Perché pare, anzi ormai è assodato, che la famosa citazione calviniana sia un abbaglio, si potrebbe dire anche fake news o, più prosaicamente, un classico telefono senza fili che modifica il messaggio via via. Com’era? «Prendete la vita con leggerezza, ché leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». E beh, no, non era affatto così. Andando a riprendere il libro tra le mani questa frase non salta fuori; certo ne saltano altre, sull’argomento, e nulla toglie che il concetto, di leggerezza, sia sicuramente quello più riconosciuto, oggi, tra le lezioni che lo scrittore ligure voleva lasciarci. Ma, e questo salta all’occhio tra le pagine, Calvino dice che «la leggerezza si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso». È quindi necessario, per imparare la sua lezione, seguire la strada della precisione e non della vaghezza, e precisare, dunque, le giuste citazioni. Praticare, come continua, la leggerezza della pensosità contrapposta alla leggerezza della frivolezza. A questo proposito ragioniamo sugli esempi citati nelle Lezioni: Cyrano de Bergerac, Don Chisciotte, il Decameron, ma anche le poesie di Dickinson o di Dante. Tutti classici; ma le lezioni americane non erano indirizzate ai posteri? È pur vero che, e qui speriamo di non sbagliare, «un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»; ma chi scriveva all’epoca di Calvino, o chi scrive oggi, ha imparato quella lezione? Calvino parla di leggerezza come sottrazione di peso, nello stile e nel linguaggio, si ripromette di «guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica», così come Il Barone Rampante che sale «sopra agli alberi, ma così in alto che nessuno se ne accorgerà» e guarda «da lontano il cielo cadere».¹ La leggerezza è un cambio di prospettiva, una sottrazione linguistica, stilistica, ma anche tangibile, che ci aiuta a modificare la nostra visione della realtà e la maniera in cui riusciamo, o non riusciamo, a raccontarla. Forse è l’unica strada che ci si presenta, a un certo punto, per riuscire a starci nella realtà, per sopportarla, gestirla. Pareva averla capita, chissà, magari ispirata questa lezione, Gianni Celati, che il suo sguardo fotografo sulle cose lo aveva ed era originalissimo, limpido. In Quattro novelle sulle apparenze, i suoi personaggi vacillano nel mondo, sembrano appesantiti da indecisioni, precarietà. In Baratto il protagonista, senza apparenti motivi, smette di pensare. Celati “pensoso”, come recita anche il risvolto di copertina dell’edizione Quodlibet, pare applicare quello che Calvino chiama un alto grado di astrazione. È arduo, in effetti, immaginare e figurarsi come possa essere il non pensare, sembra quasi un interrogativo filosofico complesso o un paradosso, e invece è semplice come imburrare una fetta di pane. Baratto sottrae alla sua vita un elemento che evidentemente sembra superfluo fino al punto di ridursi, o elevarsi, al mutismo. Un mutismo che è un approdo o un momento di ricerca di equilibrio, solidità, centratura. Sembra contraddittorio che un Celati pensoso sia un Celati che racconta un non—pensare; forse allora è meglio dire un pensare-bene, un pensare senza zavorre, che ci permette di planare sulle cose, perché no, e metterci in una posizione nuova, diversa, altra, per comprendere, capire, salvarsi.
Un artificio molto simile — seppure tra le proprie influenze l’autrice citi il Bartleby di Melville, che sicuramente aveva molto in comune con Baratto, e il Dwayne dal film Little Miss Sunshine, che si costringe al mutismo e comunica solo con biglietti — è quello utilizzato da Francesca Manfredi per il suo Il periodo del silenzio, pubblicato nel febbraio 2024 per La nave di Teseo. La sua protagonista, Cristina, decide di «tagliare le comunicazioni una sera di settembre, attorno alle undici. Sul momento fu una cosa banale. Non è così che iniziamo le cose importanti?». Cristina lavora in una biblioteca, immersa tra i libri, avvolta dalle parole, e decide di alleggerirsi di quelle parole inutili, poco alla volta, fino al mutismo. La sottrazione, ed era inevitabile, tocca anche la tecnologia. Parte da Instagram, poi Tinder, poi altri social ed app inutilizzate, lascia stare per un po’ WhatsApp, forse l’unica che le dava un legame con le vere amicizie. Dalla sua nuova condizione, o passione a cui dedicarsi, comincia a comprendere e ri-vedere alcune dinamiche della sua vita, alcuni istanti della sua adolescenza. Si sottrae dalla condivisione linguistica, non dalla comunicazione tout-court, accetta di sacrificare rapporti o convenzioni sociali senza abbandonare completamente la possibilità di incontrare, conoscere persone. Cerca un nuovo equilibrio e riscopre la necessità di un abbraccio o la libertà del sogno. Si accorge di essersi riappropriata del tempo e coltiva la comunicazione scritta, forse quella che più permette di ricercare la precisione della parola giusta, dell’espressione appropriata; la scrittura: insieme fisicità dell’azione, contatto, ma anche suprema astrazione, perché consiste nel legare e mettere in comunicazione lemmi, segni, suoni, che senza un atto di determinazione sarebbero per sempre destinati alla dissolvenza e alla vaghezza.

La cover del libro Il periodo del silenzio
NOTE
¹ I Ministri: Gli Alberi — Universal Music Group — 2010
BIBLIOGRAFIA
Italo Calvino: Lezioni Americane — Einaudi — 1988
Italo Calvino: Perché leggere i classici — Einaudi — 1991
Italo Calvino: Il Barone rampante — Einaudi — 1957
Gianni Celati: Quattro novelle sulle apparenze — Quodlibet — 2016
Hermann Melville: Bartleby lo scrivano — Feltrinelli — 1991
Valerie Faris, Jonathan Dayton: Little Miss Sunshine — Fox Searchlight Pictures — 2006
Francesca Manfredi: Il periodo del silenzio — La nave di Teseo — 2024