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Il lavoro è terapeutico

12 Dicembre 2019
Parto da due immagini per sviluppare le note che intendo proporre. La prima è quella di una mostra: Collezione di utensili in disuso, legati al lavoro artigianale, di Piero Leddi.[1] Non ho alcuna intenzione di riproporre logiche nostalgiche di un passato felice — se non il dispiacere, per quel che mi riguarda, del disuso delle penne stilografiche.

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Il lavoro è terapeutico

12 Dicembre 2019
Parto da due immagini per sviluppare le note che intendo proporre. La prima è quella di una mostra: Collezione di utensili in disuso, legati al lavoro artigianale, di Piero Leddi.[1] Non ho alcuna intenzione di riproporre logiche nostalgiche di un passato felice — se non il dispiacere, per quel che mi riguarda, del disuso delle penne stilografiche.

Quello che voglio sottolineare è come il cambiamento radicale di ciò che costituisce il nostro attuale modo di lavorare non solo riguarda le logiche dell’organizzazione di esso, ma segna innegabilmente anche le relazioni sia intra che interpersonali dei soggetti. Se la fatica fisica del lavoro si è in genere ridotta proprio grazie ai nuovi mezzi utilizzati, d’altra parte è aumentata la tendenza all’essere soli nell’affrontare i compiti legati alle nostre attività e i luoghi di lavoro sempre meno costituiscono spazi all’interno dei quali sono possibili confronti, scontri, interazioni, sviluppi, momenti di solidarietà o di conflitto. La seconda immagine che voglio richiamare è quella delle parole poste all’ingresso del lager di Auschwitz: Arbei macht freiIl lavoro rende liberi. La scritta poteva rientrare in tutta una serie di inganni studiati ad arte per tranquillizzare le vittime dello sterminio in modo da evitarne ribellioni,[2] ma probabilmente aveva anche un altro significato ancora più terribile. Secondo le logiche del nazismo quel lavoro di annientamento di esseri umani (non per loro) avrebbe reso liberi il völkisch,[3] il popolo tedesco, dal pericolo di essere imbastardito da tutti quei soggetti indegni di vivere.

«I campi di sterminio presupponevano la razionalità amministrativa e produttiva della burocrazia e delle imprese moderne… imitavano l’organizzazione del lavoro e la catena di produzione fordista. […]Questo dispositivo «razionale» di distruzione pianificata comportava una divisione del lavoro molto elaborata — quella che Durkheim chiamava «solidarietà organica» delle società avanzate — e l’indifferenza morale nell’esecuzione delle mansioni nella quale Max Weber aveva individuato i tratti specifici della burocrazia moderna, obnubilata dalla preoccupazione dell’efficienza e dallo spirito calcolatore, nel nome di una razionalità strumentale sempre più estranea a qualsiasi considerazione di carattere morale».[4]

Riprendo, parafrasandola, la citazione che ho posto a incipit di queste note: «Che cosa sarebbe il lavoro senza un progetto umano che gli dia senso?» In sostanza il lavoro non ha in sé un valore positivo o negativo, ma è il progetto umano che è alla base che lo qualifica. Provo ad annodare questi due aspetti guardando la problematica nella prospettiva del rapporto lavoro-disabilità. È indubbio che soggetti portatori di una qualche forma di disabilità sono e saranno facilitati nella possibilità di un sempre maggiore inserimento lavorativo dall’introduzione di nuove e più sofisticate tecnologie. Tale inserimento è stato favorito anche da leggi e riforme che hanno consentito la rottura di un paradigma, l’aprire spazi di opportunità a quanti in passato sono stati considerati mostri, oggetto di studio — e sottolineo l’accezione oggetto — oppure esseri indegni di vivere.

A metà degli anni ‘70, all’interno dei circuiti dell’ARCI, veniva proiettato un bellissimo film documentario di Marco Bellocchio, Silvano Agosti, Stefano Rulli e Sandro Petraglia, Matti da slegare,[5] in cui tre pazienti del manicomio di Colorno raccontavano la loro esperienza all’esterno del manicomio. Tra i tre c’era un ragazzo con sindrome di Down che a una domanda dell’intervistatore su quale fosse per lui il giorno più brutto della settimana rispondeva: «La domenica, perché non si lavora». Non si lavora significava per lui restare in manicomio, non stare con gli operai che gli insegnavano ad usare le varie macchine, a sentirsi normale tra i normali. Quelli che allora sembravano discorsi utopici, avveniristici sono divenuti elementi qualificanti per molte delle pratiche riabilitative sorte, anche faticosamente, in questi anni. È oramai ampiamente dimostrato che una casa, la dignità di un lavoro stipendiato con il quale, schizofrenia o meno, si può avere una vita sociale, riducono ricadute e ricoveri e dunque costituiscono elementi significativi anche all’interno della dimensione psicopatologica. Dando per scontato questo discorso, vorrei provare a problematicizzare la questione al fine di tentare di dare ad essa la complessità che merita. Il quesito che mi pongo è se l’aver dato priorità ai legittimi bisogni, indubbiamente essenziali, dei soggetti segnati da una profonda sofferenza psichica — lavoro, casa, essere accolti in una rete sociale — non abbia finito per allontanarci in qualche modo dalla possibilità di capire e, perché no, cercare di affrontare le complesse problematiche nascoste dietro ogni storia di follia.

Non voglio ovviamente minimamente mettere in discussione la rivoluzione determinatasi con la legge 180, ma riflettere sulla possibilità di effettuare un ulteriore salto di qualità nel faticoso confronto con la sofferenza psichica.

Per cercare di chiarire il mio punto di vista riporto quanto R., un recluso del manicomio di Collegno, tanti anni fa mi scrisse: «Vivo in un costante stato di “depersonalizzazione” (si dice così?): vivo o non vivo? Sono un essere o un non essere? Esiste il mondo circostante o è un fantasma? Un fantasma trasparente come il vetro e scivoloso come l’olio. Sono un cadavere vivente o un vivente che si crede un cadavere? Basta, non ti annoio più. Il fatto è che la droga è stata la mia costante compagna in questi anni, così come il dolore… Mi trascino verso il cinquantottesimo anno della mia vita molto insoddisfatto di non essere mai riuscito a combinare qualcosa di buono, qualche cosa che servisse ad alleviare, se non la mia, le altrui sofferenze. Non riesco a tracciare anch’io il mio solco nel campo della vita.»[5]

Mi riferisco in sostanza a quei fattori che alimentano l’impossibilità ad esserci (Dasein) senza riuscire ad esistere che le parole di R. testimoniano. Sempre R., una volta mi pose una questione, che avrebbe anche potuto dare una svolta significativa alla sua esistenza o a me così parve: «Il comune di Collegno mi ha offerto una casa, qui nei viali del manicomio gira gente sempre più strana e violenta che viene da fuori per rubarci la pensione o per aggredirci, non riesco più a fare una passeggiata… Che faccio? Accetto?»

Sperai che la sua sofferenza gli concedesse uno spazio e un tempo fuori dalle mura della sua prigione, almeno da quelle esterne a lui. Dopo un paio di mesi R. mi scrisse di nuovo dicendomi: «Sono rimasto qui (in manicomio). Se il mio problema fosse stato quello di avere un lavoro e una casa, l’avevo risolto prima di finire a Collegno. Facevo il professore e avevo una casa più che dignitosa. Io sono figlio di Agnelli e rivendico di essere riconosciuto tale… altrimenti tutti questi anni di manicomio a che cosa sono serviti?». R. aveva rinunciato alla possibilità che la sua sofferenza trovasse soluzioni semplificate. Lacan dice che la realtà esiste là dove si inceppa, quando si interrompe il fluire dell’ottusa, grigia inconsapevolezza della quotidianità. La follia, la sofferenza psichica, è qualcosa che rompe ogni schema rassicurante dandoci continuamente scacco, ma nonostante questo non dobbiamo mai smettere di provare ad interrogarla.

NOTE

[1] La mostra di Piero Leddi è in corso in questi giorni alla Casa del Principe, a San Sebastiano Curone (AL), organizzata dall’Archivio “Piero Leddi”.

[2] A chi era destinato alle camere a gas i carnefici dicevano che avrebbero fatto una doccia e di ricordarsi dove lasciavano i vestiti.

[3] Il movimento völkisch vuole rappresentare l’essenza dell’essere tedesco. Trova le sue origini nel nazionalismo romantico. La pseudo-scienza razziale nazista fu tradotta in termini Völkisch quando Eugen Fischer in veste di rettore nazista dell’Università di Berlino nel 1933 pronunciò il suo discorso inaugurale, La genesi dello stato Völkisch alla luce della biologia (29 luglio 1933).

[4] Alya Aglan e Robert Frank: La guerra –mondo 1937-1947 — 2018 — Einaudi

[5] Documentario girato all’interno dell’istituto psichiatrico di Colorno in provincia di Parma, in vista dell’attuazione della legge Basaglia sull’abolizione dei manicomi.

[6] Si chiamava R., portava occhiali spessi. Era professore di filosofia. Si era laureato con una tesi su Heidegger. Rientrò a Collegno dal manicomio di Cogoleto lo stesso giorno in cui io fui assunto come psichiatra. Con il suo sorriso enigmatico da sfinge e gli occhi lontani diceva a tutti che era figlio di Giovanni Agnelli e di Titti, quella che all’anagrafe risultava essere sua sorella. L’interlocutore rimaneva spiazzato avendo la sensazione che R. stesse recitando una parte per canzonarlo o per ironizzare su se stesso. In realtà quell’astuto espediente serviva a sostenere le proprie convinzioni senza essere considerato matto. Gli infermieri lo rispettavano chiamandolo sempre professore e dandogli del lei. R. è morto diversi anni fa in una stanzetta contigua alla guardia medica che con qualche abile stratagemma era riuscito a ottenere, ufficialmente ancora paziente, l’ultimo, mai dimesso perché, intanto, tutti, proprio tutti, compreso direttori, medici e infermieri, se ne erano andati via già da tempo dal manicomio.

per citare questo articolo

Federico Perozziello:

Il lavoro è terapeutico,

n. 18 - Lavoro,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Era il 1970 quando, sullo sfondo delle note di Working class hero di John Lennon, usciva la legge n. 300/1970, conosciuta anche come Statuto dei lavoratori, recante «Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale dei luoghi di lavoro e norme sul collocamento».

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Quello che vorrei comunicare non è una teoria sul lavoro ma una riflessione, prima di tutto, sulla mia esperienza di lavoro in rapporto con quello che io sono. Infatti la prima premessa del lavoro è proprio la presenza di uno che dica: «io».