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Orpello grafico (dettaglio di copertina)

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Libera. Diventare grandi alla fine della storia

19 Gennaio 2026
Quando ho scoperto quale sarebbe stato il tema di questo numero di Orione, la nostalgia, ho provato due sensazioni contrastanti.
Orpello grafico (dettaglio di copertina)

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Libera. Diventare grandi alla fine della storia

19 Gennaio 2026
Quando ho scoperto quale sarebbe stato il tema di questo numero di Orione, la nostalgia, ho provato due sensazioni contrastanti.

Da un lato l’assoluto desiderio di scrivere su una tematica tanto affascinante, pensando immediatamente a Odisseo e al suo dolore del ritorno. Dall’altro, un timore quasi reverenziale davanti all’immensità della letteratura che ha affrontato l’argomento: a volte in modo esplicito, altre in forma narrativa, poetica o descrittiva, parlandone senza nominarlo o solo sfiorandolo.

«Quando sbarcasti a Itaca
che tristezza avrai provato, Ulisse!
Altra vita avevi dinanzi
perché arrivare tanto presto?»

Così inizia la poesia Itaca di Alex Panagulis, che richiama uno dei tanti paradossi del rimpianto. Anch’io oscillavo tra il desiderio di seguirne le orme e il timore della banalità: l’impressione di ripetere ciò che è già stato detto e scritto in infinite forme. Alla fine, come spesso accade, è stato un libro a salvarmi. Non uno qualunque, ma quello che considero il più bello che abbia letto finora nel 2025: Libera. Diventare grandi alla fine della storia di Lea Ypi. È un’opera che offre una visione originalissima della nostalgia, o meglio delle nostalgie, raccontate dalla voce della protagonista. Il libro narra in prima persona l’infanzia e l’adolescenza di Ypi in Albania, fino al crollo del regime comunista e alla transizione verso la democrazia e l’economia di mercato. Ci invita a esplorare un duplice paradosso nostalgico.

Il paradosso che potremmo dire universale si innesta su quello personale: il rimpianto dell’infanzia, sempre avvolta da un’aura mitica e felice per Lea è il ricordo di un mondo segnato dal socialismo autarchico albanese tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80. Un universo di dogmi e illusioni, ma anche di certezze. La convinzione che la storia avesse una direzione, che la collettività fosse il centro, che il futuro fosse già scritto, che ciò che deve accadere, accade. La piccola Lea impara dalla maestra Nora che «le risposte erano sempre chiare e categoriche». Poi, però, quel mondo si sgretola con l’arrivo della libertà occidentale, e insieme alle certezze crolla anche la stabilità identitaria che le accompagnava. Qui risuona un meccanismo che conosciamo bene: ciò che accade quando siamo giovani sembra sempre migliore rispetto a ciò che viviamo da adulti. Non per il suo valore oggettivo, ma perché privo dei pesi che la maturità porta con sé: bollette, mutui, responsabilità, dolori fisici, colleghi rompiscatole. È la memoria selettiva del passato a generare quella sensazione comune: «eravamo felici, e non lo sapevamo». Il libro si apre negli anni Ottanta, con Lea bambina in una società rigidamente controllata, dove la figura di Enver Hoxha (lo zio Enver) incombe ovunque. Per lei tutto appare normale, mentre gli adulti si muovono tra silenzi e segreti, segnati da un passato scomodo.

Poi arriva il 1991: il crollo del muro e, con esso, la fine del socialismo albanese. Le frontiere si aprono, entrano i beni occidentali, nascono partiti e giornali liberi, e i cittadini possono finalmente uscire dal paese. Sono anni di cui chi ha la mia età ricorda sicuramente le immagini: la nave Vlora che arriva al porto di Bari stracarica di persone, l’ingresso nel dibattito politico del tema delle migrazioni, che diverrà poi di costante attualità, il risvegliarsi della paura per l’altro, il diverso, lo straniero. Così chi arriva con la Vlora scopre un triste paradosso: a frontiere chiuse chi riusciva a scappare era considerato in occidente come un eroe, accolto in pompa magna, attorniato dalla curiosità di conoscere come fosse la vita oltre la cortina di ferro, ma a frontiere aperte il numero di migranti genera terrore e paura nei confronti dell’altro, visto adesso non più come un eroe, ma come un usurpatore dei nostri diritti, della nostra libertà, in ultima analisi dei nostri privilegi. Così la fase immediatamente successiva al 1991 porta in Albania instabilità, disoccupazione, povertà diffusa e la violenza delle guerre balcaniche a ridosso dei propri confini: l’entusiasmo iniziale lascia spazio a delusione e precarietà. Come scrive Kavafis, nella sua Nuova Odissea, una volta arrivati a Itaca si può scoprire di avere nostalgia del mare:

[…]

Il suo palazzo, in patria, era ben piccolo,
era piccola, in patria, la sua rocca,
e tutta la sua Itaca era piccola.
L’amore di Telemaco, la fede
di Penelope, e poi l’età del padre,
i vecchi amici, e l’inesausto affetto
del popolo devoto,
il felice riposo casalingo,
come raggi di gioia penetrarono
nel cuore dell’antico marinaio.
E come raggi tramontarono.
Ecco
In lui svegliarsi la sete del mare.
Odiava l’aria della terraferma.
Ogni notte turbavano i suoi sonni
i fantasmi dell’Ovest.
La nostalgia dei viaggi
lo assalì, degli approdi mattutini
nei porti in cui – con che felicità –
getti l’ancora per la prima volta.     
E se ne andò.
[…]

In Libera, ogni personaggio affronta a modo suo il crollo dell’ordine precedente. C’è chi rimpiange il socialismo, chi abbraccia il mercato, e chi resta sospeso, sradicato in entrambi i mondi, vittima di un rimpianto che riguarda persino ciò che non aveva amato. Anche l’autrice porta in sé la propria ambivalenza, scegliendo di diventare filosofa politica e di dedicarsi allo studio di Marx. Nel finale Lea Ypi racconta come «ogni anno, comincio il mio corso su Marx alla London School of Economics spiegando agli studenti che in genere si pensa al socialismo come a una teoria di rapporti materiali, di lotta di classe o giustizia economica, ma che in realtà ad animarlo sono cose ben più fondamentali. Il socialismo, spiego, è soprattutto una teoria sulla libertà umana, su come pensare al progresso nella storia, come adattarci alle circostanze ma anche elevarci al di sopra di esse. La libertà non viene sacrificata solo quando gli altri ci impongono cosa dire, dove andare, come comportarci. Anche le società che pretendono di aiutare gli individui a realizzare il loro pieno potenziale ma rifiutano di cambiare le strutture che lo rendono impossibile sono oppressive. Eppure, a dispetto di tutte le costrizioni esterne, noi non perdiamo mai la nostra libertà interiore: la libertà di fare ciò che è giusto». Questo mi pare il punto centrale del libro e, insieme, del tema della nostalgia, che ci ha guidati fino a qui. Attraverso la memoria personale vediamo che ogni ideologia può tradire, ma anche ispirare. Quello che rimane è la ricerca di un senso e di una vita degna di essere vissuta: oltre i ricordi, oltre ciò che ci manca, oltre ciò che ancora deve venire.

Copertina del libro Libera di Lea Ypi
Il libro Libera di Lea Ypi

per citare questo articolo

Aldo Torrebruno:

Libera. Diventare grandi alla fine della storia,

n. 36 - Nostalgia,

gennaio-aprile 2026

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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