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Pinocchio

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Come aprire brecce nel muro dell’infelicità

6 Maggio 2019
Non sono un cuor contento e le volte in cui ho avuto l’occasione di esserlo ho sentito come la felicità sia ingenua quando è ignara di quanto la terra sia instabile sotto i nostri piedi.
Pinocchio

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Come aprire brecce nel muro dell’infelicità

6 Maggio 2019
Non sono un cuor contento e le volte in cui ho avuto l’occasione di esserlo ho sentito come la felicità sia ingenua quando è ignara di quanto la terra sia instabile sotto i nostri piedi.

Pensando agli infelici mi dicevo: «Non sono la figlia della gallina bianca». Ma l’allegria data dalle infinite possibili felicità non mi abbandona mai. E su queste possibilità si basano le mie storie, il piacere di scriverle e che qualcuno le legga. Senza queste possibilità mi sembrerebbero storie inutili, che è la cosa peggiore. Insegno Italiano al Liceo e sempre mi chiedo a cosa serva la Letteratura. Senz’altro a proporre altri modi di pensare, di vivere, a inventare altre realtà rendendole così vere che il lettore finisce per considerarle in qualche modo esistenti. Per questo, nel mio piccolo, racconto che è possibile aprire brecce nel muro dell’infelicità. Il succo di tutto quello che ho scritto sta, in fondo, nell’epigrafe di Mentre dorme il pescecane. Pinocchio e Geppetto sono dentro il pescecane, perduti. «E ora?» domandò Pinocchio. «Ora, ragazzo mio, siamo bell’e perduti». «Perché perduti? Datemi la mano babbino, e badate di non sdrucciolare». «Dove mi conduci?» «Dobbiamo tentare la fuga. Venite con me e non abbiate paura». Mentre il pescecane dorme, quando il respiro del mostro butta fuori una gran quantità d’acqua dalla bocca, pronti, al momento giusto, Pinocchio e Geppetto si lasciano trascinare dall’onda e si salvano. Così fanno tutti gli altri personaggi delle mie storie: aprono brecce nei muri e li scavalcano togliendo a poco a poco i cocci di bottiglia. La Letteratura, dal mucchio indistinto del gran numero degli umani, ne sottrae qualcuno e in questo qualcuno è possibile immedesimarsi, stabilire una fratellanza. Se quel personaggio ce l’ ha fatta, non è che ce la posso fare anch’io? I miei non sono certo personaggi splendidi, le bellissime come la zia di Mentre dorme il pescecane, o Madame di Ali di babbo, o la nonna di Mal di pietre, o il piccolo Carlino pianista genio della Contessa di ricotta non se li fila nessuno. Sulla felicità gli studiosi hanno detto di tutto. Alcuni storici hanno concluso che la gioia della nostra comoda borghesia urbana non è niente in confronto a quella di un gruppo di cacciatori raccoglitori del Paleolitico dopo una caccia fortunata a un mammut. Antropologi, filosofi, psicologi, sociologi, medici hanno perfino sottovalutato l’importanza del benessere economico, delle conquiste della medicina, della quantità di serotonina e dopamina nel sangue che renderebbe alcuni Sapiens naturalmente felici. Gli scienziati hanno tentato con la vita bionica. Retina Implant, una società tedesca sponsorizzata dal governo, sta sviluppando una protesi retinica in grado di consentire ai ciechi di acquisire una vista parziale. I ciechi saranno allora felici? Se la risposta fosse ancora un no, a che sarebbe valso il progresso? La felicità, concludono, sta nel senso della vita: «Una vita che ha senso può essere estremamente soddisfacente anche in mezzo alle difficoltà, mentre una vita senza senso è un travaglio terribile, per quanto confortevole essa sia». È a questo punto che penso c’entri in qualche modo la Letteratura. Più di ogni altra cosa è l’espressione di ciò che ci rende umani nella nostra ricerca di senso e più di tutto ci dice quanto abbiamo in comune fra noi. Un singolo personaggio è sempre il risultato di numerose persone somiglianti. Una storia inventata riesce a diventare vera, questo è il suo potere. Da poco mi è capitato di leggere un romanzo che mi aveva convinto che la nostra vita è senza senso e l’infelicità una condanna a cui non possiamo fuggire. Ero a letto malata con la febbre, ma la conclusione era talmente insostenibile che ho messo uno straccio sopra la camicia da notte e sono corsa in libreria a cercare una storia che mi convincesse del contrario. A proposito di tutto questo mi piacerebbe riuscire a scrivere un racconto sul professor Giampietro. A scuola avevamo una collega che sapevamo sposata a un cieco. Sapevamo che ne era molto innamorata e l’avevamo immaginato di sicuro bellissimo. Ora lei non insegna più da noi, ma è lui, il professor Giampietro, il nostro collega ed è tutt’altro che bellissimo. Grande e largo, si accartocciano su di lui giacche, camicioni e pantaloni sbrindellati da randagio. Al suo apparire ci siamo resi conto di quanto fosse stata rozza la nostra stupidità. Forse che un cieco debba compensare con la bellezza il fatto di non vederci? Ma la stupidità non ha fine e abbiamo allora concluso che per forza doveva essere un genio. Soprattutto perché il professor Giampietro procedeva alla conquista degli studenti. Allievi maleducati erano perfetti gentleman alle sue lezioni, gli annoiati e i demotivati stavano attenti a non perdere una virgola. Di sicuro, ci dicevamo, è un genio. È cieco, non è bello, quindi è un genio. Per scoprire il segreto del suo fascino alcuni dei colleghi chiedevano delle lezioni in copresenza. Ottime lezioni, ma niente di più. Eppure veniva voglia di partecipare, perché il professor Giampietro, senza dire o fare nulla di particolarmente spiritoso, metteva una grande allegria e senza elevarsi all’altezza del genio metteva una gran voglia di studiare e amare il mondo, di perdonarlo e di essergli solidale. Di nuovo ci siamo vergognati della nostra rozza stupidità, ma senza arrivare a nessuna conclusione. Perché il professor Giampietro, cieco, non bello, non genio, avvolto nei suoi panni da randagio, è tanto affascinante? Cos’ha di speciale? Qual è il suo segreto? Forse qualcosa che ha a che fare con la possibilità di essere felici, idea irresistibile per qualunque umano? Non possiamo saperlo con altro mezzo che facendolo diventare un personaggio. Anche se non ho neppure iniziato a scrivere il racconto, so già quale sarà la scena finale. La moglie viene a prenderlo a scuola, li vedo allontanarsi, di spalle, lui che affonda la mano nei magnifici capelli di lei che gli fa da guida. La guida è piccola ed esile, colui che viene guidato è grande e largo. Devo far capire al lettore che hanno trovato una breccia e che dal muro dell’infelicità hanno tolto i cocci di bottiglia. Devo convincere il lettore che nella pancia del pescecane potevano essere perduti e hanno trovato il modo di fuggire.

per citare questo articolo

Milena Agus:

Come aprire brecce nel muro dell’infelicità,

n. 9 - La letteratura,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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