E se tra noi mammiferi ci sono infinite diversità che nascondono altrettante necessità, anche gli ambienti che possiamo abitare possono essere i più svariati. Iniziammo ad abitare le grotte, per poi costruire palafitte e capanne. Culture diverse, ambienti diversi. Oggi le nostre case, i nostri appartamenti sembrano tutti uguali, ma in ognuno è ben visibile quello che è il nostro modo di abitarlo. E anche quelle che possono essere le difficoltà. A volte, studiare come si vive in situazioni estreme può essere di grande aiuto per migliorare l’abitabilità delle nostre case. Si può tornare indietro: l’esperienza del campeggio è utile per ritrovare un briciolo di essenzialità, se è quello che si cerca. Ma si può andare anche avanti. Nel futuro. Uno dei laboratori più avanzati che può darci un’ottica diversa dell’abitare è la Stazione Spaziale Internazionale. Tutti la conosciamo, soprattutto grazie alla grande eco che ha avuto la missione 42 del 2015, con la nostra astronauta Samantha Cristoforetti. Sulla stazione spaziale si alternano in ogni missione astronauti di diversi paesi. Stati Uniti, Russia, Giappone, Canada e diversi stati membri dell’ESA — l’ente spaziale europeo al quale anche i nostri astronauti sono affiliati — hanno collaborato alla sua realizzazione. La stazione spaziale infatti ruota intorno al nostro pianeta a un’altezza di circa 400 km sul livello del mare e viaggia a una velocità pari a 27700 km/h compiendo ogni giorno quasi sedici orbite intorno alla terra. Insomma ogni giorno sedici albe e sedici tramonti e sedici brevissime notti. Ed è proprio per questo che il viaggio in questo mondo futuro lo si può iniziare dal come si dorme sulla stazione spaziale. Ogni astronauta ha a disposizione una cuccetta molto piccola dove c’è il sacco a pelo in cui infilarsi e dormire. Gli ospiti temporanei, che non ne hanno una propria, devono fissare il sacco a pelo alle pareti, per non galleggiare in giro per la stazione. Ricordiamoci però che questo galleggiare non è dovuto all’assenza di gravità (siamo ancora troppo vicini alla Terra), ma è l’effetto della rotazione della stazione intorno al nostro pianeta. Un moto accelerato, quasi come se si stesse dentro un ascensore in caduta libera. Ma, galleggiamento a parte, il problema fondamentale del dormire è dato proprio dalla durata del giorno e della notte. Sulla Terra, il nostro corpo, grazie a interruttori biologici, si assesta su un ciclo sonno-veglia tarato sulle 24 ore. Quando questi ritmi si sfasano, dormire può risultare molto difficile. Nella cuccetta gli astronauti di lungo corso possono tenere gli oggetti personali: un computer per comunicare e per controllare i programmi di lavoro, blocchi, penne, oggetti per l’igiene. Ogni oggetto però galleggerebbe e se ne andrebbe in giro. Allora come si fa? Ogni cosa deve essere fissata. Lo strumento più usato è il velcro, oppure elastici con ganci da fissare alle pareti. Una volta svegli, ci si lava. Non tutti i giorni forse, ma ovviamente ci si lava anche sulla stazione spaziale. Problema: dove si prende l’acqua? Secondo problema: dove si butta l’acqua? L’acqua è un bene prezioso. Lo è sulla Terra, figuriamoci sulla stazione spaziale dove deve essere portata apposta. Per questo è dosata e non bisogna sprecarla. Per lavarsi il corpo si usano delle salviette umidificate. Gli astronauti hanno anche a disposizione una doccia, cioè un asciugamano che si imbeve d’acqua. Ed è con quello, insieme a pochissimo sapone liquido che si lavano. Ma ci sono anche azioni più semplici che sulla stazione spaziale diventano complesse, come tagliarsi le unghie. Samantha Cristoforetti nel libro Nello spazio con Samantha, ci racconta:
Ho trovato una griglia con una maglia molto fitta e un flusso d’aria vigoroso e mi sono tagliata le unghie con cura lì davanti. Alla fine ho dovuto solo passare l’aspirapolvere per raccoglierle.
Si riferisce alle griglie di ventilazione che aspirano l’aria dall’interno della stazione spaziale, dove si accumulano tutti i detriti che vagano per la cabina. Prima parlavamo di acqua. Abbiamo detto che viene trasportata dalla Terra, ma, ovviamente, bisogna anche trovare modi per recuperarne altra visto che il trasporto è estremamente oneroso. Sulla ISS ci sono due metodi: estrarre l’umidità dell’aria attraverso deumidificatori, che è il modo più semplice; riciclare l’urina, che è una operazione più complessa ma possibile grazie a un sistema studiato ad hoc. Anche nell’ultimo romanzo di Bruno Arpaia, Qualcosa là fuori, ambientato in un futuro desertificato, le carovane di migranti climatici avevano un grande carro per questa operazione. Certo, è una cosa che fa un po’ senso, ma con le nostre falde che si stanno esaurendo, il clima che va come va, forse dobbiamo iniziare a metterci in quest’ottica anche qua sulla Terra. Insomma non sarà domani, non sarà neanche dopodomani, ma se pensiamo al futuro, ai nostri nipoti, tanto abbiamo da imparare dall’essenzialità dell’abitare che si sperimenta in una situazione estrema come sulla Stazione Spaziale Internazionale.