Il carcere è anche un tempo che stabilisce un prima la commissione del reato e un dopo la espiazione della pena. Quel muro definisce quindi un limite, solo apparente, che in realtà esprime una traccia di incomunicabilità. Da una parte c’è un al di qua dove ci troviamo noi; dall’altra c’è un al di là che percepiamo di volta in volta come irraggiungibile, inesplorato, estraneo, ignoto, diverso, che spaventa. Il muro diventa metafora del limite umano, metafora dell’ostacolo che si frappone ai rapporti interpersonali, metafora dei pregiudizi che innalziamo intorno a noi, spesso per autoescluderci da una realtà scomoda. Capita anche che i nostri pensieri si infrangano contro quel muro, a volte nel desiderio mai appagato di superarlo, a volte nell’impossibilità frustrante di abbatterlo, altre ancora nella percezione di una barriera che è sì escludente, ma che può anche rivelarsi rassicurante e protettiva. Xenofobia, omofobia, maschilismo, misoginia, ogni paura di ciò che è diverso, strano o non conosciuto, implodono in un spazio chiuso così come nella cultura propria di una società chiusa nei suoi sbagli e nelle sue ipocrisie. Paure che diventano discriminazione verso coloro che non rientrano nello stereotipo della normalità. La nostra è ormai una società chiusa che vive con difficoltà sempre maggiori l’esperienza dell’integrazione. Paradossalmente, il limite delle politiche per l’inclusione è spesso proprio nel fatto che, sebbene siano state adottate per fronteggiare la marginalizzazione dei soggetti fragili, nella loro pratica attuazione abbiano spesso portato a una esacerbazione del sentimento stesso di non accettazione dell’altro. Pensare, sentire e agire per l’uguaglianza può avvenire solo favorendo un impegno quotidiano e costante per superare ogni ragione di conflitto e di separazione. Il superamento del pregiudizio verso chi è deviante, frutto di esasperati allarmismi alimentati da alcune forme superficiali di comunicazione di massa, può avvenire solo attraverso l’attivazione di iniziative di cittadinanza attiva per agire i cambiamenti. Si agisce così non più per una integrazione subalterna ma per una uguaglianza emancipante, funzionale a riconoscere anche in chi ha sbagliato il valore di persona di cui promuovere le potenzialità e garantire i diritti. Il contatto tra le cittadinanze e la possibilità di sperimentare le differenze e le similitudini favorisce la scoperta della reciproca dipendenza. Lo sviluppo di una dimensione empatica, l’agire su un livello emozionale oltre che riflessivo, può costituire uno spazio più facilmente condivisibile giacché i sentimenti, universalmente riconosciuti, sono trasversali a ciascuno. Attraverso una dinamica di definizione delle diversità e delle possibili conflittualità, si può prevenire lo scontro e attivare una relazione riflessiva ed empatica tra realtà diverse che, superando le tentazioni per una assimilazione o prevalenza dell’una sull’altra, necessariamente trovino ragioni e occasioni di incontro nel rispetto delle reciprocità, si rendano disponibili a conoscersi e a contaminarsi. La finalità è quella di garantire a ognuno la possibilità
di partecipare alla costruzione della cittadinanza comune. La creazione di spazi e tempi di aggregazione su un fare concreto può essere occasione in cui attraverso la narrazione della propria specificità e della propria esperienza di vita si può favorire la costituzione di una identità condivisa. È proprio in questa relazionalità obbligata di soggetti che si può definire la quotidianità del carcere al suo interno e del carcere con la collettività, fatta di microequilibri quotidiani estremamente fragili, che perennemente devono rinnovarsi. Fuori dal carcere c’è il giudizio di una società che deve difendersi, che ha paura, che cerca risposte alle conseguenze dei suoi propri errori. Dentro il carcere c’è un universo di biografie, sensibilità, competenze e interessi estremamente articolato, a volte in netta e naturale
contrapposizione tra loro. Proprio come nella società esterna. Il carcere quindi è una sottile linea di confine che delimita due spazi e due tempi. Una dualità che è inevitabilmente separazione, ma anche commistione. Perché paradossalmente ogni muro è anche un punto di contatto, ogni linea di confine una membrana che definisce contiguità. È così che un muro può diventare anche uno straordinario spazio e tempo di comunicazione. Una superficie verticale, una pagina bianca sulla quale scrivere una storia nuova.
La foto di apertura è di Sandro Montefusco, scattata nel deserto in California, fa parte del progetto “Uomini sul confine”. Maggiori info qui.