Significa la rinuncia a una quota della propria libertà sacrificata a un’entità superiore che, se per un verso ci limita, per l’altro ci garantisce sostegno, accettazione, stabilità. Per contro la dispensatio della immunitas ci solleva dal fardello di dover rendere conto a qualcosa di più grande di noi. L’erosione della communitas ha una lunga storia che inizia con la nietzschiana “morte di Dio”, continua con la progressiva diminuzione dell’importanza dello Stato, e si conclude con l’inarrestabile appannarsi del frattale più piccolo, quello della figura del padre, come hanno illustrato nel modo più convincente lo Zoja de Il gesto di Ettore e il Bauman di Elogio della letteratura. Le ricadute di questa trasformazione di assetto sono sotto i nostri occhi e possiamo provare a rileggerle, precisando subito, però, che l’individualizzazione che ha allontanato la capacità e la propensione a una partecipazione autentica ha la sua matrice nella figura di Narciso. Porsi al servizio di un’opera da realizzare insieme ad altri, soggettivarsi senza oggettualizzare gli altri come avviene regolarmente oggi. Anche Pigmalione, intento alla creazione della sua Galatea, si realizzava attraverso la sua dedizione all’opera che aveva cominciato a compiere, mentre Narciso non riesce ad amare altri che sé stesso. Il grande comparatista Stefano Tani, nel suo libro Metafore del XXI secolo. Schermi, Alzheimer, Zombie, altrettante metafore del narcisismo, spiega poeticamente lo spostamento del focus dallo sguardo rivolto verso gli altri, con cui condividere progetti comuni, allo sguardo che si specchia in sé stesso. Allo schermo del computer o dello smartphone manca la scintilla, è opaco, e quel che ci rimanda è la nostra stessa immagine con cui entriamo in relazione in modo simmetrico.
Per altri versi, poiché il fluire della vita viene meno se facciamo astrazione del passato e non riusciamo ad affacciarci compiutamente sul futuro, schiacciati come siamo nel momento presente, non può non prodursi lo svuotamento tipico dell’Alzheimer, in senso esistenziale, e l’incapacità di far ardere il nostro fuoco creativo ci rende talvolta simili agli zombie di Romero, il cui correlativo oggettivo è la supina accettazione del pensiero unico dominante nelle diverse tribù dei social. Latita il dialogo, quello vero che riesce a vedere nell’altro un soggetto. Venuta meno la potenza del Nome del Padre, che hanno descritto Lacan e poi Recalcati, i nostri nativi digitali, privati di una guida autorevole e delle imprescindibili azioni di contenimento, di argine, di sanzione quando è necessario, per un verso si sentono delle piccole divinità a cui tutto è dovuto, padroni del mondo, invincibili; per poi confrontarsi con la vita reale al di fuori del contenitore protettivo della famiglia e sentirsi sperduti, piccoli, spauriti. Questa situazione assolutamente inedita in cui si trovano i nostri figli è alla base degli atti di autolesionismo, degli attacchi di panico, del trinceramento del proprio corpo nei disturbi alimentari o nel palestrismo o vigoressia dir si voglia. La realtà fatta di partecipazione si è sbriciolata in una realtà di monadi, in cui ciascuno si sente un’animula vagula blandula come quelle descritte da Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano. È vero che spirano forti venti di restaurazione, di arroccamento identitario, di bisogno di autorità e di rigore. Ma non è certo attraverso i movimenti populisti e il disotterramento di slogan come “Dio, Patria e Famiglia” che si potrà risvegliare una partecipazione virtuosa. Non è affatto virtuoso da parte di Putin far “partecipare” alla sua guerra contro l’Ucraina un milione di giovani che, quando possono, preferiscono scappare all’estero piuttosto che essere usati come carne da cannone.
Non è virtuoso in Italia riesumare leggi liberticide, comprimere la libertà di espressione, criminalizzare i raduni di qualunque genere. Innanzitutto bisognerebbe cercare di capire quali capisaldi essenziali siano saltati e in che tipo di “mondo nuovo” (e Huxley non viene citato per caso) ci troviamo. Shoshana Zuboff, nel suo libro Il capitalismo della sorveglianza, è molto chiara in proposito: «Ci sono tre modi evidenti nei quali il capitalismo della sorveglianza si distacca dal capitalismo di mercato: per prima cosa, si basa sul privilegio di una libertà e di una conoscenza illimitate; per seconda cosa, abbandona gli storici rapporti di reciprocità con le persone; per terza cosa, dietro allo spettro della vita nell’alveare è possibile intravedere una visione collettivista della società, sostenuta da un’indifferenza radicale».1 La globalizzazione ha trasformato la partecipazione di persone che si erano alacremente confrontate sui progetti da portare avanti, in sciami di individui che quando si ritrovano a protestare per qualcosa sanno di volersi opporre a qualcosa di ingiusto o sgradito, ma sono ben lungi dall’avere un programma comune. Le parole d’ordine mi sembrano dunque non solo spirito critico e consapevolezza, ma anche la disposizione e l’impegno ad andare verso e insieme all’altro: a partecipare sul serio a un rinnovamento essenziale.
NOTE
1 Shoshana Zuboff: Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri — Luiss University Press — 2019