In entrambi i casi ho realizzato dopo, a volte molto tempo dopo, di aver mancato l’incontro o, viceversa, di averlo realizzato. Bello e brutto sono concetti opposti e complementari. Esistono in relazione e mutano nel tempo. Elaboriamo di continuo una nostra concezione della bellezza e della bruttezza in rapporto al tempo che viviamo, alle idee che maturiamo e alle scelte e alle esperienze che andiamo realizzando. La stessa storia della concezione estetica, in ogni campo dell’espressività umana, è una lunghissima evoluzione verso paradigmi interpretativi in costante mutamento dove a un’avanguardia ne segue sempre un’altra. Ma esiste una bellezza assoluta? Una sensazione oggettiva che si prova a prescindere dal contesto, dalla moda e dalla storia? Ho provato a pensare a qualche esperienza di bellezza assoluta vissuta nel corso della mia vita. Qualcosa di bello in sé, ma non ci sono riuscito. Ho riscontrato sempre una dimensione soggettiva ineliminabile in ogni giudizio estetico. Certo è difficile non pensare alla bellezza assoluta di fronte a una tela di Raffaello, alla Cappella degli Scrovegni, a una scultura di Michelangelo… E lo stesso si potrebbe dire di un tramonto sul Trasimeno e di un’alba sulle Dolomiti. Forse nel primo caso la bellezza sta nell’abilità dell’artista e nel secondo nella meraviglia che suscita Madre Natura. Ma in entrambi i casi non si sfugge a una relazione soggettiva con l’oggetto che suscita la sensazione di bellezza. Conosco tante persone che nutrono una cosmica indifferenza a tanti oggetti di bellezza e a tante opere d’arte che al sottoscritto viceversa suscitano emozioni indescrivibili. Io stesso ho scoperto di nutrire una totale indifferenza per tante manifestazioni artistiche che in altri suscitano profonde e manifeste reazioni emotive. Ho associato spesso l’idea di bellezza a quella di benessere pensando a tutte le volte che mi sono immerso in un contesto o in un paesaggio, anche virtuale (urbano, estetico, musicale, letterario, naturale…), ricavandone la convinzione che forse la finalità della bellezza sta nel farci sentire bene. Di conseguenza siamo portati a definire bello tutto ciò che ci suscita una sensazione di benessere. Ma può essere bello anche solo ciò che uscita emozioni, non necessariamente positive o di benessere, che magari ci provocano e/o ci interrogano, o ci ispirano. O forse semplicemente seminano una scintilla che si manifesta e brilla solo molti anni dopo. La memoria umana ha una struttura narrativa, elabora e rielabora il proprio racconto e recupera nel suo percorso evolutivo rappresentazioni di momenti svaniti ma rimasti come segni di ferite emotive che riemergono. Di sicuro l’esperienza della bellezza come ferita emotiva che segna il nostro essere, popola e arricchisce il nostro immaginario e orienta i nostri comportamenti futuri, rappresenta la principale singolarità del vivente. Ricordo la prima volta che varcai i confini del nostro Paese per un viaggio on the road verso l’Europa. Avevo poco più di vent’anni e tanta voglia di vivere e di immergermi nella bellezza. Ricordo i giorni di Parigi e la giornata che trascorsi al Louvre come un’esperienza straordinaria ma la sensazione di bellezza che provai passeggiando per tutta la serata e fino a tarda notte per le strade del Marais è rimasta indelebile nella mia memoria.

In futuro, ovunque mi sono recato, per lavoro o per svago ho sempre amato fare il flaneur, passeggiare senza meta e poi trovare un angolo di una piazza, uno slargo, un piccolo giardino o un terrazzo nel quale potermi eclissare seduto a un tavolo di un bar per perdermi nel paesaggio urbano e nella sua storia. Consumando una bibita o un caffè mi piace osservare la gente che passa, ascoltare il brusìo indistinto delle voci e immergermi lentamente fino ad annegare nel più assoluto piacere contemplativo. Per me è un modo di fruire della bellezza del luogo e di trarne piacere. Ci sono posti che evocano storie e memorie o anche solo tramonti che fermano il tempo, anche solo per pochi minuti. Cercare questa magia per me è una esperienza di assoluta bellezza. Ho visto musei, cattedrali, castelli, storici palazzi, splendidi giardini, straordinarie opere d’arte delle quali mi resta sicuramente il ricordo, che necessita però di essere periodicamente rinnovato dai cataloghi o dai libri che parlano di essi. Ma le mie piccole immersioni contemplative come quel piccolo locale di affacciato sulla curva di un canale da cui si scorgeva la cattedrale, mentre sprofondato in una paffuta poltroncina, insieme alla mia famiglia, sorbivo un the alla pesca in tazze di colore bleu Vermeer, accompagnato da una fetta di torta, le ricorderò per sempre nei minimi dettagli, senza alcun bisogno di rinforzo evocativo. Un’esperienza di assoluta bellezza.

Conobbi tanti anni fa un frate minore francescano che stava sperimentando, insieme a un suo confratello, un’esperienza missionaria di povertà fuori convento, per essere più vicino alle persone più emarginate ed escluse per aiutarle e sostenerle. Mi aveva chiesto un aiuto, e mi recai un pomeriggio presso la sua abitazione che consisteva in due stanzette al piano terra di un cortile, in un paesone agricolo, privo di ogni bellezza, della provincia di Napoli. Il posto mi suscitò una sensazione di squallore. I due monaci avevano allestito nel medesimo cortile, uno stanzone spoglio e disadorno adibito a moschea, per consentire agli immigrati di religione islamica, di potersi ritirare in preghiera. Mi raccontarono i loro progetti rispetto alle cose da fare nel mentre pulivano un mucchietto di cicoria. Io gli raccontai il mio agnosticismo e il mio disinteresse per le religioni. Loro mi precisarono che l’unica cosa importante era credere nella centralità dell’uomo e considerare ogni persona un valore. In quel posto povero, squallido e disadorno abbiamo costruito le premesse di un progetto che poi abbiamo in parte condiviso, un progetto che ha occupato e orientato gli ultimi trent’anni della mia vita, che mi ha portato a cambiare lavoro e abitudini, a frequentare luoghi e persone che mai avrei immaginato di incontrare. Davanti a un piatto di cicoria, in compagnia di due autentici monaci senza tonaca, che oggi non ci sono più, ho vissuto forse una delle esperienze di bellezza più intense della mia vita. Di sicuro la più intensa insieme a quella che ha dato vita ai miei quarant’anni di matrimonio. Non a caso due momenti che hanno dato vita a due progetti di vita. Programmare, condividere e realizzare progetti rappresenta l’esperienza di bellezza più intensa che io abbia mai conosciuto. L’emozione degli incontri, la fatica del percorso, il piacere di un traguardo e/o la delusione di una sconfitta, la percezione di una vita ricca di senso e dell’utilità di esserci ogni mattino, sono un veicolo indiscutibile verso la percezione di ogni bellezza. La bellezza è in ogni cosa, a volte brilla di più a volte di meno. Seppure esiste in assoluto non è mai fine a se stessa. Il suo scopo è dare luce alle luci. Se non la vediamo è solo per difetto di visuale dovuto a una mancanza di sintonia con il vivente. Perdiamo la bellezza quando smarriamo il senso del nostro essere al mondo. Per recuperarlo basta fare progetti.