagini le quali a loro volta si fondono le une con le altre e si pongono in sequenza per somiglianza di contenuto, per similitudine di tonalità emotiva. Narrare vuol dire considerare le intenzioni e le azioni delle persone, alla luce delle vicissitudini e dei risultati da loro ottenuti. Il pensiero narrativo non vuole dimostrare ciò che è “vero”, ma ricostruire e rappresentare ciò che è “possibile entro un dato quadro”. Il pensiero narrativo è ludico, plasmabile e creativo.
IL PENSIERO NARRATIVO NELLA COSTRUZIONE DEL SÉ
Come si sviluppa il sé, se non attraverso la costruzione narrativa, definibile come un processo durevole per tutta la vita? Il sé non è un’entità fissa, ma una costruzione dinamica che nasce dall’interpretazione narrativa dell’esperienza. Attraverso il racconto, gli eventi della vita vengono organizzati in sequenze dotate di senso, intenzionalità e coerenza temporale. La narrazione permette di integrare passato, presente e futuro, creando continuità identitaria. Il sé emerge sempre come un prodotto culturale e dialogico, influenzato dal temperamento dell’individuo, dall’uso del linguaggio e dalle pratiche sociali condivise. Raccontarsi significa negoziare significati con gli altri, adattando la propria storia ai contesti, sulla base dei successi raggiunti e degli errori commessi. È un processo metacognitivo che procede per aggiustamenti ed approssimazioni e permette di sostenere l’autocomprensione. In questo senso, l’identità personale è una storia in continua riscrittura, più che un dato stabile. Ma cosa accade quando la sofferenza irrompe nella vita di una persona? Il racconto di sé può irrigidirsi attorno a eventi dolorosi, riducendo la complessità dell’identità a un’unica trama dominante fatta di parole ridondanti e disfunzionali. Una trama che fa soffrire. In questi casi, il tempo dell’esperienza sembra bloccarsi, mentre il racconto continua a ripetersi sempre uguale a se stesso come un copione che intrappola nel ruolo.
IL PENSIERO NARRATIVO NELLA TERAPIA AUTOBIOGRAFICA
La terapia narrativa autobiografica interviene proprio in questo spazio stratificato, offrendo la possibilità di rallentare il tempo del vissuto e permettere ai ricordi di posarsi, come sedimenti, fino a diventare senso. In terapia o nel dialogo educativo la parola non è mai neutra, rappresenta uno spazio che apre o chiude mondi possibili, una soglia attraversabile solo quando qualcuno ascolta empaticamente. Attraverso il linguaggio, gli eventi vengono ordinati, collegati, trasformati in una storia che può finalmente essere vista e abitata. Raccontare non significa semplicemente ricordare, ma dare una forma condivisibile a ciò che, fino a quel momento, era rimasto frammento o in silenzio. E, nel racconto, il contributo della mano sinistra può essere fondamentale poiché sostiene nuove visioni attraverso le declinazioni narrative dell’atto creativo che può essere di tipo analogico (metafore, diario, lettere), pratico-creativo (disegno, fotografia, teatro, musica) o digitale (blog, piattaforme, intelligenza artificiale). Il potere terapeutico della parola e dei diversi linguaggi comunicativi risiede innanzitutto nella capacità di nominare. Ci sono vissuti che restano muti finché non trovano un interlocutore che li accolga; quando questo accade, il dolore smette di essere solo un peso e diventa racconto. Il potere di guarigione è affidato al narratore che con il supporto del terapeuta riconosce i suoi talenti e le sue false credenze per approcciare a una visione benevola e realistica di sé. Come sottolinea Paul Ricoeur, la narrazione svolge una funzione mediatrice tra il tempo vissuto e il tempo raccontato: è attraverso questa mediazione che l’esperienza frammentata può trasformarsi in una storia dotata di continuità e significato. Scrivere e raccontare la propria autobiografia in un contesto terapeutico non equivale a una semplice rievocazione del passato, anzi il racconto può anche concentrarsi solo sul presente, considerando quell’arco temporale a partire da cui è emersa una ferita. Nell’atto creativo di riscrittura, i fatti narrati non vengono corretti, ma illuminati: ciò che era caos nella nostra memoria selettiva trova un ritmo e ciò che era ferita isolata può diventare esperienza condivisibile che solleva, insegna, spiega. Cambiare punto di vista, riconoscere risorse prima invisibili, dare spazio a voci rimaste a lungo silenziose consente alla persona di riappropriarsi del proprio ruolo di autore. Come evidenziano Michael White e David Epston, la terapia narrativa ha lo scopo di separare la persona dal problema permettendo di indebolire le narrazioni dominanti che imprigionano l’identità. Ogni parola pronunciata nello spazio terapeutico diventa allora una traccia: segna il terreno, rende visibile un passaggio possibile, indica che una strada può essere percorsa. In questo processo, il terapeuta non si pone come interprete onnisciente, ma come testimone partecipe e co-costruttore di senso. Attraverso un ascolto attento e domande generative, favorisce l’emergere di storie più complesse, capaci di restituire dignità e continuità all’esperienza del soggetto. Tra il silenzio e la parola esiste un tempo fragile e necessario, in cui il significato prende coraggio prima di mostrarsi: rispettarlo è parte integrante del lavoro terapeutico. La terapia narrativa autobiografica, basata sulla parola, non guarisce perché elimina la sofferenza, ma perché la rende abitabile. Raccontarsi è un atto di responsabilità gentile: non verso il vissuto, che non può cambiare, ma verso il futuro, che può ancora essere immaginato. È in questo spazio narrativo che la persona può tornare a riconoscersi, non solo come protagonista del proprio dolore, ma anche come autrice del proprio cambiamento.
PERCHÉ INVESTIRE NELLA TERAPIA AUTOBIOGRAFICA?
In qualità di docente di Psicologia delle scuole secondarie di secondo grado e di Pedagogista dell’età evolutiva e della formazione continua, esperta in tecniche narrative, ho sentito l’esigenza di avvicinarmi alla terapia autobiografica poiché ho assistito a una emergente richiesta da parte dei giovani di supporto finalizzato alla negoziazione di significati e restituzione di senso degli eventi che quotidianamente vivono. Molti sintomi psicosomatici, disagi relazionali ed emotivi hanno origine nella poca consapevolezza dei confini del proprio sé, delle proprie emozioni, dei propri talenti, del proprio empowerment, dei propri doveri e dei propri diritti. Credo sia utile in ambito educativo supportare i giovani fin da subito nella costruzione di un racconto di sé funzionale a una crescita piena e gioiosa. L’altro può diventare uno specchio in cui riflettere le proprie peculiarità e un mezzo per attraversare se stessi sostenuti dall’esperienza. Oltre che in ambito educativo, la parola può apportare il suo contributo anche in campo clinico. Il dolore fisico, infatti, può essere alleviato dalla terapia della parola: recenti studi del neuroscienziato Fabrizio Benedetti sull’effetto placebo e sulla relazione medico-paziente dimostrano che le parole, le aspettative e il modo in cui una cura viene raccontata possono attivare risposte neurobiologiche reali, influenzando dolore, sintomi e processi di guarigione in maniera determinante. Questo studio sottolinea quindi il potere del linguaggio: ciò che viene detto, e come viene detto, può diventare parte integrante della cura stessa. In questa prospettiva, la narrazione non è un semplice accompagnamento alla terapia, ma uno strumento attivo che modella l’esperienza del paziente e apre spazi di senso, fiducia, possibilità di cambiamento nello stato clinico di benessere e salute. Se è vero che le parole con le loro funzioni evocative, trasformative e curative possono incidere in modo determinante sull’esito di uno sviluppo, sulla remissione di una malattia, sulla percezione del sé rispetto all’altro, allora perché non ci adoperiamo per un loro impiego proficuo? Perché non ci avviciniamo alla poetica del linguaggio quotidiano selezionando sapientemente le parole da utilizzare per restituire sacralità e valore alla scelta di quelle che possono stare bene insieme e far star bene? Perché non ritorniamo allo studio dell’etimologia che ci avvicina ai significati più autentici delle parole aiutandoci a comprendere meglio le nostre intenzioni? Perché non riflettiamo sul tono della nostra voce, su come è possibile modularla in modo coerente rispetto alle richieste? Perché non mostriamo gentilezza senza trascurare il concetto di confine per far comprendere fino a dove può muoversi la generosità senza ledere la dignità personale? Che questi interrogativi diventino i “prompt” da somministrare alla nuova intelligenza umana, azione necessaria per favorire una riprogrammazione ecologica della nostra narrazione, orientandola sempre più al benessere psicofisico e sociale a vantaggio del singolo e dell’intera umanità.
BIBLIOGRAFIA
Jerome Bruner: Il conoscere. Saggi per la mano sinistra — Armando Editore — 1990
Jerome Bruner: La mente a più dimensioni — Laterza Editori — 2013
Michael White e David Eptson: La terapia come narrazione. Proposte cliniche — Astrolabio Ubaldini — 1992
Fabrizio Benedetti: La speranza è un farmaco. Come le persone possono vincere la malattia — Mondadori — 2018