Quasi sempre il luogo fisico è anche un luogo mentale. Spesso lo spazio mentale prescinde dal luogo fisico. Molte volte il luogo fisico non coincide con quello mentale dando origine a varie forme di spaesamento. Le persone mutano nel tempo e con esse mutano i bisogni, i desideri, i paradigmi della conoscenza e le forme dell’abitare. Abitare un corpo adolescente è cosa ben diversa dall’abitare un corpo anziano, abitare un corpo estraneo al tuo orientamento sessuale è cosa ben diversa che abitare un corpo disabile. Abitare una città da giovane è cosa ben diversa che abitarla da anziano. Entrare in un nuovo spazio è come infilare un paio di scarpe nuove. A volte sembra funzionare tutto alla perfezione poi dopo mezza giornata di passeggiata senti i piedi doloranti e avverti che qualcosa non va. Altre volte, quando infili le scarpe per la prima volta, all’inizio avverti un senso di disagio e vai con gli occhi alle tue scarpe vecchie ormai logore e inutilizzabili, ma tanto comode, che hai appena buttato nella spazzatura e avverti un pentimento per una scelta ormai irreversibile. Poi, anche se a malincuore, cominci a camminare spinto da una nuova necessità e lentamente il piede riprende a dialogare con la scarpa nuova. Gli spazi dell’abitare cambiano in rapporto allo scorrere del tempo: il tempo storico e il tempo biologico. In passato c’erano molte più cose e molti più luoghi ’per la vita’ di quanti ce ne sono oggi. Un tempo si nasceva e si moriva per generazioni nello stesso luogo, si tramandavano arti e professioni, si acquisivano per diritto di nascita titoli, privilegi e appartenenze di classe. E si considerava questa staticità come fatto naturale. Una volta, aveva ancora senso abitare un luogo, uno spazio mentale, un lavoro, una persona per sempre. Ma nel mondo reale nulla è naturale e nulla è per sempre. Tutto ciò che accade è esclusivamente il prodotto della cultura degli uomini. Nel giardino dell’Eden, archetipo dell’Abitare originario, l’uomo scelse di alimentarsi all’albero della conoscenza e non dell’immortalità, rinunciando in tal modo all’immanenza per il divenire.
Precipitati nel tempo dal sapere, fummo simultaneamente dotati di un destino. Giacché non v’è destino se non fuori del paradiso.[1]
Ogni giorno sperimentiamo il venire meno del per sempre a vantaggio del mai più. Abitare è perciò un costante divenire che accompagna i mutamenti di colui che abita. Lo spazio dell’abitare è un rifugio, un abito sociale, un luogo di lavoro, un significato, una rappresentazione, un altare, un fortilizio, un confine. Ognuna di queste cose può svolgersi in diversi spazi oppure tutte in un unico spazio a seconda delle fasi della storia e dell’economia e/o dei tempi della vita individuale. Ognuno di noi ha nel corso degli anni vissuto almeno un trasloco, che non è mai solo un trasloco fisico. Non ti chiudi solo una porta alle spalle. Spesso cambi città e prospettive, strade e lavoro, abitudini e itinerari, amicizie, amori. Pertanto è esperienza comune il trauma che sempre ne consegue. Trauma tanto maggiore quanto maggiore è il tempo vissuto nel precedente abitare. Si abitano case, strade, alberi, muri e orizzonti, piazze e colline, religioni e ideologie, libri e canzoni, volti, passioni e desideri, vecchi maglioni e vecchie cabine del telefono, trattorie, lungofiumi, parole, foto ingiallite e pietre di ossidiana, viaggi e fughe, errori e pentimenti, rimorsi e ripensamenti. Si abitano ricordi e significati, promesse e tradimenti. Abitare è più un itinerario dell’anima, un suo mutamento, che un posto dove stare. L’uomo è un essere straordinariamente caparbio e irrazionale. Quasi mai fa le sue scelte per mera ragione. A volte nemmeno per necessità. Spesso inseguendo un miraggio o un’infatuazione. Scegli di lasciarti alle spalle un destino e di cercarne un altro, una nuova casa, un nuovo lavoro, una nuova città, un nuovo legame o solo parte di tutto ciò, ma comunque stai transitando in un nuovo paradigma e sperimentando di molte cose il mai più. Di ogni trasloco ricordo il primo giorno, il panorama dalla finestra, i nuovi angoli dove incasellare pezzi di memoria e il senso di sovrapposizione tra l’abitare passato e l’abitare futuro. E poi l’ultimo giorno, l’ultima volta che ti chiudi la porta alle spalle per non riaprirla mai più. In quanti viaggi abbiamo abitato spazi poi perduti per sempre alcuni dei quali sono ancora con noi. Il divenire è un flusso che attraversa il tempo alla ricerca di uno scopo sempre mutevole. Alcuni dicono che lo scopo sia la felicità ma questa è solo un’ipotesi tra le tante.
È inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati. … Viaggi per rivivere il tuo passato? – era a questo punto la domanda del Kan, che poteva anche essere formulata così: viaggi per ritrovare il tuo futuro? E la risposta di Marco: – l’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.[2]
Forse la domanda da porsi è come dare un senso al divenire, sapendo che per tutti prima o poi verrà un mai più. Non saremo più giovani, non saremo più certi delle nostre convinzioni religiose o ideologiche, non saremo più soddisfatti del nostro lavoro, sentiremo il nostro corpo rifiutarsi sempre più spesso di accompagnarci nei nostri itinerari mentali e assecondare le nostre relazioni sociali. O forse vorremmo solo cercare un nuovo inizio stanchi e insoddisfatti del vecchio abitare, pur consapevoli che sarà tremendamente difficile trovarlo. Ma la vita insegue il desiderio. Un nuovo abitare per una nuova prospettiva, pur nell’assoluta intima consapevolezza della nostra estrema vulnerabilità. Per non perderci nel flusso del divenire o in un eterno presente abbiamo bisogno di un riferimento costante al quale ancorarci, un luogo dell’anima, un abitare invalicabile dove ergere l’estrema difesa, un faro o una bussola, un abitare inespugnabile o costantemente ricostruito. Ciò che Dario Voltolini chiama Pacific Palisades.
Le nostre intime valvole non lasciano entrare solo l’amore e non impediscono che da noi fuoriesca anche l’orrore Per questo continuiamo senza sosta a disegnare palizzate di pace per ribadire il confine a dispetto della sua vulnerabile permeabilità. [3]
Peter Handke invece di indicare un luogo fisico, una Pacific Palisades, in cui collocare la nostra intima residenza, indica un luogo del tempo, che attraversa il divenire senza lasciarsene da esso attraversare: la durata.
Quel senso di durata, cos’era? Era un periodo di tempo? Qualcosa di misurabile? Una certezza? No, la durata era una sensazione, la più fugace di tutte le sensazioni, spesso più veloce di un attimo, non prevedibile, non controllabile, inafferrabile, non misurabile. Eppure con il suo aiuto avrei potuto affrontare sorridendo ogni avversario e disarmarlo…[4]
Io ho sentito l’alito della durata nel profumo di gelsomino in alcune sere di prima estate, nel piccolo falò per accendere il braciere di un tempo svanito per sempre, negli occhi di mio padre ritrovati negli occhi di mio figlio, nelle piccole casalinghitudini — la fobia di mia moglie per i formaggi o il caffè che le porto ogni mattina, di prima mattina —, in Bill Evans che suona My Foolish Heart o in John Coltrane che suona My Favorite Thing — li ascolto da una vita e non mi stanco di riascoltarli —, in un vecchio portone dove ho abitato una vita fa, nella foto di mia madre al balcone di casa il giorno che sono andato via. Mia madre novantenne invece mi chiedeva spesso di riportarla a casa mentre era a casa. Ma lei intendeva la sua prima casa dove aveva abitato la sua giovinezza. In questo modo stava invocando la durata e mi stava indicando l’unico abitare che permane per sempre.
NOTE
[1] Emile Cioran: La caduta nel Tempo — Adelphi — 1995
[2] Italo Calvino: Le città invisibili – Einaudi – 1972
[3] Dario Voltolini: Pacific Palisades – Einaudi – 2017
[4] Peter Handke: Canto della durata – Einaudi – 1995