In montagna, il “tempo di testa”, primo ad arrivare, è quello adrenalinico della salita, del desiderio di arrivare in vetta a gran velocità, di misurarsi con la montagna sfidando la sua forza statica. È un tempo vitale, vera linfa per il nostro sistema emozionale. È il momento in cui la testa si svuota, i pensieri fluiscono. Segue poi “il tempo del cuore”, più lento ad arrivare e che io identifico con il momento della condivisione che può essere di cibo (quanta umanità nel compagno di camminata che ci offre la sua scorta di acqua, bene che in vetta diventa letteralmente vitale!) di sapere (le lectio magistralis o spiegoni di Giovanni) o semplicemente di attimi. È il momento questo in cui il cuore si riempie fino a traboccare. Infine c’è il “tempo di fondo” che spesso, a molti, sfugge: è quello del dialogo intimo, rumorosamente silenzioso con la montagna che smette di essere semplicemente un insieme di materiale sedimentato dal tempo e magicamente diventa Madre, Sorella, Amica, pronta ad accoglierti e a farti sentire sua parte integrante, lei che è la regina della natura, regina indomita e superba. È il momento in cui testa e cuore si allineano come vasi comunicanti di un unico sistema. È proprio in uno di questi momenti, durante la traversata dell’Alta Via, che mi sono ritrovata a condividere il passo con lui, il nostro Giustino Fortunato. I quasi 150 anni di distanza temporale tra noi, in un colpo, sono svaniti e mi è sembrato davvero di vederlo, prima al mio fianco, poi anticiparmi nella salita per liberami il sentiero e raccontarmi della storia antica, sacra, mitologica delle terre dei Lattari, dove i monti sembrano quasi scontrarsi con il mare, inchinarsi davanti alla sua infinita potenza per fondersi con esso in un abbraccio senza tempo. Giustino con voce ferma ha iniziato a narrarmi del carattere superbo fin quasi ostico delle terre che insieme stiamo attraversando, refrattarie per natura alla dominazione dell’uomo. Ma gli uomini e le donne nate tra questi monti da essi hanno ereditato ingegno, fierezza, amorevole dedizione. Con gli occhi lucidi, Giustino, mi ha raccontato dei mille sistemi da loro escogitati per rendere redditizio il terreno, (agricoltura eroica la chiamano), delle mulattiere costruite per permettere il pascolo alle mucche e alle capre che a quei monti hanno dato il nome (Lactarii). A un tratto l’immagine di Giustino sembra sfocarsi, ne intravedo appena l’ombra ma sento chiare le sue parole che riecheggiano come un monito, un invito una preghiera quasi: «Siate audaci come questi monti che non hanno temuto di sconfinare nell’ignoto del mare, hanno addirittura osato fondersi con esso senza mai perdere la loro prepotente bellezza, l’autenticità, la loro identità (guai a confondere il Molare con il Faito!). Siate fieri e liberi ambasciatori di queste terre, di questi monti dai quali provenite e dai quali avete ricevuto doni di inestimabile valore: ingegno, resistenza, bellezza, libertà». Gli sorrido, grata di aver condiviso con me un pezzo di traversata perché questa terra non va solamente camminata, bisogna attraversarla, toccarla, annusarla, ascoltarla fino a fondersi con essa.
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Introdurre il numero sulla partecipazione mi sembra assai facile se, per esempio e per idea, penso al Museo Eidos, che proprio in questi giorni compie un anno di attività.