Skip to content

|

Occhi spenti, menti aperte

6 Maggio 2019
Vedere senza vedere, non vedere e comunque vedere… avere gli occhi aperti e non rendersi conto, averli chiusi e cogliere il mondo, chiuderli per capire di più e andare oltre.

|

Occhi spenti, menti aperte

6 Maggio 2019
Vedere senza vedere, non vedere e comunque vedere… avere gli occhi aperti e non rendersi conto, averli chiusi e cogliere il mondo, chiuderli per capire di più e andare oltre.

Antitetici eppur complementari estremi del modo di percepire il nostro vissuto, la vita che ci circonda e l’anima stessa della vita. Su questo gioco di opposti, l’uomo ha incentrato nel corso della storia una parte essenziale della sua attività letteraria, poetica e rappresentativa. Non è un caso che il fondamento epico su cui si è fondata la letteratura occidentale, cioè l’accoppiata Iliade-Odissea di Omero, collegata allo scontro epocale tra le due superpotenze del Primo Millennio a.C. (gli Elleni e i Troiani), sia attribuito ad un autore cieco. Noi sappiamo bene che forse Omero non è mai esistito come persona, che forse i due poemi appartengono a due o tanti autori differenti, che prima che essere scritti erano narrati e trasmessi dalla tradizione orale. Ci interessa di più che nell’immaginario popolare Omero fosse cieco e che abbia composto ascoltando e viaggiando, quindi “vedendo” la storia e le leggende del suo popolo e dei suoi dei.Un’immagine, questa, che sarà poi ripresa solennemente da Ugo Foscolo nei Sepolcri: un vegliardo cieco che brancolando nel buio interroga le tombe e immortala la guerra che ha cambiato il mondo. Se caposaldo delle nostre radici letterarie sono stati e restano i poemi omerici, l’edificio culturale è stato successivamente costruito e fortificato intorno a quella fantastica e suggestiva architettura identitaria, mentale, filosofica, etica, psicologica e religiosa, che sono le tragedie greche del V secolo a.C. Vi emerge la storia di Edipo e della sua famiglia, la cui conoscenza, detto per inciso, ha permesso a Freud di concepire il valore psicanalitico ed universale dei miti. Edipo, che, per il volere incancellabile del fato, con innocente colpevolezza e colpevole inconsapevolezza ha sposato sua madre, ha ucciso suo padre ed è divenuto re di Tebe, ignorando di essere proprio lui il “reo”, indaga su chi sia l’impuro responsabile della pestilenza che affligge la Città. Si affida alle conoscenze profetiche dell’indovino Tiresia, che vede più degli altri e non a caso è cieco anche lui. Quando scopre l’orribile verità, Edipo non si uccide, ma uccide la sua capacità di vedere, accecandosi tutti e due gli occhi. Eppure continuerà a vedere, vivendo, le tremende conseguenze della sua colpa: e sarà quello il suo vero viaggio nell’Inferno. Per individuare letterariamente questa doppia funzione della vista, con un epocale volo pindarico atterriamo nella seconda metà del Novecento, occhi aperti sul Medio Evo e sul presente di sempre. Il nome della rosa, lostrepitoso romanzo di UmbertoEco, è oramai entrato di diritto nell’immaginario culturale internazionale, anche per la spettacolare ed efficace, pur se non fedelissima, rielaborazione cinematografica con l’avvolgente Sean Connery. Tra i protagonisti assoluti del libro e del romanzo, proprio la cecità. È cieco Jorge da Burgos, il bibliotecario fondamentalista dell’Abbazia, capace di uccidersi insieme ai comunque amatissimi volumi, ma anche capace di uccidere, pur di non far trapelare la sconvolgente verità che un riconosciuto Maestro come Aristotele possa aver parlato bene dell’allegria e della risata, diabolici nemici in un’epoca in cui l’imposizione penitenziale della religione lottava con ferocia contro l’emergente sua umanizzazione e la sua compatibilità con la gioia di vivere. È cieco Jorge, ma non per le sue pupille spente, bensì perché non sa vedere la spinta giusta e inarrestabile dell’umanesimo emergente. Ed è storicamente cieco anche il personaggio novecentesco che evoca nel nome, il grande scrittore argentino Jorge Borges, che con le pupille ha visto poco o nulla (ed ha anche ignorato per troppo tempo gli orrori della dittatura nel suo Paese), ma con l’immaginazione visionaria ha volato in tutti i sogni ed in tutte le realtà possibili. Voli, questi, che, pur con tutto il suo carico di dolore e di disagio, la cecità riesce ad ispirare con forza evidente. Non dimentichiamo che uno dei maggiori capolavori della Letteratura europea del Secondo Millennio, Il Paradiso perduto, un poema monumentale, è stato composto da John Milton, grande erede di Shakespeare in Inghilterra, proprio nel periodo in cui aveva perso la vista “Nell’oscurità mi illumino”, diceva. La trasformazione visionaria aiuta ad offrire chiavi politiche. Nella sua epopea dell’Eden, della cacciata di Adamo ed Eva, della rivolta dei demoni e della reazione diversa del durissimo Dio Padre e del più comprensivo Dio Figlio, la critica ha visto adombrata la vicenda di Cromwell, di cui l’autore fu sostenitore. Cromwell è Satana, il grande ribelle, sconfitto e svuotato dalle presunte forze del Bene, eppure è chiaro che a Milton non è certo sgradito, perché ha saputo vedere oltre, pur senza andare oltre fino in fondo. E così ancora una volta si sviluppa il doppio binario tra cecità fisica e cecità interiore, che in una straordinaria comparazione poetica viene sintetizzato da Eugenio Montale nel ricordo della moglie scomparsa, affetta negli ultimi anni da forte ipovisione: Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio, non già perché con quattr’occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue. Insomma, si conferma che nella vita, se pure è importante ciò che ci succede, è ancora più decisivo il nostro modo di reagire. Per riuscirci, occorre guardare le cose da un’altra angolazione. Negli scorsi anni, a teatro ha avuto un grande successo la pièce Molly Sweeney, che raccontava la storia vera di una donna cieca, che per un’operazione recupera la vista a quarant’anni di età. L’evento, che dall’esterno potrebbe sembrare felicissimo, finisce invece col romperne completamente l’equilibrio e portarla alla pazzia e poi alla morte: non era riuscita a cambiare tutti i parametri che le permettevano di affrontare la vita “vedendo” con gli altri organi. Per far capire meglio la situazione, nei primi trenta minuti gli spettatori vedevano solo il buio totale e sentivano le voci degli attori vicine e lontane, e scoprivano il mare e il vento ed anche il sole insieme con gli occhi spenti di Molly. Dopo un panico iniziale, tutto sembrava avere una sua “logica“ rassicurante. Non è quindi necessario essere geniali scrittori per poter rivolgere in positivo le negatività dell’ipovisione. Ha ragione chi dice che la cecità è un male, ma il male peggiore è non saperla accettare. E più in generale ha maggior ragione Jorge Borges: La vita è un Paradiso. L’Inferno è non accorgersene. Ergo, cerchiamo di non aggiungere le “nostre” perdite ai tanti paradisi perduti…

per citare questo articolo

Franco Bruno Vitolo:

Occhi spenti, menti aperte,

n. 5 - Viaggio in un mondo fantastico,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

INSERISCI COMMENTO ALL’ARTICOLO

In questo numero