Gli occhi del piccolo si chiudono ma lui indugia ancora nel limite fra veglia e sonno mentre nelle mani stringe un lembo della copertina o un animale di peluche. Le sue dita toccano, accarezzano, giocano con una parte dell’oggetto morbido, il movimento è ritmico, sempre più lento finché il sonno sopraggiunge. La voce materna ha accompagnato il bambino nel sonno. Questa sequenza ritrae ciò che lo psicoanalista D. Winnicott ha definito come fenomeni transizionali e l’oggetto morbido scelto dal piccolo oggetto transizionale, un’area intermedia di esperienza tra il me e non me, qualcosa che il bambino usa come difesa dall’angoscia e a cui ricorre nei momenti di depressione o di stanchezza. Si tratta di un’area che consente l’illusione e che nell’adulto è rappresentata dall’arte e dalla religione. La possibilità di fantasticare e pensare nascerebbe in questo spazio ponte fra realtà e illusione, dove è possibile il formarsi del simbolo. Nell’ascoltare una favola il bambino immagina: draghi, orchi, fate e streghe si rappresentano nel suo immaginario, egli vede nella sua mente ciò che non vedrà mai nella realtà. Eppure queste immagini saranno per lui significative come ciò che ha il carattere della realtà concreta, pur non avendone mai fatta esperienza diretta. La possibilità di immaginare, di rappresentare simbolicamente qualcosa apre la mente e ne consente lo sviluppo. La stessa acquisizione del linguaggio procede attraverso la percezione della mancanza e la necessità di richiamare l’oggetto assente ma rappresentato nel mondo interno. C’è una storiella molto significativa in proposito: un bambino cresce ma non parla. I genitori consultano diversi specialisti, ma il bambino rimane silenzioso. Un giorno a colazione, improvvisamente chiede lo zucchero. I genitori stupiti, gli chiedono come mai si sia deciso a parlare e il bambino risponde: «Perché oggi a tavola manca lo zucchero, mentre gli altri giorni era già sul tavolo e non c’era bisogno di chiederlo…». Questa sequenza descrive ironicamente una realtà psicologica: per dare un nome, richiamare l’oggetto occorre anche la sua assenza. Se tutto è troppo presente e concreto, si perde lo spazio del desiderio e della rappresentazione simbolica. La realtà si appiattisce sul possesso dell’oggetto. La narrativa, a partire dalle storie che narriamo ai bambini, apre il mondo interno, lo nutre e struttura, consente i processi di identificazione, l’empatia, permette lo sviluppo della curiosità e della conoscenza. La letteratura declina l’universale umano e, parlando dell’altro, rivela anche qualcosa del lettore. Scelgo le parole con cui la scrittrice Marlene Haushofer apre il suo romanzo La parete, per provare a dire l’impulso che può spingere un Autore a scrivere un racconto. «…Non scrivo per il gusto di scrivere; vi sono costretta dalle circostanze, se non voglio perdere la ragione…mi sono imposta questo compito per impedirmi di fissare il crepuscolo e di aver paura. Perché ho paura. Da ogni lato la paura striscia verso di me, e non voglio attendere che mi raggiunga e mi sconfigga». Di quale paura parliamo? La paura del vivere, del morire, del dolore e del male che rimane in agguato o irrompe nell’esistenza. Nella letteratura Autore e Lettore stringono una sorta di alleanza in cui si è in grado di condividere l’illusione della vicenda narrata. Spesso, anche se non siamo degli scrittori, ricorriamo alla scrittura per tentare di elaborare i nostri vissuti più intimi, le esperienze più intense. Il bisogno di dare senso, parole e immagini, la necessità di trasformare e dare significato alla vita che viviamo ogni giorno, muove al racconto, alla storia, al narrare.
Mi rendo conto che nel mio lavoro di analista i romanzi spesso possono essere suggeritori accorti, quando per esempio il ricordo di una trama, di un ambiente o personaggio, affiora dalla memoria richiamato e attivato dal contesto della seduta. L’emergere del materiale associativo non è mai casuale ma illumina e dà senso al materiale presentato dal paziente. A. Ferro suggerisce di osservare lo stile narrativo del paziente e porre attenzione ai personaggi che si avvicendano nel campo analitico, considerandone caratterizzazione ed evoluzione. Sappiamo tutti come l’arte sia un elemento prezioso nel mestiere di analista, chiamata nelle sue diverse espressioni e secondo l’equazione personale di ogni terapeuta, non solo a dare senso al lavoro analitico, ma soprattutto a nutrire e curare la mente.
BIBLIOGRAFIA
Antonino Ferro: La psicoanalisi come letteratura e terapia — Cortina edizioni — 1999
Marlen Haushofer: La Parete — E/O edizioni — 1973
Donald W. Winnicott: Gioco e realtà — Armando edizioni — 1983