Perchè farsi domande se le risposte non sono in nostro potere? Meglio indossare gli alati calzari di Hermes e sorvolare con sguardo irridente il flusso della vita, badando al qui e ora in nome dell’io, l’unico pronome personale ritenuto degno di considerazione. La leggerezza così intesa è una “leggerezza di superficie”, immodificabile e senza grazia. Hermes, non a caso simbolo archetipico della leggerezza, era il dio dei traffici e dei commerci, le ali ai calzari gli servivano per arrivare prima degli altri. «Il dio dei viaggiatori e dei pastori, dio dei mercanti e del commercio, dio della persuasione, dio della menzogna e dell’inganno, dei giocatori, degli imbroglioni e dei ladri, dio dei crocicchi e delle connessioni, della velocità, dell’oratoria suadente, dio delle frontiere. Egli è il divino imprenditore, un mediatore, un intermediario senza etica e senza malizia. Gli piace concludere affari, condurre il gioco, mostrarsi intelligente. Non fa né costruisce nulla manualmente, né controlla alcunché, né ci guida verso la conoscenza, non assicura il regolare e costante funzionamento della società. Egli non lotta, come Ares, non nutre come Demetra, né protegge i deboli, i cuccioli e i bambini come Artemide. Ama il procedere e il paradosso, i trucchi e i rischi. Egli ha molte facce, è ambiguo, è l’amico di tutti. Non viene associato ad un luogo in particolare, non ha un tempio ne ha sacerdoti come gli altri dei, ma viene invece onorato ad ogni crocicchio».1
Questa leggerezza che identifica lo spirito dei capitalismi di ogni epoca è propria di coloro che rispondono ai problemi sociali con l’acronimo T.I.N.A., There Is Not Alternative, la lotta per la vita prevede “sommersi e salvati”, chi viaggia leggero vince. Questo archetipo della contemporaneità sembra aver definitivamente soppiantato Prometeo, archetipo mitico del secolo breve, che già nel nome implica “la pesantezza dell’essere”. Decide di rubare una fiaccola dal braciere che arde perennemente sull’Olimpo, la nasconde in una canna e la porta agli uomini. Sa che sarà punito, che Zeus si vendicherà, ma sa anche che quella fiamma rappresenterà per l’umanità l’inizio di un cammino che la condurrà lontano. La punizione di Zeus è terribile, ma Prometeo è “colui che riflette prima” mettendo in conto che fare il bene agli altri significa fare male a sé stesso. Marx lo aveva chiamato “il più nobile dei santi e dei martiri del calendario filosofico” ricordando, nella sua tesi di dottorato, le parole che nel Prometeo Incatenato, rivolse al messaggero di Zeus: «Io, t’assicuro,/non cambierei la mia misera sorte/con la tua servitù. Meglio d’assai/lo star qui ligio a questa rupe io stimo,/che fedel messaggero di Giove». Alleggerire gli altri dalla fatica del vivere col sacrificio di sé è un modello archetipico che sembra definitivamente superato dalle mutazioni e dai mutamenti del neocapitalismo. Le fluttuazioni del mercato globale configurano il trickle down model, secondo il quale l’arricchimento dei già ricchi, gocciolando, produce un miglioramento delle condizioni degli ultimi. Un assunto, smentito dai fatti, che viene perseguito dai mercati e ancora illude gli ultimi. Hermes e Prometeo mostrano la loro insufficienza, la leggerezza ermetica e la pesantezza prometeica non rispondono ai bisogni di una società complessa. Si tratta di polarizzazioni archetipiche che vanno superate. Si richiede oggi di semplificare senza banalizzare punti di vista molteplici, si tratta di mettere a fattor comune le diverse istanze, bisogna possedere le diverse epistemologie per attraversarle, la logica aristotelica va superata senza dimenticarla. Ci vuole una leggerezza d’arrivo, una leggerezza di profondità. È necessario, a mio parere, un diverso simbolo archetipico che sia leggero e pesante, luminoso e oscuro, diurno e notturno, vecchio e bambino, forte della sua debolezza, semplice e insieme complesso. Per superare la diade del Puer-Senex, antinomici come Prometeo ed Hermes, c’è necessità di un archetipo tricipite. Demetra, Kore e Persefone costituiscono la ciclicità delle forme della vita che definisce ogni istanza evolutiva sia personale che sociale. Kore, la fanciulla — il suo nome significa questo — è figlia di Demetra, che ha nel nome il suo essere madre. Viene rapita dal dio sotterraneo Ade e solo in seguito a una lunga ricerca da parte della madre potrà tornare in superficie. Essendosi però cibata dei chicchi del melograno offertigli da Ade, diventa Persefone. Trascorrerà un terzo dell’anno nel regno di Ade, di cui diviene consorte e regina, e il resto del tempo sulla superficie, insieme a Demetra. Un archetipo a tre poli in cui la ricerca della fanciulla, aperta al mondo, curiosa e ricettiva, diviene la donna-maga, a contatto con magia, conoscenza e potere sotterraneo. Ella è chiamata l’augusta Persefone, la saggia Persefone, una saggezza temporanea che deve essere rinnovata ogni volta, scendendo in profondità e risalendo nuovamente leggera. Come la primavera segue ciclicamente il periodo del dissodamento della terra e i mesi desolati dell’inverno, portando tepore, più luce e rinnovata crescita alla vegetazione, così Kore può riattivarsi dopo momenti di perdita e di depressione. Ogni volta che riemerge, ridiventa possibile aprirsi a nuove influenze e cambiamenti, portando di nuovo le messi agli uomini rendendo possibile alla madre Demetra il suo eterno compito. Una mitopoiesi che dà l’avvio a una storia ciclica, come è caratteristico del femminile, cui è dato per natura percorrere cicli di discesa e risalita. Demetra, Kore, Persefone tengono insieme gli estremi, rinnovandoli, diventando sintesi di riferimento di una leggerezza di risalita dalle profondità dell’essere e, insieme, paradigma del suo valore etico.
NOTE
BIBLIOGRAFIA
James Hillman: Puer Aeternus — Adelphi — 1999