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Lana colorata di Paola Della Pergola, autrice dell’articolo per Orione 29, Colore

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Tingere con la natura

4 Settembre 2023
Tra le mie mani è bianca, ma le pentole bollono di vari colori, rosso di robbia, blu di indaco, marrone di galla di quercia, giallo di tuniche di cipolla, e così appare anche più bianca la mia matassa di lana appena filata.
Lana colorata di Paola Della Pergola, autrice dell’articolo per Orione 29, Colore

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Tingere con la natura

4 Settembre 2023
Tra le mie mani è bianca, ma le pentole bollono di vari colori, rosso di robbia, blu di indaco, marrone di galla di quercia, giallo di tuniche di cipolla, e così appare anche più bianca la mia matassa di lana appena filata.

In realtà il suo colore, di pura lana di pecora appenninica, è lievemente ecrù, colore crudo di ciò che arriva dalla natura e non è ancora stato trattato dagli esseri umani. Sono una tintora di tintura naturale. Tingere con le piante è il mio lavoro. Adoro tingere, è la parte magica e fluttuante del mio lavoro che mi porta in mondi e reami sconosciuti, in risultati sorprendenti su lino, lana, seta, canapa e cotone.

«Che colore vuoi?» domando, come se potesse rispondere, ma naturalmente è da me che nasce la risposta.

«Cominciamo da un po’ di giallo».

Allora metto una bacchetta di legno appoggiata di traverso sulla pentola della cipolla che sosterrà la parte centrale della lana (1, 2 o 3 matasse) che non voglio immergere. Le parti che scendono nel bagno di Cipolla riceveranno un colore caldo e dorato, mezz’ora basterà a imbeverle del liquido. Quindi, spengo il fuoco, raccolgo la bacchetta con la lana che sostiene, lascio scolare il liquido caldo nella pentola, sposto le matasse su un setaccio, appoggiato in un catino, a raffreddarsi e a riposare. La temperatura è stata tenuta sotto i 100° gradi, per non stressare il filato, e mentre la lana raffredda, aspettando quindi di poter essere sciacquata, mi accosto al bagno di indaco. Controllo i dati tecnici necessari a un bagno tintorio ottimale e prendo le matasse tinte ieri con un po’ di giallo. Questa è lana d’Abruzzo, ricciolina, bouclé. Mezza bianca e mezza gialla, colore un pò papalino, e le matasse sono appena umide. Con guanti di gomma, necessari per difendere la mia pelle dalla potenza dell’indaco, le prendo e le guardo a una a una. Immagino i risultati: un verde brillante per quella più ricoperta di un bel colore giallo, un macchiato prezioso per quella in cui il giallo ha ricevuto campiture piccole e irregolari, un lungo azzurro, intervallato da verdi per quella che ha ricevuto solo qualche macchia di giallo. La descrizione appare complicata, di fatto si procede un po’ alla volta. Il gioco delle sovrapposizioni è la bellezza del lavoro. Gli accostamenti, i colori complementari, i caldi e i freddi, i viola e i rossi, mi ci perdo a immaginare. E così procedo, man mano, mentre il bagno di indaco è pronto. Dopo aver controllato con un mestolo di legno e con il termometro digitale sia la consistenza che la temperatura del bagno, faccio le modifiche del caso, con acqua, fuoco e componenti necessari, e quindi procedo alla prova di colore. Con una pinza immergo un pezzetto di lino dalla mia raccolta di vecchi tessuti. Lo immergo appena appena, con lentezza e lo osservo.

Il lino, uscito giallo dal bagno, a poco a poco sviluppa un leggerissimo colore verde celadon, lucido e trasparente. In pochi attimi l’ossigeno dell’aria ritrasforma l’indossile (un leucoderivato) in indicano, la molecola originaria dell’indaco, che nel giro di mezz’ora, “ratto s’apprende” al tessuto, sviluppando tutto il suo potenziale di blu. Magia? Ogni volta mi pare lo sia, ma in realtà è un procedimento antichissimo, anche se oggi utilizzo tecniche moderne. Si basa tutto su una sottrazione di ossigeno al bagno che viene riportato al tessuto dall’aria, dopo l’immersione. Tradizionalmente si fa con la macerazione delle foglie, oggi si usa una tecnica di estrazione del pigmento. Questo rende il colore molto stabile e ha prodotto dai secoli passati la fortunatissima tela blu di Genova, “bleu de Gènes” universalmente nota come “blu jeans”. I primi documenti che ne parlano sono nel testamento di Enrico VIII d’Inghilterra, dove sono registrati dei tessuti, catalogati come “Jeane”, con riferimento al luogo d’origine e di fabbricazione. Siamo nel 1500! Quindi, mentre io tingo, la storia mi parla di viaggi e trasporti. Di marinai, di tele per le vele, di divise e abiti da lavoro, di cinema e canzoni. E mentre continuo, osservo le mie matasse. I colori naturali sono trasparenti e le loro sovrapposizioni sono la gioia del tintore. I gialli caldi ottenuti dalla cipolla, quelli leggeri e nebbiosi delle foglie del fico, o più color senape delle bucce del melograno manifestano un’infinita gamma di verdi.

Gli antichi tintori di lana del Medio Oriente, ad esempio, raccomandano il melograno, per il verde dei boschi, che hanno ampie campiture negli immensi tappeti dell’Antica Persia e altri colori specifici per ogni immagine. E io? Cosa preferisco, cosa scelgo, cosa consiglio ai miei alunni? Inizio dalla bellezza dei rossi. La radice di Robbia, viene dall’India, ma un tempo era coltivata da noi, insieme al Guado da blu, ha reso ricca Firenze con i suoi famosi tessuti di lana e Venezia con i velluti, i broccati e i lampassi. Tutt’ora una famosa casa tesse a mano tessuti meravigliosi, e un tessitore fa solo trenta cm di tessuto in una giornata di lavoro. Poi passiamo ai gialli, di cui ho già accennato. In luglio raccolgo la magia della Solidago, o Verga d’Oro, ottima per curare le cistiti, ricca di fiori amati dalle api, e con la pianta avanzata, si tinge. Noi tintori nuovi, di una consuetudine antica, cerchiamo vecchi tessuti, o nuove lane da tingere, andiamo su vecchie tracce locali, interroghiamo i più anziani e cerchiamo filatrici di un tempo. Si aprono bauli, cassetti di memorie, fotografie, facciamo parlare cose perdute, dimenticate. E quello che troviamo, interrogando e lavorando, è la nostra stessa anima.

NOTE 

Paola Della Pergola: Colori secondo natura — Altraeconomia — 2018

per citare questo articolo

Paola Della Pergola:

Tingere con la natura,

n. 29 - Colore,

settembre-dicembre 2023

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Esistono i colori in natura? Alla domanda apparentemente provocatoria si potrebbe rispondere sì e no, in quanto è il nostro cervello che, attraverso alcune cellule nervose, i fotorecettori chiamati coni, presenti nella parte più sensibile della retina (fovea) convertono alcune lunghezze d’onda dei fotoni della luce in segnali che definiamo colori.