Decidiamo di adottare un luogo reale o immaginario che sia, quando sentiamo che è capace di contenere le nostre emozioni. È ciò che accade quando entro nello studio del mio psicoanalista, o in quello di un artista o di un artigiano che amo, o in qualunque altro luogo per me sacro. È ciò che accade quando nel mio girovagare mi capita di visitare posti non ancora conosciuti e di fantasticare sulla mia vita se li abitassi, quando intraprendo un viaggio, quando la curiosità trasforma i luoghi in un disegno, una mappa. Allo stesso modo mi trovo a leggere e ascoltare storie che iniziano con la descrizione dettagliata di un luogo, con la rappresentazione esatta del contesto che ospiterà la narrazione. Sono storie che mi permettono di immaginare le espressioni e le movenze delle persone che abiteranno il racconto ancor prima che si presentino. Un teatro privato. L’opportunità di abitare luoghi e non luoghi attraverso le fantasie, mi riporta alla memoria un trucco a cui i bambini ricorrono quando, per reagire alle esperienze e agli oggetti che avvertono come più grandi di loro, scelgono un posto che sentono come il più sicuro per proteggersi dal resto del mondo. In fondo “il posto al sicuro” appartiene all’esperienza dell’infanzia come a quella della maturità. Da grandi si trasforma in un gioco di immaginazione molto profondo che rintraccia le sensazioni di luoghi sicuri, familiari. Un piccolo rifugio, un giardino, un’isola. Luoghi in cui le radici e il respiro si incontrano. Un teatro sospeso in cui si sperimenta la solitudine per imparare a costruire relazioni.
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Era molto tempo che seguivo le sue tracce. Non riuscivo a beccarlo: sfuggente, in ogni luogo eppure mai così vicino da potergli parlare.