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Camerun, foto scattate dall’autrice

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La maschera sacra

18 Aprile 2019
Le maschere e i mascheramenti sono elementi presenti in ogni tempo e in ogni luogo in cui gli uomini si sono ritrovati a vivere.
Camerun, foto scattate dall’autrice

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La maschera sacra

18 Aprile 2019
Le maschere e i mascheramenti sono elementi presenti in ogni tempo e in ogni luogo in cui gli uomini si sono ritrovati a vivere.

I contesti in cui maschere e mascheramenti sono stati usati coprono un amplissimo spettro, che va da funzioni ludiche — si pensi alle nostre maschere di Carnevale —, passando a contesti artistico-performativi — le maschere del teatro greco o del teatro giapponese No —, fino a funzioni sacrali e religiose vere e proprie — le maschere indossate dagli sciamani nei luoghi più disparati della Terra. Nonostante la molteplicità degli usi e dei contesti, due sono le funzioni principali delle maschere e dei mascheramenti: nascondere e rivelare nuove identità di chi le indossa. Ogni maschera, sia essa teatrale o rituale, copre l’identità di chi la porta, ma al contempo ne ricrea un’altra. Per illustrare la potenza espressiva e creativa delle maschere, porterò un esempio tratto da una mia ricerca sul campo nella città di Bamenda, in Camerun ormai 10 anni fa. In tutta l’Africa Occidentale le maschere sono diffusissime e sono le detentrici di particolari poteri magico-sacrali. Le più potenti sono spesso celate agli occhi del pubblico e accuratamente gestite e controllate dalle società segrete locali. Le meno potenti sono invece di pubblico dominio. Un giorno mi imbattei in una di queste. Era il primo giorno dell’anno e mi trovavo in visita a casa di un’amica. A un certo punto si udì un grande baccano dalla strada principale e, senza dirmi altro e senza darmi tempo di fare domande o prendere una macchina fotografica, la mia amica mi prese per mano e mi portò di corsa sulla strada, dicendo solamente che passava il juju benaugurale per l’anno nuovo. Juju è un termine generico in uso nei pidgin english [1] locali, che indica una qualche forma di potere mistico; solitamente è collegato a una maschera o a un mascheramento. Sono difficili da controllare: più sono potenti più sono definiti wild — selvaggi, come gli animali della foresta. Molti uomini — sacerdoti e sciamani — devono tenerli a bada. E infatti sulla via principale avanzava un piccolo e rumoroso corteo composto da uomini che indossavano sonagli alle caviglie e portavano delle grattarole in legno in mano, accompagnando un individuo mascherato, che si muoveva disordinatamente andando da un lato all’altro della strada. Si trattava di un vero e proprio mascheramento: l’individuo indossava probabilmente delle zeppe o dei piccoli trampoli, perchè era notevolmente più alto di tutti ed era interamente coperto da un mantellone di rafia con i sonagli alle caviglie. Quanto al volto, indossava una maschera a casco, ovvero una maschera che copriva tutto il capo, in legno, con lunghi capelli e piume neri attaccati alla sommità di questa. Quando mi passò vicino ebbi modo di vederlo abbastanza bene, chiesi alla mia amica se conosceva quelle persone e se sapeva chi fosse l’uomo che indossava la maschera. Lei mi fissò incredula, mi diede uno strattone e mi spinse in casa. Chiuse la porta e quasi scoppiò a ridere. «Sei impazzita?» disse. «Non si fanno domande del genere. E poi davanti al juju!». Continuavo a non capire: quale era il problema? Tutti sapevano che sotto la maschera c’era un uomo, o una donna, comunque un essere umano. Con grande pazienza, mi spiegò che sì, lo sapevano tutti, ma queste cose non si dicevano. Senza saperlo, avrei potuto essere insultata dagli uomini del corteo o aggredita dal juju stesso che, come si diceva, non è una figura tanto docile. Ammettere che ci fosse un essere umano sotto la maschera era come annullarne il potere, renderla “solo” un oggetto qualsiasi. La maschera e il mascheramento non sono quasi mai oggetti qualsiasi: creano, ri-creano una nuova forma di identità, a volte totalmente diversa dalla prima e non sempre coincidente alla identità originaria dell’individuo che la indossa e, come in questo specifico caso, un’identità quasi sacra. Il rapporto uomo-maschera mi intrigava sempre di più: cosa succedeva a chi indossava la maschera? Era una persona delle società segrete? Era uno sciamano? O era qualcuno guidato da uno sciamano? La mia amica non sapeva rispondere a queste domande, non conosceva tutti i juju della regione e aveva una conoscenza superficiale del tema, come probabilmente ogni cittadino medio non avvezzo al mondo mistico-sacro delle maschere. Tuttavia sapeva dirmi che la persona che indossa la maschera “si deforma”. «Si trasforma», puntualizzai io. «No, si deforma», precisò lei. Anche altri informatori che ebbi modo di sentire in seguito utilizzarono questa espressione: deformarsi. A ben vedere, questo verbo indica molto meglio di “trasformare” la funzione di una maschera. Mentre trasformare indica etimologicamente formare dall’altra parte, indica cioè un passaggio di forma, forse anche irreversibile, ponendo l’attenzione al risultato del cambiamento, deformare invece indica più il senso di modellare una forma, il processo del cambiamento, il cambiamento stesso più che il risultato. Ed è probabilmente questo potere delle maschere — di tutte le maschere, non solo delle masquerade africane — che è stato ben colto dagli artisti occidentali delle avanguardie a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Grandi collezionisti e ammiratori, molti non solo le acquistarono, ma si ispirarono ad esse per la realizzazione delle loro opere: il caso più famoso è probabilmente Les demoiselles d’Avignon di Picasso del 1907, prima opera cubista, che raffigura le maschere dei Dogon del Mali. In modo poco attento alla dimensione etnica e antropologica, gli artisti delle avanguardie, con la loro spiccata sensibilità estetica e artistica, delle maschere colsero tuttavia il significato più profondo: ovvero la capacità di costruire pluralità di identità, modificandole almeno in parte le une con le altre, ma senza mai a ottenere un’unica dimensione identitaria. Ai tempi il tema della pluralità delle identità era chiaramente di grande interesse, complice anche la recente scoperta dell’inconscio e la nascita della psicanalisi. Le maschere di altri mondi e di altri tempi rappresentavano dunque la consapevolezza atavica di quella che per gli occidentali era solo una recente scoperta, ovvero il rapporto tra le molteplicità di identità che abitano ogni individuo e che sono in continuo cambiamento. La maschera dunque non solo è usata nelle performance ed è simbolo di cambiamento, ma è essa stessa performance, cambiamento, adattabilità per chi la indossa, deformazione — come direbbero a Bamenda —, anche se non sempre consapevole.

NOTE

[1] Pidgin: termine col quale si indica un tipo di lingua semplificata, nata dal contatto tra una lingua straniera (spec. una lingua europea coloniale) e una o più lingue indigene, usata nella comunicazione tra persone che non parlano ciascuno la lingua dell’altro (quando si estenda a un’intera comunità, può dare origine a una lingua creola); si distinguono pidgina base inglese, a base portoghese, ecc. In partic., il Pidgin-English ’pìgin ìngliš’ è costituito da un lessico inglese molto semplificato su una base grammaticale e fonetica cinese; come gli altri tipi di pidgin, si è formato e diffuso nel sec. 19° quale mezzo di comunicazione negli scambî con i maggiori centri commerciali della Cina e con le comunità cinesi della California. Fonte: Vocabolario on line Treccani.

PER APPROFONDIRE

Francesco Paolo Campione: Maschere. Identità plurali — Punto A — 2002

Camerun, foto scattate dall’autrice

per citare questo articolo

Moira Luiraschi:

La maschera sacra,

n. 15 - Le maschere,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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