Però poi ho pensato che sul capolavoro di Kafka sono stati versati ettolitri di inchiostro e che forse il mondo avrebbe potuto evitare che ai molti pensieri, più o meno interessanti sul tema, si aggiungessero i miei. Ma subito dopo — mirabile come lavora la nostra mente — mi è tornato in mente un altro libro che ho letto di recente, e che mi ha fatto ripensare proprio alla Metamorfosi di Kafka, attraverso un parallelo che avevo intuito e promesso a me stesso di esplorare. Di solito evito di leggere i libri troppo mainstream, e per una sorta di snobismo letterario, tendo a rimandare di qualche anno la lettura degli autori appena premiati col Nobel. Attendo di capire — dopo un po’ di tempo — se davvero ne valga la pena. È una personale applicazione di una regola aurea che mi fu insegnata da un saggio professore di lettere con cui ebbi la fortuna di lavorare. La chiamo affettuosamente “la regola di RR”. Questo professore, RR, un giorno mi vide intento a leggere un corposo volume di un autore pressoché sconosciuto e mi apostrofò: «Dottore, lei è un grande lettore, e proprio per questo non può permettersi di leggere libri di oltre 500 pagine che non siano capolavori. Perché mentre legge questi tomi di dubbio valore, perde l’opportunità di leggere libri che davvero meritano la nostra attenzione». Da allora, ho fatto mia, e non perdo occasione di celebrare e condividere, questa regola e lascio decantare, aspetto che il giudizio del tempo mi sia d’ausilio… Tuttavia, Han Kang scrive romanzi decisamente sotto le 500 pagine, e le prime recensioni che avevo letto dopo la sua vittoria — inaspettata — del Nobel mi avevano incuriosito. Inoltre, il club del libro, di cui faccio parte, aveva deciso di affrontare una sua opera, e così ho fatto uno strappo alla regola. La vegetariana, considerato da molti il suo capolavoro, mi ha riportato alla mente Gregor Samsa e mi offre ora lo spunto per parlare ai lettori di Orione del tema delle metamorfosi e di questo libro sorprendente, di un’autrice che prima del Nobel credo fosse davvero poco conosciuta in Italia. Cercherò, come sempre, di non “spoilerare”, come dicono i giovani, ovvero di non raccontare troppo della trama. Anzi, spero di suscitare quella giusta curiosità che possa spingervi alla lettura: ne vale davvero la pena. Iniziamo, socraticamente, da una personale confessione di ignoranza. Nel mio immaginario, la Corea del Sud — per quanto distante — non mi sembrava poi così lontana culturalmente. La percepivo come più “occidentale” di altri paesi asiatici, sicuramente a noi più vicina per esempio della Cina e del Giappone: alfabeto fonetico, la Samsung, il pop, la K-culture… Piaceva anche a Michela Murgia (a proposito: mi manchi, MM, mi manca la tua letteratura oltre alle tue opinioni!). E invece mi sbagliavo, e anche di grosso. Un errore di prospettiva tipicamente occidentale, se non addirittura colonialista. L’ho scoperto proprio leggendo Han Kang: della Corea del Sud io non sapevo e non so quasi nulla, e la distanza culturale è molto più ampia di quanto sospettassi. Il nodo narrativo che dà il via alla storia è apparentemente semplice: la protagonista, Yeong-hye, decide di diventare vegetariana. Una scelta che in occidente può apparire ordinaria, perfino trascurabile, ma che nel suo contesto scatena uno sconvolgimento radicale. Preciso: Yeong-hye non è una bambina sotto la tutela dei genitori, preoccupati che possano venirle a mancare importanti micronutrienti in fase di crescita ma una donna adulta, sposata, autonoma. Eppure la sua scelta genera scandalo e disagio ed è il punto di partenza della tensione narrativa. L’incipit del libro è folgorante: «Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante». La decisione muta radicalmente la percezione che il marito ha di sua moglie, crea un vero e proprio sconvolgimento narrativo e pratico anche nella vita coniugale della protagonista. E qui veniamo al secondo aspetto peculiare di questo libro: conosceremo Yeong-hye da tre punti di vista, ma mai dal suo proprio. Ci sarà il marito, ci sarà il cognato e infine la sorella, non ci sarà mai invece la viva voce della vegetariana a raccontarci il perché di tale scelta — che quindi non viene spiegata — e il proprio punto di vista sulla metamorfosi, vera o presunta che sta affrontando. Il contesto familiare non accetta questa metamorfosi, la considera anomale, disturbante, inaccettabile, come nel caso di Samsa, proprio per la sua discontinuità rispetto a quello che è normale, consueto, socialmente corretto, verrebbe da dire “sano”. Anche la risposta della società — a iniziare dalla cellula familiare — è abnorme e anomala, al punto che il corpo della protagonista viene letteralmente disumanizzato: se per Kafka tale metafora sembra alludere a qualcosa di spirituale, per Kang il processo è all’opposto, perché il rifiuto anche violento della famiglia innesca un processo che da psicologico diviene fisico, al punto da autoconvincersi che dalla sua decisione possa discendere una metamorfosi non solo spirituale, ma reale. Come in Kafka, il corpo della protagonista diviene campo di battaglia: la scelta del vegetarianismo, fortemente controcorrente nel suo contesto culturale è un atto di sottrazione, un rifiuto silenzioso ma assoluto delle logiche patriarcali, familiari, sessuali. Il corpo di Yeong-hye diventa territorio di conquista altrui: il marito lo usa, la famiglia lo giudica, il cognato lo feticizza, la sorella lo protegge. Tutti, tranne lei, cercano di “usare” quel corpo, e lei reagisce con un tentativo di liberazione estrema, un ritorno alla natura vegetale, che è anche un’estetica della dissoluzione, un tentativo di annullarsi come individuo, proprio per cancellare quella logica di sottomissione e annichilimento che viene messa in scena dagli altri personaggi del libro nei suoi confronti. In questo senso si arriva alla conseguenza più logica ma anche più estrema: dal silenzio e dall’incomunicabilità si passa infatti all’alienazione. Se per Gregor Samsa l’impossibilità di parlare porta al rifiuto da parte della famiglia, alla repulsione, alla segregazione fino alla morte – peraltro vissuta come un sollievo e una liberazione dai familiari – per Yeong-hye è il rifiuto della protagonista a portare a condannarla a diventare una non-persona, un corpo malato, da ospedalizzare e curare e non più da comprendere. In conclusione, queste due metamorfosi, così distanti nel tempo, nel sostrato culturale in cui vengono raccontate e nello stile narrativo dei due autori, presentano più di un punto in comune: due protagonisti esclusi, perché non conformi, due corpi che parlano quando la voce viene negata. Kafka e Han Kang non raccontano la follia dei loro personaggi, ma la violenza del mondo che li circonda: un’umanità “normale” che preferisce escludere piuttosto che capire, reprimere piuttosto che accogliere. Due grandi libri, due sguardi distanti ma affini, che meritano tutta la nostra attenzione.
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Nella mitologia classica, la metamorfosi è il linguaggio degli dei.