nel nostro Paese, e all’opera di studiosi illuminati come Dario Ianes della Erickson e di insegnanti appassionati che non risparmiano energie per aiutare concretamente chi si trova in una condizione di svantaggio. Tuttavia il tempo in cui viviamo pone un accento tanto smodato quanto immorale sulla capacità di fornire prestazioni di alto livello. Nel linguaggio comune la parola inglese performance è ormai onnipresente al pari dell’aggettivo “performante” e di altre parole chiave della contemporaneità tutte incentrate sulla forza, sulla potenza, sulla competenza: “ottimizzazione”, “capitalizzare” e consimili, declinate in termini di conoscenza “modulare”, come se il sapere e il valore fossero pezzi di Lego da collezionare ed embricare per garantirsi il successo. Ora, insistere tanto sulla competenza induce a mostrare costantemente il proprio lato migliore, il più levigato, il più adamantino, in una sorta di robotizzazione appunto “performante”, allontanando il più possibile da sé qualunque imperfezione finanche ai propri stessi occhi, e il contraltare di questa incessante operazione di spazzare le proprie imperfezioni sotto il tappeto rende alla fine arduo accettare, rispettare e magari amare le imperfezioni altrui. L’elefante nella stanza, quindi, come dicono gli anglosassoni, la questione fondamentale, è l’ingiunzione che riceviamo a cancellare il nostro elemento non già costitutivo ma costituente, fondante, la cosa che ci permette di esistere come persone: la nostra comune imperfezione, la faglia, il difetto. L’utopia prevalente di oggigiorno, l’utopia privata, personale dell’immortalità o comunque del sopravvivere il più a lungo possibile nelle migliori condizioni, era stata descritta nel classico di Edgar Morin L’uomo e la morte del 1950 ed era stata ripresa da Zygmunt Bauman nel libro del 1992 Mortalità, immortalità e altre strategie di vita, per trovare infine la sua descrizione più vivida, perché raccontata in una storia, ne La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq agli albori del nuovo millennio. E si tratta di un’utopia sclerotizzante, che ci strappa di dosso la possibilità di dare un senso alla nostra vita. Considerare, rispettare e amare la fragilità che è in tutti noi, con la disabilità che le è intrinseca, è la condicio sine qua non per avere il desiderio di dialogare con gli altri considerandoli persone e non terre di conquista. Di recente Bauman ha parlato della coincidenza di esiti delle due strategie che i singoli e i gruppi utilizzano per mettere la memoria al servizio della propria identificazione: la sacralizzazione, il fatto cioè di connotare come unico e irripetibile un evento del nostro passato che ci nobilita, e la banalizzazione, cioè il fatto di immaginare che un certo corso delle cose connoti per sempre il gruppo a cui si appartiene. Purtroppo sono entrambe trappole che distolgono l’attenzione dal valore intrinseco delle altre tenui quanto preziose vite umane e dalla propria, e impediscono il riconoscimento, per dirla con Honneth e Michela Marzano, di cui ciascuno, “performante” o disabile, ha disperato bisogno non solo per sé ma per un’armonizzazione del mondo in cui viviamo.
RICCARDO MAZZEO
Riccardo Mazzeo è editor per la casa editrice Erickson e attualmente è responsabile dell’ufficio stampa e comunicazione, della letteratura internazionale e dello scouting degli autori emergenti. Si occupa dei diritti internazionali, spesso e volentieri traduce, cura i rapporti con i mezzi di informazione. Traduttore dall’inglese di Zygmunt Bauman, ha fortemente seguito il progetto di scrittura del libro Conversazioni sull’educazione. L’opera, incentrata sul ruolo dell’educazione nella nostra società, è divisa in venti brevi capitoli che spaziano dalle problematiche del consumo a quelle della disoccupazione, dalle difficoltà dei giovani a quelle dei disabili, passando per le odierne rivolte inglesi e nordafricane e per le riflessioni di autori come Lacan, Zizek, Bateson, Morin. Nel 2015 ha pubblicato insieme al filosofo e psicanalista argentino Miguel Benasayag C’è una vita prima della morte?.