Skip to content

|

Siamo gli spazi che abitiamo

23 Aprile 2019
Una grande stanza, dalle pareti cupe, con un’unica finestra che si affaccia sulla campagna, sotto il cielo incerto di una mattina di inizio inverno…

|

Siamo gli spazi che abitiamo

23 Aprile 2019
Una grande stanza, dalle pareti cupe, con un’unica finestra che si affaccia sulla campagna, sotto il cielo incerto di una mattina di inizio inverno…

Puoi sentirti schiavo di sbarre crudeli, rinchiuso in una prigione, impedito di uscire all’aperto a respirare quella brezza leggera che fa ondeggiare i rami nudi degli alberi… O, al contrario, puoi ammirare l’armonia di quei ferri dalle volute che si attorcigliano graziose, inquadrando l’azzurro del cielo e i dolci pendii collinari… chissà quanto ha sudato quel fabbro, cent’anni fa, per obbligare tra forgia e incudine quei pezzi di metallo a piegarsi al suo volere! Ma quella finestra non è solo una percezione visiva: puoi assaporare l’aria frizzante che ti conferma la fine dell’estate, godere degli ultimi profumi della natura che si appresta a cadere in letargo o sopportare il tanfo del liquame sparso per concimare i campi! E pure le orecchie si danno da fare. Un campanile lontano che, imperturbabile, batte le ore, il vento che fruscia tra rami spogli e foglie cadute… oppure un incosciente che ha scambiato le vigne per una pista di motocross. Se ti avvicini alla finestra, puoi allungare la mano per toccare il ruvido davanzale di pietra e valutare dalla sua temperatura quanto l’inverno abbia già preso possesso della casa, della tua casa. E poi sporgere il braccio oltre l’inferriata per riscaldarti accarezzando un raggio di sole: quanto impiegherà a introdursi nella stretta finestra per far risplendere la camera triste e oscura? Manca poco a Natale e il sole gira basso. Certamente riuscirà a illuminarla fino in fondo, fino al grande guardaroba in legno di noce, quello della nonna… perché questa stanza non è solo un incrocio tra muri di pietra e volte di legno e mattoni: questa stanza è parte della tua casa, dell’involucro della tua vita; il luogo dove trascorri molto del tuo tempo, o magari troppo poco, afflitto dai tuoi stressanti impegni di lavoro, comunque un luogo che ti appartiene e che fa parte di te, strettamente legato ai tuoi ricordi, al tuo presente, alle tue speranze, ai tuoi cari… Ma non tutte le finestre sono fatte così, come questa che si affaccia sulle dolci colline del Monferrato. Le aperture sull’esterno possono essere grandi e senza inferriate, come La finestra sul cortile[1] del celebre film in cui James Stewart, nei panni di un fotoreporter costretto su una sedia a rotelle a causa di un incidente, trascorre il suo tempo a scrutare dentro gli appartamenti che gli si aprono di fronte, osservando i movimenti degli inquilini, ascoltando voci, musiche, rumori. Le finestre sono paragonabili al palcoscenico di un teatro, con tende e persiane che rappresentano il sipario. Un sipario che dovrebbe impedirci, quando siamo attori, di vedere ciò che avviene in platea — e che in generale non ci riguarda — e, quando siamo spettatori, di curiosare ciò che avviene oltre quella cortina socchiusa — e che non dovrebbe essere reso pubblico. O possono essere quelle delle Vele di Scampia: finestre che si affacciano nella stretta intercapedine tra due ali gemelle. Anche se il sogno delle Vele era di riprodurre in versione moderna, all’interno di gigantesche strutture ripetitive, il caratteristico intrecciarsi dei vicoli napoletani, un’opera di tale impatto ambientale non doveva essere pensata solamente sotto l’aspetto visivo e architettonico. Un edificio nuovo può inserirsi nell’ambiente circostante, può migliorarlo creando un punto di attrazione visuale, oppure può sconvolgere un contorno naturale o monumentale tipico e irrinunciabile. Ma non deve fermarsi a ciò. Farsi solamente vedere, ammirare o criticare! Un edificio è destinato a essere abitazione, scuola, ospedale, caserma… È destinato ad accogliere al suo interno delle persone, con le loro cose, coi loro problemi, con le loro speranze. E le Vele di Scampia, con l’intricato avvolgersi di scale, passerelle, corridoi sospesi ed interclusi tra le ali destinate ad abitazione, ne sono l’esempio. Un bimbo vispo e felice le vedrà, le userà come scivoli di un parco giochi; una donna sola e avvilita le subirà come un macchinario destinato a triturare cose e persone; un ragazzo forte e atletico le sfrutterà per dimostrare il suo coraggio saltando nel vuoto da un parapetto all’altro; una persona che soffre di vertigini dovrà essere accompagnata in qualsiasi pur minimo spostamento; una persona non vedente sarà ossessionata dal ripetersi di rampe e corridoi circondati dal vuoto, che si ripropongono identici per piani, scale, interni, come in un labirinto! Già a pochi anni dalla loro costruzione, l’architetto Isabella Guarini descriveva la situazione delle Vele.

Una giornata cupa di pioggia, che ricadeva sui ballatoi interni schizzando intorno e rimanendo impantanata. Gli ascensori guasti erano usati per deposito di rifiuti. Tuttavia, l’interno degli alloggi era decente perché curato da chi abitava. Fuori dall’uscio, invece, il degrado era irreversibile, a causa della struttura architettonica degli edifici, simili a gironi danteschi con la scritta sulla porta perdete la speranza o voi che entrate…

Ma, come recita il noto aforisma, la speranza è l’ultima a morire! Lo spazio costruito non è solamente un insieme di materiali inerti. Racchiude al suo interno lo spirito di chi lo ha creato, di chi lo ha vissuto e trasformato. Da quasi 50 anni mi adopero, sia nella mia attività professionale che nel tempo libero, per cercare di capire gli edifici — siano essi storici, importanti, tipici o anche solo miseri capanni o ricoveri agricoli, per provare a farmi raccontare dalle loro mute e immobili strutture perché sono sorti, cresciuti, mutati o collassati proprio in quel luogo e perché abbiano assunto quella forma e quel carattere costruttivo e quanto in tutte queste azioni abbiano influito gli abitanti, le attività, le guerre, il clima, le calamità naturali… È troppo semplicistico passarci sopra con un bulldozer per costruire qualcosa di nuovo, magari bello e inedito, ma senza alcun legame coi luoghi e con la gente, col loro passato e, di conseguenza, con il loro avvenire. Lo spazio abitato è l’involucro dei luoghi che vengono identificati da ogni individuo proprio attraverso il loro utilizzo e che fanno da contenitore delle differenti relazioni tra le persone, sia positive o negative, collegate da legami affettivi o di semplice incontro. La nostra esperienza del mondo si fonda su una complessa integrazione dei sensi, che non può essere limitata alla sola esteriorità. Secondo l’architetto finlandese Juhani Pallasmaa, l’architettura moderna troppo spesso si è concentrata solamente su aspetti puramente visivi, trascurando soluzioni rivolte ad un’esperienza multi-sensoriale. Uno spazio che si possa misurare con gli occhi, il movimento, il tatto, gli odori… Uno spazio che ricomprenda diverse sensazioni che mettano in rapporto l’intera percezione del nostro corpo con l’ambiente costruito.

Gli edifici e le città forniscono l’orizzonte per la comprensione e il confronto della condizione esistenziale umana, invece di creare semplici oggetti di seduzione visiva, l’architettura collega, media e proietta i significati… Il significato ultimo di ogni edificio va oltre l’architettura; esso dirige la nostra coscienza verso il mondo e verso il nostro senso di sé e dell’essere. […] Quando gli edifici perdono progressivamente la loro plasticità e la loro connessione con il linguaggio e la conoscenza del corpo umano, si isolano in un regno di apparizioni fredde e distaccate. Con la perdita di tattilità, dimensioni e dettagli abilmente costruiti per il corpo — e in particolare per la mano – le strutture architettoniche diventano sgradevolmente piatte, taglienti, insignificanti e irreali. [2]

Ma, concludendo, sarebbe ingiusto incolpare dell’insuccesso delle Vele di Scampia — o del Corviale di Roma e di tanti casi simili — unicamente la progettazione architettonica o le scelte costruttive. Un considerevole effetto negativo deriva infatti dalla mancanza di una struttura urbana che consenta lo scambio e l’integrazione sociale. Sono mancate le vie, le piazze, gli edifici destinati ai servizi, la mobilità pubblica, le prospettive verso il paesaggio e l’ambiente naturale. È mancato tutto ciò che poteva fare di uno spazio anonimo un vero luogo da vivere.

NOTE

[1] La finestra sul cortile (Rear Window) è un film del 1954 diretto da Alfred Hitchcock. [ndr] ù

[2] Juhani Pallasmaa: The eyes of the skin — Wiley Academy by John Wiley & Sons Ltd — 2005

per citare questo articolo

Massimo Camussi:

Siamo gli spazi che abitiamo,

n. 13 - Abitare,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

INSERISCI COMMENTO ALL’ARTICOLO

In questo numero