In quell’occasione citavo l’importanza di stimolare nei nostri studenti non solo l’acquisizione di conoscenze, fondamentali in ogni settore e particolarmente rilevanti in quello tecnico-scientifico, ma anche quella di competenze e in particolare di quelle abilità che passano sotto il nome di soft skills o competenze trasversali, di cui al giorno d’oggi si fa un gran parlare e che le aziende richiedono in misura sempre maggiore nei colloqui di assunzione. Il motivo per cui citavo l’importanza fondamentale di tali abilità deriva da un paio di letture che mi hanno fatto riflettere sul tema, di due pensatori apparentemente distanti, ma in realtà con una visione estremamente vicina in proposito: sto parlando di Come i bambini (edizioni Erikson, 2018) di Mitch Resnick, professore al MIT, direttore del gruppo di ricerca Lifelong kindergarden, traducibile come “asilo per tutta la vita” e di 21 lezioni per il XXI secolo (edizioni Bompiani, 2018) di Yuval Noah Harari, professore di storia all’Università di Gerusalemme. Apparentemente i due autori sono quanto di più distante si possa immaginare: quale può essere il punto d’incontro tra un ingegnere informatico e uno storico? Curiosamente il terreno comune è quello della creatività, vista da entrambi come la competenza fondamentale per il futuro mercato del lavoro, su cui entrambi sollevano enormi interrogativi, dovuti alla velocità con cui il mondo sta cambiando, che rende letteralmente imprevedibile immaginarsi quali professioni esisteranno ancora quando un alunno che nel 2020 entra in prima elementare arriverà alla Laurea Magistrale, ovvero tra 18 anni, nel 2038! Con che mondo si confronterà? Cosa dovrà sapere per essere appetibile? Quali caratteristiche risulteranno vincenti? Harari sostiene che …l’ultima cosa che può fare un insegnante è dare ai suoi allievi ulteriori informazioni. Ne hanno già troppe. La gente invece ha bisogno di strumenti critici per interpretare le informazioni, per distinguere ciò che è importante da ciò che è irrilevante […] le scuole dovrebbero impostare la didattica sulle quattro C: critica, comunicazione, collaborazione e creatività. Resnick ha un’opinione in proposito piuttosto consonante: «In un mondo che cambia a un ritmo sempre più accelerato, le persone devono imparare a adattarsi a condizioni in costante evoluzione. Il successo futuro – delle singole persone, delle comunità, delle aziende, delle nazioni nel loro insieme – sarà basato sulla capacità di pensare e agire creativamente […] c’è bisogno urgente di aiutare i giovani a sviluppare il pensiero creativo così da prepararli a vivere in un mondo in rapido cambiamento». Se questo è il contesto in cui ci muoviamo, qualunque persona razionale immaginerà che quindi anche le nostre scuole, luoghi deputati alla formazione delle giovani menti, che si incaricano di plasmare le nuove generazioni perché possano affrontare questo incerto futuro, siano evolute di conseguenza, non tanto per seguire le mode tecnologiche e della società contemporanea, ma al contrario per essere protagonisti nel flusso del cambiamento, con la speranza di influenzarlo anziché essere trascinati e travolti. Purtroppo la realtà stride con questa ipotesi: di fatto la scuola – salvo rare eccezioni – fatica tremendamente a stare al passo con i cambiamenti che stanno rivoluzionando la società, fatica a comprendere e integrare la tecnologia, che invece oramai pervade il mondo reale e di fatto persevera su un modello che in ultima analisi è ancora quello tipico della rivoluzione industriale, un modello che Ken Robinson chiama fordista (si veda in proposito questo bellissimo video risalente al 2006: clicca qui), che mira a produrre diplomati e laureati in serie, offrendo stessi contenuti e obiettivi per tutti gli studenti, valutando ciascuno secondo i medesimi standard di valutazione, imponendo una scansione temporale identica e un luogo di apprendimento deputato unico. Si pensi al fatto che ogni giorno più o meno tutti gli studenti del mondo si recano in un medesimo edificio fisico, per un intervallo temporale definito e uguale per tutti: il confronto con ciò che avviene nella società è sconcertante. Molte aziende hanno abbandonato del tutto il concetto di ufficio e di scrivania, creando spazi in cui sia sufficiente arrivare col proprio computer per creare attorno a sé stessi il proprio ambiente di lavoro. Lo stesso dicasi per le opportunità formative: nel mondo di oggi si fatica a percepire ambienti di apprendimento strutturati, cui si sono sostituiti progressivamente paesaggi digitali di opportunità di conoscenza, Personal Learning Environment (PLE) in cui si fondono apprendimento formale, non formale e informale. Per converso, se avessimo una macchina del tempo e decidessimo di visitare una scuola di 100 anni fa o l’Università di Bologna nel XIV secolo, come raffigurata da Laurentius de Voltolina nella famosa pergamena Liber ethicorum des Henricus de Alemannia e una scuola di oggi, non troveremmo nella disposizione dei banchi e nella modalità di lezione frontale differenze apprezzabili. Lo schema è lo stesso: il docente espone i propri contenuti ad allievi più o meno interessati, qualcuno sonnecchia, qualcuno chiacchiera, qualcuno rimira la bellezza della vicina di banco. Quali sono le speranze che questo schema possa sviluppare la creatività o comunque rappresentare un ambiente in cui la creatività possa attecchire e fiorire? O forse, come sostiene sempre Resnick, l’istruzione formale, così come è oggi, «è impantanata in una cultura uggiosa fatta di valutazione e competizione»? La sensazione è che sia necessario più che mai affrontare questo tema con coraggio, cercando di rimettere al centro l’apprendente, trasformando in maniera radicale tutto il processo di insegnamento/apprendimento, altrimenti il disinteresse degli alunni non farà che aumentare e lo iato tra la scuola e il mondo reale diventerà sempre più grande, fino a risultare davvero incolmabile. C’è quindi speranza di uscire nel prossimo futuro da questa scuola da incubo? A mio avviso sì: la presa di coscienza della situazione, la preoccupazione per il futuro e il rischio di non risultare più efficaci per i nostri studenti saranno il motore che nei prossimi anni darà la spinta fondamentale, assieme alle tecnologie che stanno oramai diventando una realtà concreta che è impossibile tenere fuori dalle aule scolastiche: si tratta solo di insistere e aiutare gli insegnanti, lasciando loro lo spazio per operare in maniera più vicina e personale con i propri studenti, metterli in condizione di incuriosirsi e di imparare davvero. E di diventare creativi, creando una vera scuola da sogno.
PICCOLA POSTILLA
Tra quando ho scritto l’articolo e quando Orione è uscito, il mondo è cambiato. Il COVID-19 ha deciso di rivoluzionare le nostre vite sia a livello professionale sia a livello personale: abbiamo dovuto trasformare il nostro modo di lavorare, di divertirci, di fare la spesa, di stare insieme… e ovviamente il nostro modo di insegnare e apprendere. In questo senso la speranza è che questa improvvisa accelerazione, decisamente traumatica, possa avere quando questi strani giorni saranno finiti qualche strascico positivo, che lasci in eredità un ripensamento del nostro modo di fare didattica. Abbiamo scoperto che si può fare! in situazione di emergenza, momento in cui la reazione del mondo della scuola si è rivelata semplicemente incredibile: la scommessa sarà mettere a sistema quanto fatto e capire come trasformare la didattica quotidiana quando potremo tornare fisicamente nelle nostre aule. Significherebbe davvero aver trasformato la minaccia del virus in una straordinaria opportunità di crescita.
