Ma è proprio questo che amo:
la possibilità di addentrarmi e
soffermarmi su domande che sento
così cruciali e impellenti
Han Kang1
Tu entra ed esci dalla metamorfosi
Qual è la tua esperienza che più duole?
Se t’è amaro il bere fatti vino.
Rainer Maria Rilke
C’è un aspetto comune in tutte e tre queste trasformazioni: l’impatto del soggetto con diverse forme del male. La moglie di Lot non riesce a resistere alla seduzione della distruzione di Sodoma in cui gli abitanti sono malvagi, cinici, corrotti e disumani;2 Gregor Samsa, impotente di fronte alla sua trasfigurazione dall’umano al non umano, rimane annichilito; Yeong-Hye, anche lei inerme rispetto alla violenza verso gli animali, prototipo di una violenza più generale dell’umano, decide attivamente di voler appartenere al mondo vegetale. Solo in quest’ultimo caso si può riscontrare una indignazione che porta a un atto estremo di rottura nel non volere più appartenere alla specie umana. Queste tre metamorfosi di fronte alla violenza, all’espressione simbolica della propria alienazione all’interno della famiglia e della società che si traduce nell’isolamento, nell’incomunicabilità con i propri simili, rimandano, a mio avviso, ad alcune problematiche che segnano profondamente la nostra quotidianità. La psicoanalista argentina Silvia Amati Sas ha definito “società traumatica” il contesto storico e sociale attuale caratterizzato da linee di tendenza coincidenti che mettono a rischio l’umanità stessa quali una grave, epocale aggressione ecologica al nostro habitat, le numerose guerre con una concreta minaccia nucleare e un aumento del potere alienante dei mass-media. A questi aspetti aggiungerei quella diffusa violenza quotidiana, a volte gridata, altre volte insinuante, sempre più pervasiva, anche grazie alla cassa di risonanza costituita dai social, che si traduce in un’offesa all’ umano e nella negazione dell’altro come soggetto. Una violenza che può essere considerata un epifenomeno di una diffusa cultura dell’autoaffermazione, dell’eccitazione rispetto alla fatica della complessità dell’incontro con l’altro. Mi chiedo se nel corso degli ultimi decenni non vi sia stata una inquietante deriva che ha portato a una vera e propria metamorfosi dei sistemi valoriali. Illustri padroni del vapore, ad esempio, considerano l’empatia elemento fondante per l’evoluzione umana in quanto siamo animali sociali, un bug (sic!) insinuatosi nel nostro cervello per distoglierci dalle vere mete quali la piena espressione di una libertà priva di ogni condizionamento dalle relazioni con gli altri (il giornalista Enzo Mauri parla di ego-libertà). Ancora, la tendenza a porre fine alle politiche di inclusione, come è avvenuto in America da alcuni mesi, considerate nefaste per i processi produttivi, mi pare costituiscano una forma aggiornata di eugenetica negativa,3 che in tempi non troppo lontani, cominciò proprio con l’emarginazione dei diversi e un ampliamento a dismisura di tali categorie. A questo proposito l’eugenista tedesco Alfred Ploetz, creatore del termine “igiene razziale” negli anni del nazismo ebbe ad affermare che la compassione, l’assistenzialismo a lungo andare danneggiano irrimediabilmente la società del popolo. Tutto ciò pone la questione, che ritengo ineludibile, su quale e quanta influenza il sociale può esercitare sulla psiche individuale, sulle nostre coordinate etiche, sui nostri riferimenti esistenziali, sugli obbiettivi che ci proponiamo, e altro ancora. Fino a che punto, ad esempio, rispetto alle diverse forme di violenza diffusa presente nel nostro quotidiano riusciamo a mantenere una dimensione consapevole e critica o a mutarci nel soldatino di piombo, della favola di Hans Christian Andersen, che il vento trascina nella corrente, e noi, nella corrente del senso comune? Sempre Silvia Amati Sas, partendo dalla domanda: «Com’è possibile che arriviamo ad accettare l’inaccettabile?», ha evidenziato l’esistenza in ciascuno di noi di una tendenza all’«adattarci a qualunque cosa», anche a situazioni estreme. Si tratta di una sorta di difesa originaria per la sopravvivenza, non percepita consapevolmente, che porta a un’adesione acritica alla realtà esterna, e a stabilire una tacita dipendenza dal contesto.
Provo a riannodare il mio discorso col tema della metamorfosi. Il termine “metamorfosi,” secondo l’enciclopedia Treccani, indica un «passaggio di forma, il trasformarsi di un essere o di un oggetto in un altro di natura diversa, una modificazione in genere, nell’aspetto, nel carattere, nella condotta, nell’atteggiamento morale o spirituale d’una persona… » e i cui sinonimi sono: «cambiamento, mutamento, trasformazione». Una questione da porsi, allora, è quella di distinguere una camaleontica e solo apparente mimesi, superficiale, inconcludente, propria dell’adattarsi inconsapevolmente a ciò che gli altri vogliono da noi, rispetto a un’autentica, profonda trasformazione, anche dolorosa, ma che può portare a un recupero della propria soggettività e al rispetto di quella degli altri, ma anche alla possibilità di perdersi. Narciso, metafora di uno degli aspetti più caratteristici della nostra contemporaneità, nel suo rimanere incantato dalla propria immagine, rappresenta l’opposto di una reale trasformazione in quanto resta paralizzato in un presente senza possibilità di incontrare realmente sé stesso e stabilire relazioni, anche complesse, conflittuali, ma potenzialmente vitali ed evolutive. Ci sono anche mutamenti profondi, non sempre salvifici, espressione di grandi sofferenze. Alcune di queste, tra le tante possibili, le ho ricordate all’inizio di queste note: Gregor Samsa; la protagonista del romanzo La vegetariana, altre le si può trarre da alcune forme di sofferenza psicotica nella clinica psichiatrica. Una mia paziente di tanti anni fa riteneva che tutto intorno si era trasformato in un teatro. Le persone che incontrava, i suoi alunni, i suoi familiari, probabilmente io stesso, anche se mi concedeva di incontrarla, tutti insomma, recitavamo per nascondere la reale intenzione di ingannarla. E, ancora in tema di metamorfosi, nella nosografia psichiatrica si ritrovano le sindromi deliranti di Fregoli e di Capgras. Nella Sindrome di Fregoli4 il paziente ritiene di essere ricorrentemente perseguitato da una persona conosciuta che ha modificato il proprio aspetto e si presenta sotto le spoglie di un’altra persona per non essere riconosciuta. Nella sindrome di Capgras, come nella mia paziente, invece, chi ne è colpito vive nella ferma convinzione che le persone a lui care siano state rimpiazzate da replicanti o da impostori a loro identici. Alla base di tali particolari forme di trasformazione vi è una profonda angoscia che si può definire ontologica in quanto riguarda vissuti di estrema precarietà del senso stesso della propria realtà esistenziale. Se in Ovidio la metamorfosi comporta solitamente un processo di diminuzione rispetto all’umano che può diventare animale, pianta, acqua, pietra, qui invece vorrei chiudere queste mie considerazioni proponendo una trasformazione profonda, frutto di una presa di consapevolezza e di una crescita soggettiva. Traggo ancora una volta dalla letteratura tale metamorfosi riportando una breve sintesi della trama del libro L’altra madre di Andrej Longo.5 In esso si descrive la drammatica vicenda di un ragazzo di sedici anni, Genny, che lavora in un bar di Napoli, a cui piace giocare a pallone e che, secondo gli amici, «come porta lui, il mezzo (il motorino), non lo porta nessuno». Accetta, anche se con una qualche reticenza, la richiesta di un amico più grande di guidare la moto in un taccheggio. Durante l’aggressione per impadronirsi della borsa di una ragazza di quindici anni, Tania, questa cade e muore. La madre della ragazza, poliziotta, decide di farsi giustizia da sola. Cattura Genny e lo imprigiona in casa sua. Lo costringe a entrare nella vita di Tania e nella relazione che aveva con la figlia. Gli fa indossare i vestiti della ragazza, mangiare le cose che Tania preferiva, sfogliare i quaderni, leggerne i diari, fare i giochi che madre e figlia facevano insieme. Progressivamente Genny passa dall’idea che quella donna sia “pazza” a sentire il dolore per la morte di Tania, non più una sconosciuta, e a quello arrecato a sua madre. Questa alla fine libera il ragazzo decidendo di non fargli altro male. Genny, dopo essersi allontanato, sentendo dentro di sé la pressione del dolore di quella donna, seguendo un moto d’istinto, torna di nuovo nella casa in cui era stato tenuto prigioniero riuscendo a salvare la madre di Tania dal suicidio. Mi piace concludere queste note con una frase di Robert Musil che mi pare costituisca un aspetto implicito di esse: «Nessuna cosa, nessun io, nessuna forma, nessun motivo è sicuro. Ogni cosa vive in una metamorfosi invisibile che non si ferma mai».
NOTE
1 Han Kang: Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti — Adelphi — 2024
2 Elie Wiesel nel suo libro Il dono della profezia — Giuntina — 2024, a pagina 59, citando la Midrash (un metodo di esegesi biblica seguito dalla tradizione ebraica) afferma che la moglie di Lot si gira per amore materno in quanto nella città che brucia vi sono ancora due figlie che non hanno ascoltato Lot di fuggire da Sodoma.
3 L’eugenetica è una controversa teoria che si propone di ottenere un miglioramento della specie umana, attraverso le generazioni. L’eugenetica negativa è un insieme di politiche che miravano a limitare la riproduzione di persone ritenute “indesiderabili”. Queste politiche hanno portato a sterilizzazione obbligatoria, segregazione razziale, leggi contro la mescolanza razziale, tentativi di genocidio e altro ancora.
4 La sindrome prende il nome da Fregoli, un famoso trasformista del teatro di varietà, 1867-1936.
5 Han Kang: L’ ora di greco — Adelphi — 2024