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Un momento dell'intervista di Francesco Della Calce a Lorenzo Marone

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Un ragazzo normale

12 Settembre 2024
Francesco Della Calce intervista Lorenzo Marone
Un momento dell'intervista di Francesco Della Calce a Lorenzo Marone

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Un ragazzo normale

12 Settembre 2024
Francesco Della Calce intervista Lorenzo Marone

 «Però, la leggerezza è una cosa che dovrebbe appartenere per natura all’essere umano. Già il fatto di essere l’unica specie consapevole di esistere, di essere nulla, dovrebbe portarci a prendere la vita con profonda leggerezza».

Lorenzo Marone è rimasto un “ragazzo normale”. Eppure, citazione a parte, da dieci anni circa ha scritto una decina di romanzi diventati best-seller. Ricevendo altrettanti riconoscimenti (sempre circa) dalla critica letteraria seria. La pagina Wikipedia suggerisce che è tradotto persino in 18 paesi. Ha varie rubriche sui quotidiani nazionali e dal 2018 è direttore artistico della fiera del libro di Napoli Ricomincio dai libri. Approfitto del tema lanciato da Orione (Leggerezza) per fargli un’intervista informale. Siamo amici. Per questo sono andato sotto casa sua, al Vomero. L’ho trovato “per scambio”. Qui dalle parti del Vesuvio, si dice così quando improvvisando ti viene bene una cosa. Perché in questi mesi sta in continua tournée. Porta in scena Generazione X, un monologo divertente, sottile, originale. Da lui scritto e interpretato. Musicato, appena, da un clarinettista molto bravo: Davide D’Alò. Non mi resta che cominciare, dunque. Dopo un lungo “dietro le quinte” accompagnato da qualche birra e dalla tracklist (anni Ottanta) del Luca’s Pub, a via Raffaele Morghen. I riferimenti che seguiranno derivano da un’anteprima “bootleg”. Giancarlo Siani («Quando l’hanno ucciso è stato come perdere uno di famiglia, abitava a due passi da casa»), Troisi, Woody Allen, il gruppo synth pop degli a-ha, Gianni Amelio e Renato Carpentieri… Tutto buono per spunti vari e massimi sistemi. Del resto, le domande da bravo giornalista non le so fare. Con Lorenzo questo fatto, forse, diventa un pregio. 

Cos’è la leggerezza per te? 

«È una cosa enorme. Dovrebbe appartenere per natura all’essere umano. Già il fatto di essere l’unica specie consapevole di esistere, di essere nulla, dovrebbe portarci a prendere la vita con profonda leggerezza. E invece ci sentiamo importanti, onnipotenti.» 

Ritorniamo alle basi: a Massimo Troisi. 

«Per forza. Lui è uno di quelli che ha insegnato coi fatti a essere leggeri. Tra l’altro con tutto quello che aveva. Quindi, per me, non è solo “planare sulle cose dall’alto” come diceva Calvino. È proprio essere consapevoli di ciò che siamo all’interno del tutto. Siamo una specie presuntuosa, arrogante, che si crede al vertice di una piramide che non esiste. Se ci fosse una piramide al vertice ci starebbe il regno vegetale. Noi ci stiamo da due minuti sulla Terra. Le persone che si prendono sul serio sono quelle che detesto.»

E quelle che invece trovi leggere, oggi? 

«Vuoi i nomi? Nel mio mondo pochi. Questa storia dell’intellettuale ha stancato. A me è venuta voglia di ridere. Sarà l’età. Dare il giusto senso alle cose. Come la frase di Cesare tratta dai Vangeli. Questo incarna Troisi. L’ironia, l’autoironia. Tutto ciò che è raro, ormai, nella nostra società.» 

Una volta c’erano Flaiano, Zavattini, Moravia. Riuscivano a essere ironici dicendo cose serissime. Avevano capito la deriva del nostro popolo almeno come italiani. Erano pure uomini legati alla “pellicola”. Oggi uno scrittore importante come te racconta un certo tipo di Cinema e Narrativa assieme. È un’inclinazione naturale? 

«Posso parlare per me. La scrittura deve essere visionaria. Avvicinarsi alla Settima Arte. Se è fine a sé stessa diventa una barriera. Conta ricercare la bellezza. Un libro deve farti anche vedere.» 

Un tuo autore di riferimento? 

«Adesso faccio il saccente come sostiene qualcuno che m’ha accusato di esserlo. Non ce ne sono molti. Del tipo che mentre leggo, possa dire: “Cazzo, questa cosa avrei voluto scriverla io!”. Philip Roth, sicuramente. Poi, non ce ne sono tanti. Io mi sento bravo e lo dico. Soprattutto come narratore. Che in Italia nemmeno esistono più.» 

Questa esperienza di direttore di Ricomincio dai libri (ancora Troisi…) ha compiuto già sei anni. Il sottoscritto grazie a te ha partecipato lo scorso autunno con Francesco Piccolo. È una festa vera. 

«Infatti parte da San Giorgio a Cremano. Anche lì… Le fiere sono tre. Siamo quella con meno soldi, senza finanziamenti pubblici. Parte dal basso. Le associazioni, i librai. Riusciamo a fare numeri grandi, ad avere ospiti importanti. Le basi per fare una fiera del libro prevedono che chiami uno scrittore a fare il direttore artistico. E non diversamente come succede. Se compri il Napoli sulla panchina non ci puoi mettere uno scrittore. Se metti i tasselli al punto giusto forse le cose riescono meglio.» 

A proposito… Cos’è il calcio? È leggerezza il pallone? 

«Il calcio. Cioè, il calcio… Il Napoli! Con gli anni mi sono reso conto che la vera evasione è in quei 90 minuti in cui gioca il Napoli. Si azzera tutto. È un momento catartico. L’unico. Nemmeno un libro può farmi estraniare dal dolore, dalle difficoltà. Nel momento difficile ‘a partita d’o Napule è una cosa che incredibilmente mi distrae estraniandomi da ogni pensiero.» 

Un disco che ti fa pensare alla leggerezza? 

«La voce del padrone di Franco Battiato. Non è il suo album migliore però… È il cantautore italiano che probabilmente l’ha inventata la leggerezza profonda. Cuccurucucù è la canzone preferita di mio figlio.» 

Il film? 

«Forrest Gump. Lo rivedrei ogni 5 anni.» 

Sei napoletano, ma non ami la napoletanità di facciata. Che momento è per la nostra città? La gentrificazione ha anche dei lati postivi? 

«Sta portando alla qualificazione dei quartieri che è positiva. Così com’è positivo questo flusso che investe la città. Per anni mi sono sentito dire che si veniva qui apposta per salpare verso Ischia, Procida, Ercolano, Pompei, Sorrento. E invece dopo duemila anni si sono accorti che esiste Napoli dalla cultura millenaria. Il rovescio sarà che piano piano il centro storico sulla falsariga di Firenze, per esempio, perderà alcune caratteristiche tipiche.» 

Stai portando uno spettacolo in giro… 

«Si chiama Generazione X, che poi è la nostra. A proposito di leggerezza è un monologo semiserio. Si ride tanto. Siamo l’ultima generazione analogica, non digitale. La prima ad avere bambini piccoli e genitori anziani. È uno spettacolo dove scherzando si fa confronto anche con le altre generazioni che bene o male sono riuscite a fondersi. A trasmettersi valori, riferimenti culturali. Il solco vero è con i Millennials. Quella definita Z. A un certo punto “caccio fuori” una sorta di quiz. Per dividere “boomer” e non.» 

Come nasce? 

«Nasce perché un’amica mi aveva chiesto di fare un reading al Sancarluccio. Siccome a me i reading non fanno impazzire le dico: “Se mi viene di scrivere un testo, allora, te lo faccio ad hoc. Inedito. Dato che sto vivendo veramente male questa cosa dei 50 anni da compiere (ride), questo testo nato per scherzo è arrivato alle due ore. Sto già preparando il prossimo.» 

E il prossimo libro, invece? 

«C’è un anniversario del quale non posso parlare. Comunque torno al passato.» 

Che uomo sarà Lorenzo tra cinque anni? 

«Sono uno che sceglie. Ho fatte tre o quattro scelte molto difficili. Potevo essere un mediocre avvocato. Diversamente a trent’anni me ne sono andato dallo studio. Ho lasciato un contratto a 

tempo indeterminato in un’azienda.» 

Il paracadute lo lasci a casa, insomma. 

«Credo nel valore del tempo. Del nostro passaggio di vita. Bisogna aprire le gabbie. Pennablù che ho scritto di recente per Marotta e Cafiero parla di un pappagallo che arreda la sua gabbia.» 

Mi ricorda “Garibaldi”, il pappagallo di “Così parlò Bellavista”. Quando eravamo bambini noi rappresentava un sinonimo di libertà. 

«Se mi avessi richiesto il film preferito, ora, t’avrei risposto E.T.. Fa da colonna sonora allo spettacolo di cui sopra. Ah, è il mio film preferito!» 

Mentre ci salutiamo non ho il coraggio di dirglielo: la fantasia malata che tengo mi fa immaginare la bici Kuwahara sospesa nel cielo della California. Con Lello Arena sopra, al posto di Elliot, che prova a farsi “leggiero” due volte. Lo ammetto, Lorenzo m’ha fatto venire la sua stessa “voglia di ridere”. E di essere leggero. 

Crediti fotografici: Campo Base © 2024 

per citare questo articolo

Francesco Della Calce:

Un ragazzo normale,

n. 32 - Leggerezza,

settembre-dicembre 2024

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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