Adotto come incipit la locuzione inglese: sharing is caring perché, come capita spesso, l’idioma britannico riassume sinteticamente ciò che la nostra splendida lingua direbbe in circonvolute parafrasi. In vero, la lingua latina ci soccorre: andando alle origini di condividere, cum aliquo divido, ovvero dividere qualcosa con qualcuno. Il senso del dividere che gli antichi ci tramandano implica però anche l’altro: la locuzione cum, ovvero con, coinvolge un’altra persona e denuncia la nostra cura per l’altro. La scuola è un’organizzazione complessa e come tale promuove il knowledge sharing. Eppure esiste una larga zona d’ombra fatta più di knowledge hiding che di manifesta condivisione con gli altri: si assiste a fenomeni quali fingere di non sapere abbastanza o di non saper fare, pur di non collaborare. La mia esperienza mi porta a ricavare due conclusioni generali:
- le persone condividono volentieri i loro saperi se alla base esiste la condivisione dei valori e degli obiettivi a cui tende la comunità di appartenenza;
- la condivisione è facile e spontanea quando il lavoro è percepito come autonomo e libero da pressioni, quali possono essere il desiderio di ricompensa o al contrario il timore di essere ridicolizzati o puniti.
Il focus di questa breve dissertazione sarà quello di individuare i fattori necessari innanzitutto alla costruzione di una comunità educante che si ponga come rete virtuosa di collaborazione ed offra il proprio contributo alla popolazione residente. La prima immagine che mi sovviene come utile paragone è quella di un cervello, che ha bisogno dei suoi fattori neutrofici per nutrirsi, gli stessi che alimentano le sinapsi per creare costantemente milioni di nuovi connessioni. Ebbene la scuola potrebbe essere una di queste sinapsi, all’interno di una rete neuronale costituita, deputata a creare sempre nuove connessioni purché nutrita da conoscenze condivise, dall’empatia, dal positive thinking, dal rispetto per sé e per gli altri, dalla curiositas che sempre anima chi cerca il meglio da partecipare. Essa è l’ambiente ideale perché all’interno circolano ingenti quantità di saperi e ogni giorno sono richieste complesse abilità di problem solving: i tantissimi materiali prodotti, se adeguatamente condivisi, contribuirebbero ad allargare la visione personale, a implementare i concetti in possesso dei membri della comunità. Si produrrebbe il cosiddetto effetto knowledge cascade, i cui benefici superano la mera diffusione di contenuti e si realizzano invece nei processi di elaborazione degli stessi. I lesson plan predisposti dai docenti sono come ricette condivise, composte da diversi ingredienti più o meno alla portata di tutti; la ricetta è la stessa ma i risultati quasi mai coincidono.
Eppure tutti hanno usato gli stessi ingredienti, ma a un certo punto dell’elaborazione qualcosa non ha funzionato, forse i tempi, forse gli strumenti, una piccola distrazione occorsa in un momento delicato. Gli insegnanti si scambiano un modello di lezione (la ricetta), lo si fa continuamente negli incontri collegiali, nelle programmazioni settimanali (la scuola primaria è l’unico ordine di scuola che si incontra settimanalmente per programmare insieme le attività) eppure i risultati sono diversi, gli apprendenti non raggiungono gli stessi risultati. Qualcosa si inceppa. Il ruolo della comunità a questo punto è quello di intervenire per capire le dinamiche: condividere ciò che è successo aiuta a capire cosa modificare o migliorare, soprattutto aiuta a costruire modelli esportabili che possono essere utili a tutti. Interrogarsi sui singoli momenti della prassi attuata stempera anche il disagio di chi non condivide perché si sente inadeguato. I feedback che pervengono sono preziosi contributi alla ricetta di successo che assieme si vuole costruire: servono di fatto a costruirne non una, ma un numero indefinibile di varianti. La scuola, di fatto, è una comunità di pratica perché è fatta di persone che condividono una shared passion di cui si occupano e imparano a farlo meglio interagendo continuamente. Il termine è di recente conio ma le comunità di pratica sono antichissime. Non è nemmeno necessario che i membri della comunità si incontrino sempre nello spazio di lavoro: pensiamo agli Impressionisti, ai letterati del passato che si incontravano nei cafè oppure negli spazi pubblici disponibili, per discutere dello stile di pittura o degli scritti che si apprestavano a inventare. Questi incontri erano addirittura più produttivi di quelli ufficiali, perché i loro scambi informali contenevano preziosi semi destinati a germogliare. Erano input lanciati come dadi e ricombinati dai presenti. Il fenomeno si ripete negli incontri informali tra gli insegnanti, che si ritrovano in condizioni simili a quelle dei letterati del passato per scambiare notizie di casi ed episodi accaduti, arricchendosi reciprocamente e inconsapevolmente di nozioni e strumenti utilissimi da usare on the job, dando vita a una co-costruzione di saperi condivisi, cioè un repertorio condiviso.
Il valore della comunità così costituita all’interno della scuola non è solo intrinseco e auto-referenziale ma serve lo scopo di superare i confini dell’aula e uscire sul territorio, in un fenomeno fluido di tracimazione dei saperi, parafrasando Zygmunt Bauman e la sua società liquida. I tempi molto difficili che la pandemia ci sta imponendo, obbligano la scuola a un avvicinamento a modalità di insegnamento ibride: così gli insegnanti si riuniscono on line per programmare lezioni a distanza. È una rivoluzione dello stato delle cose: la comunità di pratica si è trasferita dietro lo schermo come risposta all’emergenza. È stata chiamata DAD e ora si legge DID, ma al di là degli acronimi che rimangono comunque fredde e sterili sigle, dietro di essi brulica e vive uno scambio di informazioni virtuoso, un lavoro oneroso di specifically designed content, perché il passaggio dalla didattica in presenza a quella a distanza non è un semplice cambiare abito, ma esige una preparazione accurata e la scelta di metodologie e tempi consoni. Ecco che le piattaforme di lavoro diventano il tavolo virtuale di scambio, prendono il posto della grossa scrivania in sala docenti e funzionano allo stesso modo: ovvero consentono di condividere ciò che si è prodotto, presentarlo agli altri membri, valutare il feedback, implementare il risultato. Si compie on line il ciclo di Deming, do-plan-check-act, puntando al raggiungimento della massima qualità attraverso l’interazione tra ricerca, progettazione, test e produzione. Non c’è fruscìo di fogli, ma impercettibili rumori di velocissimi token che attraversano lo spazio del web, messaggeri di saperi che verranno intercettati e salvati in cassetti virtuali, andando a creare repository preziose, nelle nuvole che ogni scuola-comunità ha in dotazione. Ma il fenomeno emergente nell’ambito della condivisione, imposto dal distance learning è il coinvolgimento forzato dell’altra parte dello schermo, ovvero dei genitori, o altri familiari che si sono trovati a rivestire i panni di tutor dell’apprendimento, in altri casi di coach o di mentor nei casi più virtuosi. L’epidemia da Sars-Covid 2 è stata un potente catalizzatore della condivisione dell’apprendimento con le famiglie degli apprendenti: i genitori hanno cominciato a vivere l’apprendimento dei loro figli non più come spettatori ma come co-attori. I messaggi con i docenti sono diventati altro che semplice lamentatio: essi hanno lasciato il posto alle richieste di contenuti; ci si è ingegnati a cercare risorse che potessero semplificare il lavoro ai propri figli per condividerle poi con altri genitori. Le minacciose chat dei genitori hanno cominciato a ospitare messaggi pregnanti, allontanandosi dal banale gossip e mirando a dare e ricevere informazioni più o meno risolutive di problemi incontrati dalla maggioranza della classe. Così si sono strutturate comunità di pratica parallele, che vivono e gravitano nel virtuale, abitano lo schermo o le chat telefoniche, ma possiedono anche le caratteristiche di una reale comunità di pratica, con membri che si riconoscono come portatori degli stessi interessi, animati dagli stessi obiettivi ed intenzionati a crescere nei loro saperi, scambiandosi e condividendo pratiche sperimentate o ricevendo suggerimenti e consigli atti a migliorare il loro status quo. Il ritorno alla normalità è auspicabile, previa conservazione del modello ibrido di insegnamento apprendimento generato dall’emergenza in corso. Solo così passeremo dalla Rivoluzione all’Evoluzione.
PER APPROFONDIRE
Etienne Wenger: Comunità di Pratica — Raffaello Cortina Editore — 2006
Dorothy Leonard and James Martin: How Your Organization’s Experts Can Share Their Knowledge — Harward business Review — 2019
Marylène Gagné , Amy Wei Tian , Christine Soo , Bo Zhang , Khee Seng Benjamin Ho and Katrina Hosszu: Why Employees Don’t Share Knowledge with Each Other — Harward business Review — 2019
Zygmunt Bauman: Modernità liquida — Editori Laterza — 2011