Prima di addentrarci nel profondo della tematica, è necessaria una breve esplorazione dei concetti coinvolti. Il termine sesso ha una origine biologica, legata all’identità anatomica che permette di distinguere tra maschio e femmina, in riferimento alla capacità di produrre gameti maschili o femminili. Quando parliamo di genere, invece, ci riferiamo al significato sociale assunto dalle differenze sessuali, attribuendo loro i comportamenti che ci si aspetta siano legati ai maschi e alle femmine; possiamo parlare, a tal proposito di maschile e femminile come dimensioni strutturate su codici simbolici socialmente costruiti. L’identità di genere è uno dei costrutti fondanti il processo di costruzione dell’identità dell’individuo e corrisponde alla convinzione individuale di essere maschio o femmina, ovvero alla convinzione che ognuno ha di sé come appartenente a un sesso o a un altro. La maggiore confusione cui assistiamo è quella tra identità di genere e orientamento sessuale che, invece, riguarda l’attrazione emozionale, romantica, sessuale verso una persona in base al proprio sesso. Date tali doverose premesse, affinché lo spazio per gli equivoci possa assottigliarsi sempre più, possiamo scalfire la superficie e addentrarci nel nucleo della tematica del genere. È stato un tempo molto lungo quello durante il quale ogni forma di varianza di genere è stata etichettata come omosessualità, pur essendo concetti che, come appena spiegato, hanno a che fare con piani diversi dell’individualità umana. DSM I e DSM II parlavano di deviazioni sessuali, DSM III parla di Disturbo dell’Identità di Genere, inserendolo tra i Disturbi Psicosessuali, DSM IV introduce la sezione dei Disturbi dell’Identità di Genere. È con il DSM V,[1] del recentissimo 2013, che assistiamo al primo vero cambio di rotta, non parlando più di disturbo, ma di Disforia di Genere, riferendosi a una marcata incongruenza tra il genere esperito e il genere assegnato, associata a disagio clinicamente significativo, compromissione nell’area sociale, lavorativa, o di altre aree importanti del funzionamento.
Queste sono le definizioni che ci fornisce la scienza, ma cosa vuol dire per una persona avere una disforia di genere? Cosa vuol dire guardarsi allo specchio e vedere altro da sé? Cosa vuol dire desiderare la sordità ogni volta che si viene chiamati? Sono proprio questi gli aspetti sui quali si lavora quando si ha a che fare con la disforia di genere, affinché si possa far pace con quelle parti di sé che si vorrebbero eliminare, facendone il vero punto di partenza; avere una disforia di genere non presuppone la fine di una vita e la nascita di una seconda, quanto un fil rouge che congiunga le due istanze e, questo, in funzione del principio che essere persona è essere intero, non sgretolato, non frammentato. Il principio di base è partire dalla persona, non dal disforico, non dal trans, questa è una condizione, certo primaria, certo insidiosa, certo prepotente, certo violenta, ma non sono le condizioni a definire le persone. È opportuno specificare che, nel nostro paese, affinché si possa accedere a terapia ormonale, cambio di genere anagrafico, interventi chirurgici mascolinizzanti/femminilizzanti, è necessaria certificazione medico legale attestante diagnosi di disforia di genere, che scaturisce dalla conclusione di un percorso psicologico specifico. L’aspetto più problematico di tali percorsi di transizione riguarda la dimensione del tempo: una persona con disforia di genere, prima di giungere a una consapevolezza sulla propria identità di genere, affronta le insidie della rimuginazione con lo spauracchio dell’angoscia di non sapere chi si è, spesso, di non sapere se si è qualcuno o qualcosa.
Le famiglie, inevitabilmente, procedono con tempi diversi, ed è tutto sommato lecito che sia così; anche il contesto familiare ha diritto alla concessione di un proprio tempo per aprire in sé uno spazio non di accettazione, quanto di comprensione di ciò che sta accadendo ai/alle propri/proprie figli/figlie, fratelli/sorelle, nipoti. Non possiamo prescindere dalle famiglie; oggi, finalmente, l’attenzione si sposta dall’individuo alle relazioni che lo stesso instaura con gli altri e con l’ambiente esterno. L’individuo fa parte di una serie di sistemi, in ognuno dei quali assume ruoli, invia e riceve comunicazioni e assume taluni comportamenti piuttosto che altri. Lavorare in tale direzione vuol dire fornire la possibilità di raccontare storie cambiando prospettive e capire che la disforia di genere di un membro della famiglia crea uno shock, uno squilibrio, un congelamento sui quali intervenire. La dimensione del tempo muove le fila dei percorsi psicologici degli utenti, spesso, inizialmente, concentrati sull’ottenimento della relazione diagnostica; è però doveroso l’aspetto riflessivo affinché si giunga al passaggio dalla consapevolezza all’accettazione. Di mezzo ci sono sfide molto complesse che hanno a che fare con uno spazio molto complesso che spesso si fatica a trovare nel mondo, nel proprio sistema di riferimento, ma, soprattutto in se stessi. È davvero molto complesso rinchiudere in poche righe un viaggio, un percorso, intenso e insidioso come quello della transizione. Noi non parliamo di transessuali o di disforici, noi parliamo con e di persone; per–sona: risuonare attraverso, riferendosi agli attori del teatro classico che parlavano attraverso la maschera. Noi risuoniamo, parliamo attraverso noi stessi, siamo il nostro primo strumento di relazione, ancor prima del modo in cui veniamo identificati o riconosciuti.
Le persone con cui ho lavorato sono state Guerrieri, stelle spente pian piano illuminarsi, talenti, artisti, prigioni in cui nascondere corpi odiati. Ho visto persone arrendersi e non tornare, altre arrendersi e poi tornare, le ho viste raggiungere traguardi, le ho viste imparare ad amarsi, prendersi per mano e volare via. Normale, non normale, natura, contro natura; vi è una sola normalità possibile e accettabile, che risiede nella libertà di essere.
NOTE
[1] [Ndr]: DSM è la sigla per indicare il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, unificato e valido in tutto il mondo, redatto dall’American Psychiatric Association.
BIBLIOGRAFIA
Harry Benjamin: The Transsexual Phenomenon — Ace Pub. Co. — 1966
Murray Bowen: Dalla Famiglia all’Individuo. La Differenziazione del Sé nel Sistema Familiare — Astrolabio Ubaldini — 1980
Gianfranco Cecchin, Mara Selvini Palazzoli, Boscolo Luigi: Ipotizzazione, circolarità, neutralità: Tre Direttive per la Conduzione della Seduta — Terapia Familiare vol.7, 7 – 19 — 1980
Davide Dèttore: Il disturbo dell’identità di genere. Diagnosi, eziologia, trattamento — McGraw Hill — 2005
Philippe Caillé, Yvelin Rey: Gli oggetti fluttuanti: metodi di interviste sistemiche. La capacità creativa delle famiglie e delle coppie — Armando Editore — 2004
Stefano Cirillo, Matteo Selvini, Anna Maria Sorrentino: Il Genogramma. Percorso di autoconoscenza, integrato nella formazione di base dello psicoterapeuta — Terapia Familiare — 2011
Robert J. Stoller: Sex and Gender — Cambridge: Science House — 1968
Alessandro Taurino: Psicologia delle Differenze di Genere — Carocci — 2005
Carl A. Whitaker: Considerazioni Notturne di un Terapeuta della Famiglia — Astrolabio Ubaldini — 1990
FILMOGRAFIA
Gaby Dellal: 3 Generations – Una Famiglia Quasi Perfetta — 2015
Tom Hooper: The Danish Girl — 2015
Tony Marchant: Butterfly (miniserie) — 2018