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Orione 27 - Partecipazione - Dettaglio di copertina

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Partecipare: infinito presente

9 Gennaio 2023
Provare a inserirsi in una discussione a più voci sul concetto di partecipazione e sulle pratiche che ne discendono implica in prima istanza una sorta di autovalutazione che induce ognuno a chiedersi qual è il valore aggiunto che si può portare alla discussione sul tema.
Orione 27 - Partecipazione - Dettaglio di copertina

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Partecipare: infinito presente

9 Gennaio 2023
Provare a inserirsi in una discussione a più voci sul concetto di partecipazione e sulle pratiche che ne discendono implica in prima istanza una sorta di autovalutazione che induce ognuno a chiedersi qual è il valore aggiunto che si può portare alla discussione sul tema.

La risposta che mi sono data, in ragione della mia lunga esperienza di vita, di studi e di lavoro all’interno di quel costrutto sociale complesso che chiamiamo scuola, nonché della mia passione per le parole, mi spinge a proporre una piccola indagine storico-etimologica sul termine partecipazione e sui concetti ad essa profondamente connessi. Seguire la storia delle parole, quasi sempre, consente di leggere meglio la realtà, di mettere in comune significati, di sentirsi parte di una storia che ci precede, di far parte, di partecipare, appunto, a una comunità che, anche grazie al nostro contributo, cresce e si sviluppa. Far conoscere l’etimologia, con le finalità sociali e politiche che ho sempre attribuito al percorso conoscitivo che porta a possedere le parole, per me come docente di lettere e successivamente come dirigente scolastico, ha coinciso in massima parte con il mio mandato istituzionale. Ognuno deve dare quello che ha, ognuno è chiamato a mettere in comune ciò che gli è proprio, questo è il senso più immediato del concetto di comunità civile. Il lemma partecipazione è fortemente connesso a quello di comunità e ai valori, storicamente determinati, che ispirano la comunità di cui si è parte o a cui si aspira ad essere parte.

Partiamo, quindi, dall’etimologia di partecipazione, cioè dal nucleo semantico della parola. Non occorre essere linguisti di mestiere per cogliere che deriva da “pars capere”, prendere parte, essere e sentirsi parte di un tutto, che è una comunità, più o meno ampia , che va dal gruppo dei pari alle comunità reali e virtuali di cui si fa parte per nascita, per censo, per valori, per scelte personali. Partecipo se la comunità di riferimento soddisfa i miei bisogni e la mia visione del mondo, se comprendo di poter non essere solo un numero, ma di poter fare la mia parte, perché c’è bisogno di me, nella misura in cui io stesso ho bisogno degli altri. Questa, però, è una visione moderna di comunità e partecipazione, che sottende un ordinamento sociale di tipo democratico. È interessante considerare, in prima istanza, il corrispettivo in greco classico del latino pars, nel senso di porzione che si dice in greco meros (μέρος). Il sostantivo si connette, sempre etimologicamente, ad altre parole importanti: Μοῖρα «sorte, destino», che si connette, a sua volta, al verbo μείρομαι «avere in parte, in sorte». La Moira era una divinità triplice, Cloto, la filatrice della vita; Lachesi, la fissatrice della sorte toccata all’uomo; Atropo, la fatalità della morte. In altre parole, la vita ti tocca, non per merito, ma per una casualità che diventa causalità di tutte le tue scelte, di ogni azione, di tutta la tua vita. Ti tocca nascere in una comunità familiare, sociale e politica con un destino segnato a priori. Un’altra divinità, con la stessa radice etimologica, era Heimarmene, l’incarnazione del destino inevitabile, come dea del destino veniva equiparata ad Ananke, la dea della necessità.

Le vicende del mito greco, magna pars dell’immaginario collettivo occidentale, vengono portate all’attenzione della comunità dei cittadini, mediante le rappresentazioni teatrali, le tragedie. Chi allestiva gli spettacoli teatrali in Grecia? I cittadini più abbienti, che in assenza di una tassazione diretta, si assumevano i costi notevoli degli spettacoli, cui tutti avevano l’obbligo di partecipare. La formazione del cittadino passava, in assenza di una scuola pubblica, attraverso il teatro, che diventa scuola dell’Ellade. Quali i temi delle tragedie? Il mito, cioè a dire la religione e le rappresentazioni si tenevano durante le feste sacre. Aristotele nella Poetica delinea tale prospettiva pedagogica: lo spettatore  purificandosi dalle passioni tristi phobos e ileos (la paura e la pietà), raggiunge la catarsi. Così ognuno pacificato, accetta la necessità e può compiere il suo dovere di cittadino. Se Edipo, incolpevole, si acceca e lascia la città, se la stessa Elena, causa di tanti lutti, non può essere ritenuta colpevole dell’abbandono di Agamennone e della figlia Ermione, perché tutto era già scritto, come può un cittadino che per vivere deve lavorare a giornata, non piegarsi al volere degli Dei? Che senso aveva, quindi, la partecipazione, intesa nel suo significato moderno, per i Greci, se tutto era già determinato? La risposta si trova in altre due parole importanti e fondanti, che servono a esprimere l’idea di partecipazione alla comunità in senso attivo, obbligante anche per un soggetto la cui autodeterminazione non è contemplata nella sua immediatezza. Le due parole sono deon (δέον), il dovere e cateconta (καθήκοντα), le azioni appropriate. I greci non smettono di dirci che, al di là della tua sorte personale e contro i tuoi interessi individuali, se sei parte di una polis, se sei un polites, un cittadino, non puoi che compiere il tuo dovere, δέον, verso il tutto di cui sei parte, anche a costo della vita, compiendo azioni appropriate, καθήκοντα, al ruolo di cittadino. Partecipa alla cittadinanza chi rappresenta e pratica i valori della polis, soprattutto se sa che questi valori lo condannano alla perdita e alla sconfitta. Esemplari la vicenda e la figura di Socrate, che vive per partecipare e fondare una comunità rinnovata, ma accetta la condanna a morte per obbedire alla Leggi. Ovviamente, il concetto di cittadinanza e partecipazione erano fortemente esclusivi: la società classica era una società schiavile, l’uguaglianza non era prevista per gli schiavi, le donne e gli stranieri. I Greci, e in assoluto gli Spartani, tracciavano una linea netta di confine tra chi era fuori e chi era dentro la polis, erano estremamente gelosie preoccupati di non allargare il diritto di cittadinanza e, quindi, la possibilità di partecipazione. Nel 451/450 a.C. venne votato un decreto su iniziativa di Pericle che limitava  le condizioni per ottenere la cittadinanza: i cittadini ateniesi erano uomini di venti anni almeno, nati da un padre cittadino ateniese e di una madre figlia di un cittadino ateniese.  Pericle stesso, il cui figlio Pericle il giovane era nato da Aspasia, un’etera di Mileto, dovette richiedere una deroga alla sua stessa legge perché al figlio naturale fosse concessa la cittadinanza e i diritti a essa connessi. La partecipazione era connessa al diritto di cittadinanza, conseguenza dello jus soli. La naturalizzazione veniva concessa solo per meriti particolari, a seguito di una votazione a scrutinio segreto, con il voto di almeno 6000 cittadini. Si consideri che il sistema ateniese prevedeva che un limitato numero di cittadini, adulti e di sesso maschile, dai 30.000 ai 50.000 su una popolazione di 250/300.000, potesse proporre disegni di legge e votare.

D’altro canto, il concetto di barbaros (chi parla balbettando perché non conosce il greco) è parola greca. Decidere dove passa il confine dell’inclusione non è solo l’atto costitutivo di una comunità, ma la dichiarazione della forma di giustizia di cui tale comunità si fa garante. Anche in un mondo come il nostro, dove molte frontiere sono divenute permeabili, la questione identitaria può riproporsi nelle forme più arcaiche e irriflesse dell’appartenenza, senza diventare oggetto di seria considerazione nel dibattito pubblico. La partecipazione era un privilegio e insieme un dovere verso una comunità. Per sua natura escludente. Analogamente e diversamente avveniva a Roma. Notissima è la posizione di Cicerone, che ritenne la partecipazione elemento fondante della res publica : una partecipazione limitata ai soli cives, a coloro che avevano il diritto e la possibilità di accedere alle cariche pubbliche. La partecipazione era un privilegio e insieme un dovere verso una comunità: per sua natura escludente. Roma, però, si struttura nel suo atto costitutivo, vedi la leggenda di fondazione, come comunità di esclusi. Il gruppo di giovani uomini, tra cui i gemelli Romolo e Remo, sono gli espulsi dalla comunità perché socialmente pericolosi, fondano una nuova città, quale risultante da una fusione tra individui provenienti da diversi villaggi circonvicini. La città nasce da un fratricidio e le donne vengono procurate mediante rapimento. Un peccato originale che, sentito come tale, nel momento in cui Roma si avvia a essere caput mundi deve essere diluito e nobilitato: il mito della fondazione di Roma a opera di Enea, su cui si costruisce il mandato istituzionale del regime augusteo, a ben vedere non rinnega, ma esalta l’origine dei romani come migranti, un gruppo di vinti, i troiani, che costituiscono l’origine di un popolo che conquisterà i greci vincitori.

Si afferma, in qualche modo, che la comunità e la partecipazione a essa non coincidono con lo jus soli. Romani si diventa, fondando e difendendo una comunità mediante la guerra. Il concetto ciceroniano di consensus iuris è connesso strettamente a quello di utilitatis communio.1 Se c’è un utile condiviso si è ammessi alla cittadinanza e alla partecipazione. Il pragmatismo romano è il quid che ne caratterizza il senso. È in linea con questa premessa il punto di arrivo che fu la Constitutio Antoniniana. La partecipazione è presentata come un bisogno connaturato alla specie umana, ma perché ci sia comunità sono necessari due elementi: il consensus iuris e l’utilitatis communio; servono leggi condivise e una reciproca utilità per riconoscersi membri di un gruppo sociale. Interessante è la sua polemica contro quella  parte del ceto aristocratico, che si era ripiegato sui propri interessi personali. Cicerone li chiamava con disprezzo piscinarii, concentrati cioè sulle piscinae delle loro ville lussuose.2 

Si faceva strada la deresponsabilizzazione dei cives e la cultura della delega in politica, sostenute dal convincimento che nell’emergenza l’uomo forte può salvare le sorti dello stato. La partecipazione a Roma, con i suoi limiti, fu possibile fino all’instaurazione dell’Impero. Paradossalmente, nell’età tardoimperiale, si assiste al fenomeno della concessione del diritto di cittadinanza a tutti i sudditi dell’impero: una volta  mutato l’ordinamento istituzionale, diventi civis quando non puoi più partecipare. È in linea con questa premessa il punto di arrivo che fu la Constitutio Antoniniana, l’editto con cui, nell’anno 212 d.C., l’imperatore Antonino Caracalla concesse la cittadinanza romana a tutti, o quasi, gli abitanti dell’Impero. L’emissione dell’editto fu ispirata da finalità del tutto contingenti, di natura per lo più fiscale, volendo l’imperatore generalizzare le imposte fino allora dovute dai soli cives (per esempio, quelle sulle eredità e sulle manomissioni). Pecunia non olet. A Roma per la prima volta si separa il concetto di partecipazione da quello di cittadinanza. I romani, quindi, allargano il diritto di partecipazione, svuotando di significato l’espressione di orgoglio che consentiva di dichiarare civis romanus sum, la civitas non c’è più, diventare cittadino non è più un privilegio, ma un obbligo fiscale. Se non conviene essere cittadino, meglio cercare una cittadinanza celeste fuori dalla storia. Da qui nasce la ricerca di una comunità che trova la sua ragion d’essere in una dimensione di tipo religioso, il Cristianesimo è una promessa di cittadinanza per tutti gli esclusi, per gli ultimi, le donne gli schiavi, i miseri. Se non c’è comunità reale in cui posso agire e partecipare, deve esserci un a prospettiva rivoluzionaria che risponda a un bisogno sociale e personale.

Nel Medioevo, la risposta al bisogno di comunità e partecipazione è stata per secoli fornita dalla Chiesa, non c’è bisogno di ricordare che Ecclesia significa comunità. Rispetto a questa nuova comunità si configurano le nuove pratiche partecipative, sono tutti ammessi alla mensa del Signore, specie gli ultimi. Naturalmente, le pratiche della politica condussero a un tradimento del nuovo principium individuationis di partecipazione, spostando nell’aldilà la patria celeste, l’affermazione del pieno diritto di cittadinanza.

Il principio di uguaglianza, però, era stato enunciato e, spogliato dalla sua originaria dimensione religiosa, divenne lievito per tutte le battaglie fatte in nome dei diritti, passando per la Rivoluzione Francese, la Rivoluzione di Ottobre per arrivare alla attuale protesta delle donne iraniane. Dal Medioevo in poi, la storia europea, pur segnata da guerre, violenze e sopraffazione, si è mossa nel riconoscimento progressivo dei diritti umani e nel parallelo sviluppo delle azioni per rendere più ampia possibile la partecipazione alla comunità di riferimento per  tutti e per ciascuno. Sappiamo benissimo che si tratta di mere enunciazioni di principi generali, disconfermati dai dati di realtà, ma gli orizzonti sono importanti: la democrazia non è mai un dato, ma una tensione di fondo.

Nel frattempo, abbiamo assistito all’esplosione di una pluralità di comunità. Non più solo quella nazionale, la dimensione comunitaria è divenuta insieme amplissima e molteplice, richiedendo a ognuno di noi di agire dimensioni di partecipazione diversificate e talvolta confliggenti, come accade nelle community digitali, dematerializzate, ma non meno reali. Ognuno deve apprendere le diverse regole di partecipazione, in maniera  faticosa, certamente complessa, mai definitiva. È il postcapitalismo, bellezza. Potrebbe essere necessario, oggi, chiederci, prima di provare a partecipare, se le micro e macro comunità in cui ci immettiamo più volte nella stessa giornata, spesso contemporaneamente, siano da ricondursi ai concetti sociologici di gemeinschaft, che si traduce con unione o comunità, presupponendo una sorta di legame primordiale, o di gesellschaft, intesa quale società risultante da un’aggregazione di interessi.

La gemeinschaft, nella sua forma deteriore, si configura come associazione camorristica, la gesellschaft raffigura un modello di società che risponde ai principi razionali della massimizzazione del profitto: ovviamente diversi e contrapposti sono i rispettivi stili e modalità di partecipazione. Paradossalmente, oggi, assistiamo a gesellschaft che  si travestono da gemeinschaft: vedi i partiti politici identitari e polarizzati o le diverse community digitali. Ma questo è un tema altro, da non trascurare. Se c’è confusione, se la partecipazione (quella che Gaber identificava con la libertà) è diventata una faccenda complicata, mi sembra che  sia un fenomeno del tutto naturale: la nostra realtà complessa fa della complessità la sua cifra identificativa.

DALLA COMUNITÀ ALLA COMMUNITY

La stessa definizione di community riportata  dalla Garzanti: «insieme di persone, unite da un interesse comune, che si frequentano utilizzando mezzi di comunicazione telematici e si incontrano in ambienti digitali (forum, newsgroup, blog, chat); comunità virtuale», ci fa comprendere come il fenomeno sia diverso e analogo: quando in un contesto reale i miei bisogni primari non trovano spazio e ascolto, mi creo uno spazio altro che mi consente di essere comunità e di partecipare. Si è aperto uno spazio infinito seppur virtuale, ma se dimentichiamo che reale e virtuale non possono essere disgiunti e che  deprecare il presente, rimpiangendo un passato che non c’è più, ci pone fuori dalla storia, faremo la fine di Don Ferrante che morì di peste, convinto che la peste in quanto accidente non esistesse. La scuola ha tra i suoi compiti quello di educare alla cittadinanza e alla partecipazione, l’educazione al digitale, come nuova comunità, diventa uno dei suoi principali campi di azione. Qual è la differenza con la scuola del passato, che aveva comunque la stessa finalità? Fino a ieri, la scuola educava alla partecipazione a una comunità data e delineata in cui i docenti avevano pieno diritto di cittadinanza e ne conoscevano limiti e risorse. Oggi, il ruolo della scuola è di gran lunga più complesso. Prima di tutto ogni singola scuola, in un quadro generale segnato da incertezze e ingorghi normativi, deve fondare se stessa come comunità, poi deve inserire tutti e ciascuno, in base alle singole diversità, in un quadro comune di azioni condivise, spesso in controtendenza alle sollecitazioni che giungono dalle diverse comunità in cui ognuno è inserito. Il docente non è più chi mostra il cammino per essere comunità e partecipare, ma è colui che camminando, costruisce il cammino comune. Se prima di oggi bisognava insegnare come partecipare a una comunità definita, in cui il docente aveva diritto di cittadinanza esercitando un mandato istituzionale condiviso, ora il docente, ponendosi come un Ulisside deve non condurre a Itaca, ma cercare insieme ai propri studenti di superare le colonne d’Ercole, senza essere travolti dalla tempesta. La scuola, in direzione ostinata e contraria, deve continuare a dare le parole perché ognuno possa prendere la parola nel multiverso quantistico, in cui il gatto di Schrodinger può essere contemporaneamente vivo e morto. 

NOTE

1 «Est igitur — inquit Africanus — res publica res populi, populus aut e m non omnis hominum coetus quoquo modo congregatus, sed coetus multitudinis iuris consensu et utilitatis communione sociatus, eius autem prima causa coeundi est non tam imbecillitas quam naturalis quaedam hominum quasi congregatio; non est enim singulare nec solivagum genus hoc». 

«È, dunque — prese a dire l’Africano — lo stato ente del popolo; il popolo d’altra parte non è ogni aggregazione d’uomini aggruppata in una maniera qualunque, ma l’aggregato di un complesso di uomini unito dall’armonia del diritto e dalla comunanza di utilità. La ragione prima, poi, del suo unirsi, non è tanto la debolezza, quanto, vorrei dire, una propensione proprio naturale degli uomini ad aggregarsi: non è infatti questa specie né solitaria né solivaga». Cfr. Cicero: De Repubblica I, 25,39

2 Gli strali di Cicerone si appuntavano contro gli aristocratici che si dedicava quasi esclusivamente alla pesca nelle loro ville dedicate all’otium. Le piscinae erano laghetti artificiali per l’allevamento di pesci più o meno rari. Cfr. Cicero: Epistulae ad Atticum I,10  

per citare questo articolo

Ezilda Pepe:

Partecipare: infinito presente,

n. 27 - Partecipazione,

gennaio-aprile 2023

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Interrogare il tema posto da Orione ha una sua prima complessità: evitare l’ovvio. L’Ovvio che di per sé, nella sua generica in-significanza di affermazioni ripetute come un refrain, è l’opposto di quanto è nelle intenzioni della redazione della rivista: dare/ridare al concetto di partecipazione una centralità di significato operativo e di solidarietà.