I successivi interventi le toglieranno altri pezzi di memoria e dunque il libro, lei dice, «lo scrivo per ricordarmi chi sono, rileggermi è stata una scoperta». Clara Gallini ha insegnato antropologia culturale ed Etnologia a Cagliari, Napoli e Roma. Ha lavorato con Ernesto de Martino, il più grande antropologo italiano, di cui è stata allieva ed erede. La studiosa indaga il proprio corpo come fosse un nuovo territorio da esplorare, con gli strumenti dell’osservazione partecipante che Ernesto De Martino le ha insegnato a praticare mettendo sotto osservazione le stesse categorie giudicanti. Le visioni a cui si abbandona con lucidità cosciente, le narra e le interroga come fossero Miti. Ci fa entrare nel loro linguaggio metaforico per svelarne il significato, buono per lei ma anche per noi. Il suo racconto delle visioni non ha trovato interesse nei medici, preoccupati della buona riuscita dell’intervento. D’altra parte, lei dice, oggi non interessa più a nessuno decifrare gli enigmi, anche se il mondo dei sogni e delle visioni continua a interrogarci: la parte più profonda di noi stessi, come ci ha insegnato la psicanalisi, si vela dietro tante altre forme. Il viaggio nel proprio corpo malato si accompagna sempre all’allegria della scoperta:
E quando mi svegliai dal sonno, ormai lesa in metà del volto, avrei anche farfugliato come prime parole ’non sono Bossi’, forse già avvertendo la presenza di una paralisi facciale, magari simile alla sua, ma anche prendendo le buone distanze dal leader dei leghisti…
L’esperienza della malattia la porta a ragionare su come si costruisce il personaggio del paziente con pratiche e discorsi che non sono medici ma sociali. Potere e dipendenze si spiegano in diversi modi, al di là del grande affetto che le offrono tutte le persone che le sono vicine, dai medici ai parenti. La condizione della Gallini è di dipendenza, «la dipendenza è trovare le cose già fatte da altri» senza saperne l’origine e Clara scopre che ci sono richieste a cui si risponde di no adducendo sostanzialmente due ordini di motivi: «l’abbiamo fatto per il tuo bene» e «si tratta di una questione di igiene». Le categorie di sporco e pulito come insegna Mary Douglas, non sono condivise da tutti allo stesso modo, in nome dell’igiene la debolezza può essere trasformata in deprivazione di diritti. Non è condiviso neanche il concetto di bene
in mezzo ci sta, come posta in gioco, l’autonomia della persona, bene grande ma anche e soprattutto, per gli uni e per l’altra, tappa da raggiungere attraverso resistenze e confronti.
Anche il dolore viene interpretato secondo un approccio medico ormai predominante ma ci può essere anche una via che ci fa entrare nella cognizione del dolore. È relativamente poco il tempo trascorso da quando si sta affermando il pieno diritto a non soffrire, che ha ancora tanti aspetti irrisolti. Ma la rappresentazione del dolore trova altre forme, come il successo crescente dei flagellanti, o esibizione di corpi straziati, denutriti ricoperti di mosche. Facilmente si scivola «nella logica simbolica oppositiva del bianco e nero, ricco e povero, sano e malato, adulto e bambino». Il nostro dolore esiste ma appunto come nostro e quasi mai come altrui. Neppure il dolore di Clara trova riconoscimento negli studi degli specialisti ed è costretta a vivere il paradosso di un dolore che dal punto di vista medico non esiste.
Il suo trigemino è rotto e non trasmette più. Non ha dolore, crede di averlo. Un paradosso è come quando tagliano una gamba o un braccio. Continua a sentire il dolore. È la sua immaginazione.

