Ma cos’è l’arteterapia? È un intervento di aiuto e di sostegno non verbale in cui non serve la parola, ma dove tutto può diventarlo. Anche i colori e l’utilizzo dei materiali artistici danno vita a un processo creativo che produce benessere e migliora la qualità della vita. In arteterapia il fare è fondamentale ed è il fare con la propria impronta creativa a rendere terapeutico un percorso. Per questo, chiunque, anche se privo di abilità artistiche, può intraprendere un percorso individuale o di gruppo, con la certezza di potersi esprimere liberamente in assenza totale di giudizio. I campi in cui operare a livello terapeutico o riabilitativo sono i più vari. Utile con i bambini, gli anziani, gli adolescenti, gli adulti, persone con disabilità di ogni tipo o persone che si trovano in un momento particolare della propria vita o che solo abbiano voglia di trascorrere in modo sincero e creativo del tempo per se stessi. Per oltre quindici anni ho operato nel campo della disabilità grave e gravissima, mondo che non conoscevo e che mi ha arricchita come persona e come professionista. Non esiste una persona disabile uguale a un’ altra e, poiché ogni incontro è creato su quella specifica persona che ha determinate abilità e limiti, anche l’argomento colore ha assunto per me sfumature e significati impensabili. Per alcuni il colore è stata l’unica possibilità di dialogo. È diventato parola, racconto, richiesta di aiuto e molto altro.

Durante la mia formazione in Arteterapia clinica, ma anche per interesse personale, ho avuto modo di studiare e approfondire le varie teorie sul colore e di queste ho dovuto tener conto ma, spesso, e in particolar modo all’inizio della mia attività di arteterapeuta, non mi sono state di grande aiuto. In momenti di impasse ho dovuto trovare strategie che esulavano dai rudimenti teorici. Potrà sembrare strano ma, proprio in quel momento, la mia passione per l’arte del periodo surrealista mi è venuta in aiuto. Dovevo rompere schemi rigidi e preconfezionati per inventarne di nuovi. In particolare la spia si accese leggendo il primo verso di una poesia d’amore che il poeta francese Paul Eluard aveva dedicato alla sua bella Gala. La poesia cominciava così: «La terra è blu come un’arancia». Il surrealismo, in tutte le forme d’arte, ha esercitato su di me sempre un immenso fascino e posso sostenere che, in particolar modo con quel verso, è riuscita a modellare il mio stile d’intervento. Non avevo mai pensato che il sole dovesse essere per forza tinto di giallo e i prati di verde o il cielo di azzurro, ma quelle parole, così scritte e in quella sequenza, hanno fornito linfa nuova autorizzandomi a un’apertura talvolta originale e coraggiosa. Le persone che avevo di fronte, con qualsiasi tipo di compromissione cognitiva, fisica, con doppie diagnosi o altro, divennero i miei principali maestri, fornendomi, ogni volta, elementi nuovi per proseguire il percorso. Lavoravo con persone mute, cieche, alcune mute e cieche. Ciò che vorrei portare qui sono brevi racconti del loro percorso.

Lele, un ragazzo di circa venti anni affetto da una grave e rara sindrome, non aveva molte possibilità di muoversi e la sua comunicazione avveniva attraverso uno strano fischio e un altrettanto strano sorriso. Entrambi indecifrabili e comunque fraintesi. Risultava davvero una sfida quella di prenderlo in carico. Ma dopo infinite sedute, in cui imparai a respirare come lui, a sintonizzarmi con lui e con l’espediente piuttosto artigianale di uno strano caschetto posizionato sul suo testone, imparammo a comunicare proprio attraverso i colori. Con tutte le sue forze, mi portò a capire che quei lievi segni lasciati dal pennello infilato nel caschetto, rappresentavano la sua famiglia. Con il rosso parlava di sua mamma, una donna dalla capigliatura riccia e rossa e dal carattere passionale, con il verde parlava del suo papà, un uomo molto calmo e riflessivo, il nero invece era lui. Tanti incontri si susseguirono riempiendo, anche se con molta fatica, fogli di quei tre colori, ma a un certo punto, col progredire della sua malattia, il nero, ovvero lui stesso, scomparve e purtroppo l’assenza di quel colore non era altro che un annuncio della sua prematura scomparsa. Beppe, un uomo di circa cinquant’anni, affetto da tetraparesi spastica distonica, privo della parola, non aveva mai realizzato un disegno, né lavorato con materiali, né tantomeno usato i colori. Non immaginava neppure di poterlo fare. Seduto in carrozzina, non era in grado di poter lavorare attorno a un tavolo a causa delle sue distonie. Ma doveva pur esserci un modo per farlo partecipare agli incontri! E così lo trovai. Capivo che Beppe aveva un mondo di cose da raccontare e che soffriva molto nel non poterlo fare. Posizionando la carrozzina di fianco a una parete ben coperta da un telo in plastica sul quale veniva attaccato un grande foglio di carta, poteva lasciare traccia delle sue distonie che risultarono così funzionali al bisogno di raccontare. Attraverso lo sguardo, mi indicava di volta in volta il colore che desiderava utilizzare. Il colore scelto veniva da lui trasferito sul foglio con o senza l’ausilio di un pennello. Si trattava perlopiù di segni rapidi lasciati dalla mano che riusciva a colpire il foglio. Anche lui, come Lele, assegnò a ogni colore un significato e così cominciò a raccontarmi di accadimenti che lo avevano colpito durante la settimana. Il rosso di solito rappresentava qualcosa di brutto (un incidente o una malattia), il blu si riferiva a qualche suo compagno, il verde a notizie sentite alla radio o al telegiornale e così via. Dopo ogni suo lavoro iniziavo la mia intervista fatta di domande a cui lui avrebbe potuto rispondere con un sì o con un no mediante una strizzata di occhi o un lieve movimento della testa. È indimenticabile la gioia di Beppe, così come era quella di Lele, quando, attraverso la potenza dei colori, capivano di essere riusciti a comunicare fatti ed emozioni e talvolta anche a confidarsi. Avrei tanti e tanti casi da narrare, ma in ultimo voglio raccontare l’esperienza avuta con persone cieche e portatrici di non note sindromi. Ero stata contattata per un laboratorio di arteterapia da tenere in un centro ospitante persone cieche, spesso sorde e mute. Portai le tempere, essenze naturali e qualche frutto o verdura. Impregnai la tempera gialla di limone, quella verde di menta o basilico, quella rosa di rosa, al rosso abbinai fragole, i pomodori e così via… Riuscii così a catalizzare la loro attenzione sui colori passando dalle note olfattive. Erano elettrizzati da questa proposta e dopo solo pochi minuti qualcuno cominciò a richiedere la mia attenzione: «Paola, mi passi un po’ di limone? Paola che ne dici la menta si mette nell’insalata?». Le loro opere pittoriche rimasero profumate a lungo e tutti le appesero nelle loro stanze.