Secondo l’antica filosofia presocratica di Eraclito la vita si spiega attraverso l’eterna lotta tra gli opposti: ogni elemento richiama il suo contrario ed esiste solo in relazione a esso. La legge segreta del mondo risiede nella stretta connessione dei contrari che in quanto opposti, lottano fra di loro, ma nello stesso tempo, non possono fare a meno l’uno dell’altro. Assumendo questo principio come vero possiamo affermare che, per provare a descrivere la leggerezza, dobbiamo necessariamente ricorrere alla definizione del suo contrario, quindi, della pesantezza. Provo a immaginare la leggerezza come la metà alata di un intero che solleva, sostiene e completa, con un movimento dal basso verso l’alto il suo opposto che, dal canto suo, preme in direzione contraria sotto il peso irriducibile della gravità. Ma cosa rappresenta la pesantezza nel nostro immaginario collettivo che affonda le radici nella storia del pensiero dell’umanità? Spesso riteniamo pesanti tutte quelle situazioni in cui sentiamo forte un vincolo rispetto alla nostra volontà, al nostro libero agire o pensare. Di frequente collochiamo questo vincolo nel corpo associando la pesantezza alla corruttibilità organica, all’assenza di salute fisica, quindi anche alla malattia. Consideriamo in dicotomia con il corpo la psiche che associamo proprio alla leggerezza. Con la mente possiamo immaginare, spaziare senza confini temporali e fisici, possiamo ragionare per ipotesi cercando soluzioni creative; possiamo richiamare alle mente situazioni passate e prevedere quelle ancora non compiute sulla base delle nostre esperienze, ambizioni e volontà. Se ci soffermiamo sul termine psiche scopriamo che questa parola ha origini antiche, fu coniata dai greci, psiukè, e significa proprio soffio vitale. Il solo suono della sua pronuncia evoca un’immagine eterea e immateriale associabile, dunque, alla leggerezza. La dicotomia tra corpo e anima ricorre nella filosofia di Platone, in particolare nel Fedone, quando parla del corpo come una prigione da cui l’anima che è eterna, incorruttibile e ingenerata, va allontanata il più possibile per raccogliersi e trovare infine la sua pienezza nella separazione definitiva del corpo con la morte. Dopo Platone la tradizione cristiana ha assorbito la concezione platonica e per secoli il corpo è stato ritenuto causa di bassezza e corruttibilità dell’anima. Riprendendo la riflessione sui contrari, la dicotomia leggerezza-pesantezza fa dunque pensare a quella tra anima e corpo che prosegue fino a quando Cartesio nel 600 comprende l’importanza di unire la res cogitans (realtà psichica) alla res extensa (realtà fisica) nella ghiandola pineale, luogo in cui mente e corpo interagiscono mediante spiriti animali che si muovono attraverso il sangue lungo i nervi di tutto il corpo spinti da una forza idraulica. A partire dall’ interdipendenza tra corpo e psiche, può il nostro corpo pesante e corruttibile ingannare una psiche corrotta dalla sofferenza restituendole leggerezza? Considerando il collegamento tra il corpo e la mente e la loro complementarità può partire proprio dal corpo la possibilità di cambiare una stato mentale e questo può avvenire attraverso il sorriso e l’ironia. Il sorriso indotto, infatti, può scatenare una reazione fisiologica che coinvolge anche la psiche producendo una sensazione di benessere nel corpo. Provare a sorridere quando ci sentiamo tristi può migliorare il nostro stato d’animo.
I primi interessanti studi scientifici in merito furono condotti alla fine degli anni 80 da Martin Strack e Stepper e si riferiscono alle prime ipotesi di “feedback facciale” che afferma che le espressioni facciali possono fornire informazioni propriocettive, motorie, cutanee in grado di influenzare il processo emotivo. Secondo questa scuola di pensiero il nostro organismo riceve un feedback emotivo attraverso l’espressione facciale che stiamo assumendo in una determinata situazione, anche forzatamente, e proprio questo messaggio ci consente di comprendere, in via inferenziale, quale tipo di emozione stiamo sperimentando. In altri termini, non sorridiamo perché siamo felici, ma siamo felici perché sorridiamo. Per creare le risposte facciali appropriate, a un gruppo di soggetti era stato chiesto di tenere una penna con le labbra, a un altro gruppo con i denti e a un ultimo gruppo con la mano. I ricercatori ritenevano che tenere la penna con le labbra facesse contrarre solo i muscoli della bocca ma non degli occhi inibendo l’attività muscolare associata al sorriso e creando invece una sorta di cipiglio, tenendo la penna con i denti, invece, si sarebbero contratti i muscoli degli occhi e della bocca stimolando l’attività muscolare associata al sorriso e, infine, tenendo la penna con la mano sarebbe stata una condizione di controllo in cui nessun muscolo facciale sarebbe stato coinvolto. A quel punto i soggetti dovevano guardare dei cartoni animati giudicando quanto fossero divertenti. Il gruppo obbligato a sorridere con la penna tra i denti associava ai cartoni animati aggettivi molto più divertenti rispetto al gruppo che teneva la penna solo con le labbra, mentre il gruppo di controllo riportava aggettivi neutri. Secondo questo esperimento, sembrerebbe che la tensione di determinati muscoli facciali (come i muscoli zigomatici, necessari per sorridere) venga interpretata dal cervello come un motivo per essere felici e di conseguenza ci faccia percepire gli stimoli esterni (i cartoni animati, nello specifico) come più divertenti. Molto recentemente, Coles e i suoi colleghi, analizzando numerosi lavori presenti in letteratura su questo argomento, hanno confermato che le espressioni facciali possono davvero avere un impatto sulle emozioni sebbene non così forte da determinare cambiamenti emotivi in persone con disturbi mentali gravi come ad esempio la depressione. A partire da queste premesse quanto è importante nell’ambito dei servizi per la sanità e l’assistenza sociale e nelle professioni di aiuto utilizzare il sorriso per migliorare lo stato psicofisico dei pazienti? La terapia del sorriso, meglio conosciuta come clownterapia, è molto diffusa nei reparti pediatrici e ha lo scopo di rendere più tollerabili lunghe degenze ospedaliere, agevolare le cure mediche e far migliorare la funzionalità del sistema immunitario dei bambini. L’ospedalizzazione rappresenta spesso un momento critico per il paziente, oltre che per la malattia, anche per le caratteristiche proprie del contesto in cui si ritrova a vivere. Non a caso, per il sociologo Marc Augè, l’ospedale rappresenta uno dei non luoghi della surmodernità per eccellenza assieme al teatro, agli aeroporti, alle stazioni, ai centri commerciali e agli autogrill. I non luoghi, in contrapposizione ai luoghi antropologici, hanno la caratteristica di avere architetture standardizzate e di non essere identitari, relazionali e storici. Nell’ospedale, infatti, il tempo si relativizza e viene scandito dalle necessità delle turnazioni e delle cure mediche. I balconi e le finestre sono spesso inaccessibili, le pareti imbiancate con le tonalità fredde del bianco e dell’azzurro, raramente presentano, nei reparti pediatrici, immagini a colori. Le relazioni che si stabiliscono all’interno dell’ospedale sono dettate dalle condizioni forzate di degenza e non affondano radici nel piacere di stare insieme o in una libera scelta. In un contesto che si presenta così alienante, soprattutto per soggetti in formazione come i bambini oppure fragili come gli anziani, la leggerezza è uno strumento fondamentale perchè dona naturalezza ai legami sociali, funge da anestetico naturale, riscalda l’ambiente colorandolo con i toni caldi delle arti clowneristiche: narrazione, prestidigitazione, improvvisazione, musica e umorismo. Per scopi affini, in notevole diffusione, vi è lo yoga della risata, una pratica che stimola la risata attraverso esercizi al fine di migliorare lo stato di salute e benessere e superare momenti difficili. La pratica si basa su attività di gruppo in cui si sfrutta il contatto visivo tra persone e l’azione dei neuroni a specchio che permettono di attivare le aree motorie legate alla risata favorendo il contagio in chi osserva che avviene se qualcuno del gruppo inizia a ridere spontaneamente. Lo yoga della risata si basa su studi scientifici di Paul Ekman secondo cui il nostro corpo non riconosce la differenza tra una risata spontanea e una autoindotta e in entrambi i casi si registra un’attivazione dell’amigdala attraverso gli impulsi legati ai nostri muscoli che favorisce una produzione biochimica molto intensa, definita joy cocktail, che coinvolge endorfine, serotonina, abbassamento del cortisolo e aumento delle difese immunitarie. Concludendo possiamo affermare che la leggerezza può diventare un antidoto al dolore fisico o psichico, può essere una preziosa risorsa che non va confusa con la superficialità, la risata sterile o la puerilità. La leggerezza, al contrario, ci permette di riconoscere uno spazio libero e creativo all’interno del dolore e possiamo utilizzarla solo se quel dolore siamo in grado di riconoscerlo, accoglierlo e attraversarlo. La leggerezza può essere un modo di vivere e di esprimere un disagio, è una scelta consapevole, un punto anarchico di razionalità all’interno di un impulso fragoroso e primordiale che ha il suono di una risata. La leggerezza è narrazione attraverso metafora e paradosso, è sovversione della realtà che permette nuove visioni e cambiamenti di prospettiva. La leggerezza è connessione psicofisica in un punto di equilibrio, è sospensione di giudizio e accoglienza inclusiva attraverso la pienezza di un sorriso, il fragore di una risata che scompone la simmetria del viso o un respiro più profondo che ci stabilizza modo armonioso nei nostri confini corporei. E per te? Cos’è la leggerezza?
BIBLIOGRAFIA
Oswald Spengle: Eraclito Uno studio sui concetti energetici fondamentali della sua filosofia — Book Time editor — 2019
Olimpia Matarazzo, Vanda Lucia Zammuner: La regolazione delle emozioni — Il Mulino — 2009
Fabio Grigenti e Simone Aurora: Introduzione alla storia della filosofia. Dai greci al ‘900 — Editore Pearson — 2022
Marc Augé: Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità — Elèuthera — 2008