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Orpello grafico 5 (dettaglio di copertina)

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La parola dell’esperienza

18 Maggio 2026
In Sardegna si parla il sardo che è una lingua con sintassi e grammatica diverse, dunque io ho imparato l’italiano a sei anni in prima elementare.
Orpello grafico 5 (dettaglio di copertina)

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La parola dell’esperienza

18 Maggio 2026
In Sardegna si parla il sardo che è una lingua con sintassi e grammatica diverse, dunque io ho imparato l’italiano a sei anni in prima elementare.

Sono laureata in filosofia, ma all’inizio, per tanti anni, avendo grossi problemi a insegnare filosofia, ho insegnato italiano quindi, ho insegnato la Parola. Molto tardi mi sono accorta, però, che in realtà la Parola che insegnavo non mi apparteneva perché inserita in un discorso che, anch’esso non mi apparteneva. Come docente, non facevo altro che ripetere, affermare parole all’interno di un discorso in cui come donna non ero pre/vista, non ero con/tenuta. Questo è il danno che fa ancora la scuola in generale: offre ai bambini e ai ragazzi un mondo fatto di sovrani, eroi, condottieri, comandanti, perché la storia in qualche modo ha camminato attraverso il racconto delle guerre. Ma cosa dà alle bambine e alle ragazze? Uno specchio rotto, deformante, nel senso che le bambine e le ragazze nei libri non possono trovare identità femminili ma solo valori virili insieme a grandi filosofi e scienziati, nonché economisti, protagonisti di una storia di tipo patriarcale appartenente, appunto, al sesso maschile, in cui le bambine/le ragazze non si ri/trovano, non si ri/conoscono. Eppure noi docenti quella Storia abbiamo dovuto studiarla, l’abbiamo ripetuta, ci siamo ossessionate per fissare le date delle battaglie, delle guerre, i nomi dei comandanti. Troppo tardi mi sono accorta che tutto questo non mi apparteneva. Me l’ha fatto capire soprattutto la parola della filosofia, perché la filosofia è fondata sul concetto che appartiene al cervello ed esclude programmaticamente il corpo fin dal suo nascere. Ebbene, quella parola filosofica che tanto mi aveva appassionata, quella parola chiara, nitida dell’intelligenza filosofica, del sapere, in qualche modo, mi sono resa conto a un certo punto, nonostante il mio successo scolastico, che mi aveva tradito perché si era rivelata inutile nella mia vita vera. Era sì una Parola Alta a cui potevo attingere per avere sicurezza di giudizio, ma non serviva per riparare la vita, spesso sgangherata, disorientata in cui mi sono trovata. Non serviva per ascoltare in silenzio il dolore, senza giudizio, e stare accanto alla gioia, senza commenti. Non serviva insomma per com/prendere la complessità della vita in cui mi sono trovata subito dopo gli studi. Così ho sentito un grande senso di tradimento e non ho voluto insegnare Filosofia, dato che non ero in grado di trasmettere nessuna fiducia nel sapere attraverso di essa. E ho scelto letteratura perché la sentivo più credibile in quanto, da sempre, più vicina ai gangli dell’esistenza vera. Subito dopo, ho realizzato che la crisi rispetto ai miei studi, poiché l’investimento era stato molto alto, era stata in realtà l’annuncio di una profonda crisi personale che mi ha sbriciolata. Certo, mi dico, l’analisi aiuta sempre a ritrovarci, ma io credo sia stata fortunata a incontrare, soprattutto in quella fase così dura, un’oasi nel deserto, un porto sicuro per una donna: il pensiero femminile, da cui ho capito, che avevo molto da imparare sulla parola. Bisognava ri/partire dall’inizio. La parola me l’aveva insegnata mia madre. Già, chi ci insegna a parlare? Con chi, noi da bimbi/e, ripetiamo quelle che sembrano inutili la la lie e che sono la prima formulazione, l’articolazione della lingua? Con nostra madre.

E allora io, attraverso lo studio del pensiero femminile ho capito che dovevo tornare a capo, quindi in qualche modo dovevo smontare, dis/armare quelle parole complesse che componevano il discorso, il logos su cui si fonda la Filosofia. Per ri/nascere dovevo dimenticare e dovevo tornare a balbettare in qualche modo. Dovevo tornare a dimenticarmi i discorsi, le conferenze, addirittura i comizi. È così che ho capito perché, per “intostarmi”, come si dice qua, avevo bisogno di prendere una pastiglia, dato che sentivo disagio e non riuscivo a fare i comizi per esempio. Soprattutto i comizi, infatti, mi richiedevano più forza, che non avevo, direi forse virilità, per riuscire ad arringare la folla. In qualche modo invece dovevo deporre le armi, mollare, prima di tutto dentro di me, cioè accettare la crisi che stavo vivendo e partire da quel piccolo alfabeto che mi aveva in qualche modo illuminato la via. Ma, essendo un alfabeto monco, potevo formare all’inizio solo un balbettio. Ho dovuto deporre un altro tipo, diciamo così, di sapienza, di parola: quella dei libri studiati, dei saggi. Così, mi sono buttata a capofitto nella ricerca con le altre donne per trovare la parola germinativa di me, di noi, della nuova lingua. Questa parola — sentivo — aveva un sapore nuovo, ma era difficile da articolare in un discorso nuovo. Era una parola non imparata sui libri, era una parola che partiva dal corpo, dall’esperienza quotidiana del vivere. Era una parola elaborata attraverso quel lavorio fatto di narrazione, testimonianza ed elaborazione comune dell’esperienza. Ecco, questo  accadeva nel Centro Ricerca e Documentazione Donna di Foggia che abbiamo fondato nel 1983. Quì ho realizzato di avere un dono che la vita mi aveva dato e di cui non ero consapevole. Io sono una delle prime donne che nel centro ha preso Parola. Avevo avuto la grande fortuna di nascere in Sardegna e avevo un grande esempio. Le altre donne avevano madri mute, sorelle mute, io invece avevo madre di parola, sorella di parola e questo mi ha aiutato a indicarmi la Via. Non dovevo negare l’Auctoritas della Parola studiata, dovevo in qualche modo cambiarne il Segno. La parola doveva essere stavolta una parola libera, in grado di dare senso alla mia esperienza, all’esperienza di vita delle donne senza più tra/ dirla, a partire da questa libertà nuova che insieme stavamo sperimentando.

per citare questo articolo

Rosa Porcu:

La parola dell’esperienza,

n. 37 - Parole,

maggio-agosto 2026

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Ho un’urgenza che è, prima di tutto, un atto di responsabilità: tornare alla Parola. Non come semplice unità fonetica o veicolo d’informazione (che pure mi sembra importante anche se non qui, non ora), ma come infrastruttura politica e sociale.