Tra gli oggetti più curiosi e rari spiccavano dodici maschere ritrovate proprio in Israele. Maschere di pietra calcarea la cui funzione non è certa, eppure è opinione del direttore del museo, James Snyder, che esse rappresentino un primo tentativo di riflessione esistenziale, quindi, una maschera che non cela ma rivela. Tommaso Garzoni nel “De’ mascherari e delle maschere” fa una prima definizione di maschera e attribuisce all’angelo tentatore la maschera di serpente che si traveste per tentare Eva.
Pirandello dava alla maschera un’ulteriore caratteristica: la maschera non più indossata per nostro volere, ma attribuitaci dagli altri. Ed ecco che ognuno di noi assume “una, nessuna o centomila” identità. Siamo uno per noi stessi, nessuno quando nascondiamo noi stessi e centomila agli occhi degli altri. Nell’era tecnologica la maschera cambia forma, diventa digitale, nascono le false identità. La maschera diventa strumento per arretire, mezzo per dare libero sfogo alla rabbia repressa o alla violenza verbale e in altri casi per rivelare fragilità e vuoti dell’anima, che si ha paura di esprimere poichè ci renderebbero fragili agli occhi di una società che ci vuole perfetti negli abiti, nel trucco e nella vita in generale. Nella maggior parte dei casi la maschera è un modo per nascondersi agli altri, per non rivelare uno o più aspetti di noi stessi. Negli ultimi tempi sta prendendo sempre più piede l’idea di utilizzare le maschere per portare avanti degli scopi ben precisi, nascondendo la propria identità e allo stesso tempo associandola ad un gruppo di appartenenza. La maschera oggi rappresenta una scelta quasi inevitabile per la convivenza dell’individuo all’interno di una società che ha delle regole prestabilite e davanti alle quali non riuscirebbe ad esprimere la propria autonomia e personalità. Altre volte le maschere possono rappresentare l’opposto, cioè un modo per comunicare la propria identità nel tentativo di far comprendere agli altri un po’ di se stessi e di instaurare un dialogo che risulta alla pari. Si pensi, ad esempio, all’etimologia greca del termine maschera, πρόσωπоν, che rimanda direttamente al termine persona. Accettare le infinite maschere delle emozioni, quindi del proprio essere, ci permette di non allontanarci mai dal proprio io. Essere consapevoli che quella che abbiamo è la nostra splendida maschera ed avere ben presente che dietro di essa ce ne sono molte altre, intercambiabili, ci permette di essere gli attori, sceneggiatori e registi della nostra vita. È difficile dire quello che si pensa, c’è bisogno di tanto coraggio, e spesso si viene additati in maniera sbagliata; quello che dovrebbe essere un pregio viene visto come un difetto e per questo si preferisce indossare una maschera per paura di restare soli. Così facendo smettiamo di essere noi stessi e facciamo prevalere le diverse personalità rimanendone imprigionati. Schopenauer scriveva: «Ci guardiamo in volto e abbiamo rapporti reciproci come maschere con maschere, giacché non sappiamo chi siamo; — ma come maschere che non conoscono neppure se stesse».
Indossare una maschera implica uno sforzo non indifferente e ci rende schiavi delle aspettative degli altri; la maschera diventa un velo che si ispessisce sempre di più fino a sgretolarsi cadendo. Dire quello che si pensa è la cosa più giusta e in questo dovremmo prendere esempio dai bambini e dai ragazzi speciali, che comunicano tutto ciò che pensano senza filtri. Di fronte a loro la maschera diventa un velo che si assottiglia sempre più fino a dissolversi.
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«Il volto è la nostra identità. Alle vittime di un incendio non basta salvarsi la vita: hanno bisogno di avere un volto, anche se è quello di un morto. Un volto con lineamenti, per poter fare cenni.»