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Luigi De Magistris

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Vivere e lottare per i propri diritti

9 Gennaio 2023
Intervista a Luigi De Magistris.
Luigi De Magistris

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Vivere e lottare per i propri diritti

9 Gennaio 2023
Intervista a Luigi De Magistris.

Che cosa significa prendere parte? Quale tipo di comportamento può essere considerato a tutti gli effetti un atto di partecipazione?
La partecipazione, letta dalla parte del cittadino, significa interessarsi, informarsi, mobilitarsi. Significa non essere indifferenti. È la strada per ribellarsi, pacificamente, alle ingiustizie. Esserci fisicamente e manifestare per qualcosa che migliori la condizione nella quale siamo calati in quel momento storico.

E per chi fa politica?
In questo caso la partecipazione non si esaurisce nell’ascolto del cittadino, ma nel trovare tutte le forme possibili per renderlo protagonista del processo decisionale. Penso alle forme referendarie, ai bilanci partecipativi, e a buone pratiche amministrative che alimentino un processo partecipativo.

Lei, quando era sindaco, che strada ha seguito?
Noi, ai tempi, abbiamo messo in campo tanti processi di partecipazione dal basso. Perché quando una decisione politica viene calata dall’alto viene peggio digerita. Ma se c’è una fase di codecisione e di confronto e di dialogo si genera una maggiore armonia. Lo abbiamo fatto su temi che hanno spaziato dall’antimafia sociale alle battaglie contro l’ambiente. Una politica del dialogo accresce il senso di partecipazione e crea le condizioni per farlo.  

 Quanto è sottile la linea di confine tra la partecipazione politica e quella sociale?
Il mondo dell’associazionismo porta avanti un ruolo importantissimo su questo fronte. Negli anni ho visto un fermento incredibile che prescindeva dalla politica e pre-esisteva a ogni soggettività politica. Le associazioni fanno un grande lavoro. Mi viene in mente Scampia che è diventata negli ultimi dieci anni l’area con il maggior numero di associazioni in tutta Italia.

Riscontra un divario tra Nord e Sud rispetto al senso di partecipazione dei cittadini?
Non direi. In alcuni contesti geopolitici c’è senza dubbio storicamente una democrazia partecipativa più forte con radici lontane e profonde. Penso alla Toscana o all’Emilia Romagna. Ma oggi direi che non si può parlare di una distinzione in questo senso. È tutto molto legato alle condizioni politiche e di intervento che in quel momento si creano su un determinato territorio. Tutto si sviluppa a macchia di leopardo. Anche se va detto che al Nord negli anni c’è stata una partecipazione più forte.

Cosa secondo lei può contribuire di più allo stimolo di una partecipazione?
Io credo molto al ruolo delle autonomie locali. Solo così si può stimolare la partecipazione su più livelli.  

Prima di diventare Sindaco di Napoli nel 2011, lei ha scelto una campagna elettorale tra la gente, per le strade, sul suo scooter è andato e ha ascoltato ogni angolo della città.
Quella è stata una rivoluzione. Non ci credeva nessuno, ma io ho deciso di lavorare sul singolo perché avevo di fronte una città piegata e una politica che era stata incapace di dare risposte. Ho pensato cosa posso fare? E mi sono messo materialmente a girare, metro per metro, ribaltando tutto. Per avere un rapporto diretto e la gente ci ha creduto. È stata oggettivamente una rivoluzione.

Perché anche una partecipazione così forte può, dopo anni, venire meno?
La parte difficile è proprio questa. Dare continuità a questi fenomeni. Dipende dalla capacità di creare delle soggettività politiche più grandi che alimentino la partecipazione. Nel mio caso il senso di partecipazione era legato alla mia figura e ammetto di essere stato travolto da una città troppo complicata che non mi ha dato più il tempo di tenere in piedi quel filo diretto di ascolto, condivisione e partecipazione. Non si è riusciti come squadra a dare una continuità al processo positivo che si era creato.

Cosa è adesso per lei partecipazione, in qualità di portavoce di un partito?

Non smetto di credere in questa direzione. La partecipazione non è qualcosa di localizzato. Ma un elemento centrale del programma politico in cui si coinvolgono i cittadini.

Le nuove generazioni sembrano distanti dalla vita politica del Paese. Eppure sono proprio loro quelli che dovrebbero partecipare di più.
Nelle mie due campagne elettorali i giovani sono stati protagonisti, si è rotto il tabù. I ragazzi non sono disinteressati, vanno solo intercettati. Con il linguaggio giusto, ma anche con i temi che vengono trattati. Vanno considerati non soggetti passivi, ma collaborativi. Se si parla di cose che a loro interessano, come il lavoro, l’uguaglianza di genere, l’ambiente, l’alternanza scuola lavoro, i diritti. In piazza ho visto da parte loro una grande partecipazione. Certo va detto che i ragazzi cercano riferimenti e in questo momento storico in Italia non c’è un volto, un nome che li rappresenti e gli dia quello stimolo. Per esempio li si dovrebbe coinvolgere di più sul tema della pace. Sul tema delle mafie che da anni vive un calo di tensione.

La scuola. Il luogo in cui questo moto alla partecipazione può e deve nascere.
La scuola pubblica e l’università sono i primi focolai della partecipazione democratica. Sono i luoghi attraverso i quali sono nati i movimenti che hanno cambiato il corso della storia. È il contesto dove si alimenta e si costruisce il pensiero critico. Ma se la scuola perde il suo ruolo e diventa la scuola azienda che produce più mercificazione che persone, allora perdiamo un pezzo fondamentale di questo percorso.

Chi è il primo nemico della partecipazione?
Il consumismo fine a se stesso. L’apparenza come elemento di forza nella società. Un progresso non più inteso come armonia tra anima e produttività, come massimo sviluppo della persona umana, ma come un prevalere dell’Avere sull’Essere. A discapito della dignità, solidarietà, è questo un modello che nasce agli inizi anni 80. Un modello che ha predominato e sta travolgendo tutto, mortificando tutti. Ma è frutto di una strategia non certo di un cambiamento naturale delle cose.

Quanto la democrazia in cui viviamo permette alle persone di partecipare alla vita politica del paese?
Ancora poco. Dovrebbe dimostrare nel concreto che vuole combattere contro le condizioni che portano alla rassegnazione, piuttosto che alla partecipazione. Dovrebbe sostenere un mondo mediatico che inviti all’approfondimento e non al condizionamento.

Sarà anche banale, ma non posso non chiudere questa intervista con Giorgio Gaber che cantava “La libertà è partecipazione”.

Adoro Gaber. E non potrei non essere d’accordo con lui. La partecipazione significa emanciparsi e quindi sì, essere liberi. Quando divenni magistrato giovanissimo, in Calabria, tutti mi chiedevano «A chi appartieni?». Il fatto di essere legato a un nome, a un qualcuno ti mette al guinzaglio. Ti preclude la strada della partecipazione. E loro questo volevano. Che non diventassi un soggetto partecipativo con la mia dignità. Per questo dico sempre ai più giovani di partecipare, vivere e lottare per i propri diritti. Solo questo ci rende liberi.

per citare questo articolo

Manuela Giuliano:

Vivere e lottare per i propri diritti,

n. 27 - Partecipazione,

gennaio-aprile 2023

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Interrogare il tema posto da Orione ha una sua prima complessità: evitare l’ovvio. L’Ovvio che di per sé, nella sua generica in-significanza di affermazioni ripetute come un refrain, è l’opposto di quanto è nelle intenzioni della redazione della rivista: dare/ridare al concetto di partecipazione una centralità di significato operativo e di solidarietà.