La mia non vuole essere una biografia che racconti date, eventi o cronologie. Il mio sguardo è rivolto altrove: alla sua terra natia, alle sue radici, a tutto ciò che ha determinato profondamente la donna che è stata. Parliamo di Ulassai. Un piccolo paese dell’entroterra sardo che ho avuto il piacere di visitare qualche settimana fa. Ulassai è uno spazio atemporale: silenzi assordanti, natura avvolgente, pietra, vento… arte. L’arte di Maria Lai pervade ogni cosa. Ti avvolge e, per qualche istante, ti rende estraneo al resto del mondo. C’è il silenzio, ma nel momento in cui entri nella Stazione dell’Arte ti senti pieno. Respiri ciò che lei ha costruito, tessuto, vissuto. I suoi fili raccontano legami, memoria, comunità. La pazienza della tessitura diventa più forte del dolore e trasforma l’esperienza individuale in racconto condiviso. Legarsi alla montagna, opera del 1981, dimostra quanto Maria Lai fosse una donna profondamente attenta all’altro e incredibilmente innovativa. Con quel gesto artistico riuscì a coinvolgere un intero paese, trasformando l’arte in relazione, incontro e partecipazione collettiva. Maria Lai aveva compreso il significato profondo dell’essere comunità. La sua fu un’operazione artistica, ma anche umana e politica: un modo per riflettere sull’uomo, sul mondo e sulla possibilità di creare connessioni autentiche attraverso l’arte. Le ragioni dell’arte. Cose tanto semplici che nessuno capisce è il titolo di uno dei suoi libri. Ed è proprio quella frase — «che nessuno capisce» — a farmi riflettere. Spesso sentiamo il bisogno di dare un significato preciso a tutto ciò che osserviamo, forse per sentirci più completi, più rassicurati. Ma cosa accadrebbe se per un momento smettessimo di cercare spiegazioni? Se ci abbandonassimo semplicemente al sentire? Forse l’arte non chiede sempre di essere capita. Forse chiede di essere attraversata. Tra gli appunti di Maria Lai ho trovato una riflessione che continua a risuonare dentro di me: «Ciò che resta dell’arte, nel mondo, non è la sua fisicità che costruisce l’opera, è il silenzio, il vuoto di uno stupore. Da quel silenzio ogni lettore dà voce a un se stesso che gli era sconosciuto e che risorge in quel momento». Forse è proprio qui che il suo pensiero incontra quello di Michela Murgia. L’autrice, racconta Maria Lai dando voce a tante donne dimenticate nel libro Noi siamo tempesta, ricorda che il cambiamento non nasce quasi mai da gesti eroici e solitari. Nasce dalle relazioni, dalle connessioni, dalla capacità di lasciare nell’altro una traccia invisibile. Maria Lai tesseva fili. Michela Murgia tesseva parole. Entrambe hanno costruito legami. Entrambe hanno saputo mostrare che la forza di una donna non risiede soltanto in ciò che realizza, ma nella capacità di generare possibilità, domande e trasformazioni negli altri. Forse è questo che resta davvero: non l’opera, non il libro, non la materia. Resta quel silenzio di cui parla Maria Lai. Uno spazio interiore in cui qualcosa si muove, cambia forma e ci permette di riconoscere una parte di noi che ancora non conoscevamo. Credo che sia questo il significato più profondo dell’arte di Maria Lai. O forse è soltanto il mio modo di guardarla. Le mie sono domande senza una risposta univoca e definitiva. Ma, dopotutto, è proprio questo che rende l’arte viva: la sua capacità di trasformarsi dentro ognuno di noi. Ed è forse questa la più grande eredità che una donna possa lasciare al mondo.
LETTURE CONSIGLIATE
Maria Lai: Le ragioni dell’arte. Cose tanto semplici che nessuno capisce — Electa — 2024
Michela Murgia: Noi siamo tempesta. Storie senza eroe che hanno cambiato il mondo — Salani Editore — 2019
PODCAST
Morgana, Storie di ragazze che tua madre non avrebbe approvato di Michela Murgia. Ep. 21: Maria Lai