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BrainChain di W. den Broeden

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Nella stanza del colloquio

9 Gennaio 2023
L’esperienza terapeutica rappresenta il risultato del confronto tra due menti dove viene contemplata una natura affettiva basata sulla partecipazione delle emozioni vissute dall’altro e una natura cognitiva intesa come capacità di comprendere il pensiero dell’altro.
BrainChain di W. den Broeden

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Nella stanza del colloquio

9 Gennaio 2023
L’esperienza terapeutica rappresenta il risultato del confronto tra due menti dove viene contemplata una natura affettiva basata sulla partecipazione delle emozioni vissute dall’altro e una natura cognitiva intesa come capacità di comprendere il pensiero dell’altro.

L’avvio di un buon percorso psicologico prevede sempre la costruzione di queste due parti, delle condizioni emotive e di quelle cognitive che favoriranno il cambiamento. Bion, un grande psicoanalista e figura di spicco nella ricerca psicologica, ci ha insegnato che «il paziente è il miglior collega perché è quello che ne sa di più».1 Occorre perciò una partecipazione attiva quando si sta seduti nella stanza di colloquio, riferita alla capacità di sviluppare una relazione basata sulla fiducia, sul rispetto e la collaborazione nel lavoro comune, al fine di affrontare i problemi e le difficoltà del paziente. Quando ci si trova in seduta è importante che il paziente partecipi attivamente e che si senta a proprio agio tra le mura del setting terapeutico. 

L’intervento terapeutico dovrebbe sempre essere accompagnato da un atteggiamento fiducioso, sebbene vi siano delle fasi di regressione in cui il terapeuta percepisce il paziente come poco partecipativo. Questi momenti di maggiore difficoltà rappresentano delle tappe di un percorso affrontato insieme. Capita alle volte che il terapeuta si senta scoraggiato nel vedere il paziente allontanarsi, si distanzia da quella linea di costruzione che si è delineata insieme in terapia. Ma proprio questi momenti, in cui sembra venir meno la partecipazione, servono al terapeuta per capire alcune immobilizzazioni improprie (spesso ci si sente in colpa per non riuscire ad aiutare il paziente). L’alleanza terapeutica va ripristinata, ci si dovrebbe concentrare di nuovo e meglio su uno scambio paritetico. È quindi un processo interattivo: rottura e riparazioni hanno un ruolo fondamentale, la rottura se riparata in terapia porta ad ampliamenti dello stato di conoscenza, in pratica quello che accade nell’ora di terapia accade anche nella vita di tutti i giorni.

Spesse volte, nelle fasi avanzate di terapia è sovente sentire il paziente che dice: «Dottore abbiamo un problema…». Questo vuol dire che il paziente sente l’alleanza terapeutica, che la partecipazione è entrata nel vivo e che il clinico può fare da specchio e lavorare al meglio su ciò che sta accadendo nella psiche del paziente. Vi è un rapporto di dipendenza del paziente dal terapeuta che è il presupposto necessario alla possibilità di fornire aiuto.

Così come accade che alle volte il terapeuta sperimenti sconforto per non riuscire a essere efficace e far sentire meglio il paziente, accade anche che i pazienti ci sopravvalutino. Bisogna stare bene attenti a non incappare nell’errore tecnico di farsi credere dal paziente onnisciente. Spesso il paziente brilla per intelligenza e cultura, e può essere molto esperto in argomenti che conosce per lavoro o per passione. In questi casi non bisogna sfidarlo, perché non si andrebbe nella direzione della costruzione di una relazione terapeutica funzionale, ma anzi si rischierebbe di rompere i livelli di partecipazione che con tanto zelo teniamo a costruire. Alle volte i nostri pazienti pensano che noi siamo una fonte autorevole di informazioni, tentano di assimilare il punto di vista con cui noi li vediamo e regolano la propria condotta in funzione di ciò. Quando questo accade il terapeuta dovrebbe evitare di fornire indicazioni distorte e non sottolineare le condotte inefficaci del paziente. Bisogna piuttosto proteggere il legame partecipativo e quindi osservare bene come il paziente ricorda e usa la visione terapeutica creando sempre un clima positivo connotato da stima e fiducia. 

Può succedere che noi terapeuti consideriamo i pazienti irresponsabili, pigri, e possiamo provare difficoltà a esprimere empatia verso di loro perché magari perché sentiamo che il nostro lavoro è vanificato, ma è proprio in questi momenti che bisogna interrogarsi su come tale pensiero possa distorcere la terapia e quindi bisogna ricollegarsi a quel concetto di partecipazione e di empatia che mai deve sfuggire alla nostra mente. Pertanto, quando si parla di partecipazione in terapia, intendiamo l’impegno che il paziente e il terapeuta investono, sia durante le sedute ma anche nei giorni che intercorrono gli incontri e il grado di partecipazione affettiva che circola nella stanza di cura. Da non confondere con una identificazione perché la relazione ha sempre una modalità simmetrica: chi chiede aiuto e chi mette a disposizione le proprie competenze per soddisfare il bisogno.

NOTE

1 Wilfred R. Bion: Apprendere dall’esperienza — Casa editrice Astrolabio — 2019

PER APPROFONDIRE

Antonio Semerari: La relazione terapeutica — Editori Laterza — 2022

per citare questo articolo

Filomena Izzi:

Nella stanza del colloquio,

n. 27 - Partecipazione,

gennaio-aprile 2023

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Interrogare il tema posto da Orione ha una sua prima complessità: evitare l’ovvio. L’Ovvio che di per sé, nella sua generica in-significanza di affermazioni ripetute come un refrain, è l’opposto di quanto è nelle intenzioni della redazione della rivista: dare/ridare al concetto di partecipazione una centralità di significato operativo e di solidarietà.