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Meditation woman at work. Business working design concept.

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La mia rinascita

12 Dicembre 2019
Emma è nata il 14 gennaio 2016. C’erano 25 gradi a Dubai quel giorno e si godeva finalmente di un clima gradevole. Ho capito subito, guardando quei due occhietti vispi, che insieme a lei ero rinata anch’io e che non potevo più continuare a ignorare la bambina che era dentro di me e che reclamava di fare quello che le piaceva veramente.
Meditation woman at work. Business working design concept.

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La mia rinascita

12 Dicembre 2019
Emma è nata il 14 gennaio 2016. C’erano 25 gradi a Dubai quel giorno e si godeva finalmente di un clima gradevole. Ho capito subito, guardando quei due occhietti vispi, che insieme a lei ero rinata anch’io e che non potevo più continuare a ignorare la bambina che era dentro di me e che reclamava di fare quello che le piaceva veramente.

Un anno dopo ero in viaggio per Parigi per cominciare la mia formazione come leadership coach e cambiare lavoro e vita. Negli ultimi mesi oltre a dedicarmi a Emma e a godermi i momenti fantastici della vita di un neonato, avevo deciso di lasciare il mio lavoro a Dubai e tornare in Svizzera da dove ero partita. Dopo tanti anni come direttore marketing in importanti multinazionali ho voltato pagina e ho deciso di scriverne una nuova.

IL PASSAGGIO

La sfida più grande è stata quella della ricostruzione della mia identità professionale. Considerato lo spazio occupato dal lavoro nella mia vita, è stato molto difficile ritrovarmi senza confini e senza un biglietto da visita che indicasse al mondo chi fossi. Inoltre, ho scoperto in fretta che da esperta ero diventata novizia e questo generava in me non poche incertezze riguardo la mia scelta e la mia capacità di riuscire a fare quello che mi ero prefissata. Grazie alla formazione e anche alle mie risorse personali, sono riuscita a usare le mie paure e insicurezze in modo costruttivo e a proteggere il mio sogno. Ho speso un anno in formazione e nel frattempo ho messo in pratica gli strumenti che apprendevo. Grazie alle competenze acquisite nella mia vita precedente, ho costruito la visione del mio successo professionale, stabilito degli obiettivi concreti che mi sfidassero ma anche motivassero ad agire e a continuare il mio percorso di cambiamento. Nel frattempo, sono stata accompagnata da uno psico-terapeuta nel viaggio alla scoperta di me stessa e dei miei desideri. Questo percorso di passaggio è stato fondamentale per interrogarmi nel profondo, su quali fossero le mie motivazioni e cosa intendessi creare con questo cambiamento professionale. Ho capito che molto spesso scappavo dalle situazioni che non mi appagavano o mi facevano soffrire senza avere davvero una chiara direzione nella mente e nel cuore. Questa volta, sentivo che c’era qualcosa di bello e importante che mi avrebbe permesso di raggiungere il mio sogno. Volevo realizzare tre obiettivi principali con il cambiamento: il primo, e più importante, è stato quello di modificare il contenuto del mio lavoro e focalizzarmi sullo sviluppo delle persone, che è divenuto negli anni l’elemento di maggiore soddisfazione nel mio lavoro di manager. Il secondo, l’essere indipendente e libera dai controlli di un sistema gerarchico. L’ultimo obiettivo, non meno importante, è stato quello di raggiungere un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata che mi consentisse di passare del tempo di qualità con mia figlia.  

LA GIOIA DELL’ALTALENA

A quasi 4 anni da quel giorno di primavera a Dubai, posso dire di aver completato la mia transizione e di aver trovato il mio nuovo posto nel mondo. La differenza rispetto alla mia vita di prima è che non c’è una scaletta da salire, ma piuttosto tante strade possibili da imboccare, a volte interconnesse tra loro. Vedo e immagino moltissime opzioni e opportunità per il futuro e questo genera in me un entusiasmo che non avevo mai provato prima. La morte o la fine della mia vita professionale precedente è stata un lutto da alcuni punti di vista, ma ha anche permesso di liberare tutt’altra forma di energia, che era imprigionata in un sistema che non mi apparteneva più. Al tempo stesso è importante riconoscere come non sia tutto rose e fiori. Non si è mai professionalmente indipendenti ma piuttosto interdipendenti. E se prima avevo un capo o una moltitudine di persone da convincere e motivare, oggi ho dei clienti da soddisfare. Questo significa che molto spesso le loro esigenze di tempi e costi confliggono con le mie e dobbiamo lavorare insieme per trovare delle soluzioni che funzionino per tutti. Ciò comporta che ogni mia giornata è differente dalla precedente e posso avere giorni in cui lavoro 20 ore e giorni in cui sono esclusivamente dedita a mia figlia. Certo non è facile conciliare questo modello flessibile quando asili e scuole sono organizzati in modo piuttosto rigido. Per questo parlo di un’altalena giornaliera, di cui sono io a decidere la velocità. Non credo che l’equilibrio tra vita privata e professionale sia sempre e del tutto raggiungibile. È un esercizio che faccio su scala settimanale, cercando di dedicare del tempo di qualità a Emma, mentre cresco e mi impegno con passione nel lavoro che amo. In termini di organizzazione non ho aiuti particolari, a parte il fatto che mi alterno con il padre di mia figlia nel prendermi cura di lei, e ho una signora che mi aiuta con la casa e che è anche baby sitter all’occorrenza. Purtroppo non posso godere dell’aiuto dei miei genitori e di mio fratello poiché vivono lontani in Italia. 

Quello che mi rende più felice di questa nuova vita è il fatto di avere agito rispetto a una insoddisfazione di fondo, che sentivo da diversi anni. Ciò inoltre mi fa credere che questa non sia la mia ultima vita e che, probabilmente, tra qualche anno cambierò nuovamente o evolverò il mio attuale lavoro per realizzare nuovi obiettivi. 

COSA HO IMPARATO

Oggi si parla moltissimo di imprenditorialità e molte persone mi chiedono come ho fatto a fare il passaggio dal lavoro dipendente a indipendente con una bimba piccola. Vorrei condividere le cose che ho imparato e di cui ho fatto tesoro durante questa fase di cambiamento. 

1. Conosci te stesso

Prima di dare il via al cambiamento, ho speso molto tempo (quasi 7 anni) a capire veramente che cosa mi facesse sentire insofferente e insoddisfatta nonostante il successo che raggiungevo nella mia vita professionale. Ho capito che il fatto di saper fare delle cose molto bene, non vuol dire che siano le cose che ci rendano appagati. Quando mi capita di fare coaching a persone che desiderano cambiare orientamento professionale, faccio sempre la domanda: qual è la cosa che ami fare anche alle dieci di sera dopo una giornata pesante? Purtroppo, sin da piccoli, è raro essere incoraggiati a fare quello che ci piace e siamo abituati a creare una serie di pensieri limitanti sul perché non possiamo farlo anziché pensieri incoraggianti sul perché sia una buona idea. Per quanto mi riguarda, grazie a questo esercizio, ho scoperto che le cose che amavo fare di più erano ascoltare le persone e supportarle oltre ad analizzare i problemi e portare nuove idee. È per questo che oggi nella mia pratica di coaching mi occupo principalmente di leadership e innovazione. 

2. Vedere i figli come motore per il cambiamento

Nel momento in cui stavo decidendo se accettare un altro lavoro o prendere una pausa e dedicarmi alla formazione, mi ricordo di aver usato una famosa università all’estero per mia figlia come scusa per risparmiare per lei e non lanciarmi in questa nuova avventura. Poi, sentendo una fitta allo stomaco, mi sono detta che forse lei, nei 15 anni che avrebbero preceduto il suo andare all’università, avrebbe preferito vedermi felice professionalmente. È stato in quel momento che ho capito l’opportunità dell’esempio che potevo diventare e dimostrare che è possibile realizzarsi professionalmente ed essere madri felici.

3. Costruire un piano concreto con dei paracadute

Vedo molto spesso due categorie di aspiranti imprenditori: gli ottimisti che si lanciano senza paracadute e i pessimisti che si lasciano ancorare dalla paura e restano dove sono. Io appartengo alla seconda categoria e ho capito, durante il lungo percorso alla scoperta di me stessa, che avevo preso molte decisioni nella mia vita per paura piuttosto che guidata da un desiderio o da un sogno. È quello che gli inglesi chiamano playing not to lose (giocare per non perdere) in opposizione al playing to win (giocare per vincere). Mi sono chiesta cosa avrei potuto fare per usare questa paura per proteggere il mio sogno anziché arenarlo. E così ho usato questa paura per darmi degli obiettivi realistici, costruire un piano solido con diversi paracadute nel caso le cose non fossero andate come previsto. La realtà si è rivelata migliore di come l’avevo immaginata proprio perché sono pessimista e quindi molti di questi paracadute sono ancora imballati. 

4. La sicurezza finanziaria è un risultato e non un obiettivo

Una delle mie più grandi paure era garantire una sicurezza economica per me e mia figlia. Ho usato questa paura per auto-sabotarmi diverse volte e ho cercato di capire da dove venisse. Ho capito che la necessità di questa sicurezza veniva da una dolorosa esperienza di fallimento dell’azienda di famiglia, che avevo vissuto da piccola. Il fatto di riconoscere questa paura mi ha permesso di comprendere perché volevo cosi fortemente essere un’imprenditrice e anche perché avevo cosi paura dell’insicurezza. Ho anche capito che cambiare professione mi avrebbe permesso di fare quello che amavo di più e che come risultato avrei anche raggiunto la stessa se non maggiore sicurezza. 

5. Dire di si agli inviti dell’universo

Essendo una persona altamente razionale, ho difficoltà a fare delle cose quando non c’è dietro un’idea, un obiettivo e anche un pensiero preciso. È stato molto illuminante capire che essere imprenditori significa anche lasciare andare il desiderio di controllo e aprirsi agli inviti dell’universo. In altre parole, molto ci viene offerto ma dobbiamo essere pronti a riceverlo. Sono consapevole che questo messaggio possa risultare esoterico ad alcuni — e lo sarebbe stato in passato anche per me — ma credo fermamente che oltre ad avere un piano con degli obiettivi, bisogna anche aprirsi all’opportunità che quel programma venga cambiato, a volte per il meglio. L’esempio che mi viene in mente è quello di un amico (anche lui imprenditore) che di fronte a una tazza di caffè mi disse che stava avendo dei problemi con la sua attività. Gli suggerii di creare un consiglio di amministrazione con persone esterne di sua fiducia che potesse dargli dei consigli. Tre mesi più tardi, durante una fredda sera di novembre, maledicevo me stessa per aver dovuto lasciare mia figlia e andare a questo incontro. Durante quello stesso incontro conobbi il mio primo cliente con cui ho lavorato a molteplici progetti negli ultimi due anni. 

6. Costruire un network di supporto sia pratico che emotivo

Credo che questo insegnamento si spieghi da sé. Questo è vero per tutti e in molti campi della propria vita. Ma è ancor più vero considerato che la vita dell’imprenditore è fatta anche di tanti momenti di solitudine soprattutto nelle fasi di difficoltà. Investire del tempo nella costruzione di un network di supporto, con cui potersi aprire ed essere vulnerabili, credo che sia fondamentale oltre che utile per guardare ai problemi da altri punti di vista. 

7. Ascoltare senza fare dell’opinione degli altri la propria

Uno degli errori che ho fatto mentre ero nella fase di transizione è stato quello di parlare troppo del mio cambiamento professionale. Quello che volevo era essere rassicurata e incoraggiata quando invece la maggior parte delle persone mi metteva addosso ansia e incertezza. Quelle stesse persone erano motivate da sentimenti sinceri nei miei confronti, ma si limitavano a proiettare le loro paure su di me. Allo stesso tempo, capire quali erano le motivazioni più frequenti a sfavore del mio cambiamento per i miei interlocutori, mi ha permesso di evidenziare i rischi e di pensare a come mitigarli. In sintesi, è bene condividere, ma bisogna scegliere le persone attentamente ed essere consapevoli del fatto che quando offrono pareri e consigli parlano anche un po’ anche di loro stessi. 

8. Essere umili ma consapevoli delle proprie aree di forza

Come ho spiegato all’inizio, il fatto di cominciare un nuovo lavoro ha rappresentato uno sforzo di ricostruzione di identità e con questo sono emerse delle incertezze sulle mie capacità. Credo che l’umiltà e la capacità di spogliarsi dei vecchi abiti sia importante. Al tempo stesso, bisogna essere chiari dentro di sé in merito alle proprie competenze tecniche e qualità umane che sono state sviluppate nel lavoro precedente. Questo bagaglio lo portiamo con noi e non ci abbandona, perciò è importante valorizzarlo pur restando umili. Mi ricordo di un’occasione in cui un professore con cui stavo facendo pratica mi aveva dato compiti di bassa manovalanza che io ho svolto con dedizione e impegno. Ad un certo punto, nella stessa occasione si riferì a me con il termine newbie (novizia) e io gli feci gentilmente notare che sebbene fossi un coach fresco di certificazione, avevo passato più di 15 anni a fare coaching alle persone che lavoravano con me. 

9. Mantenere il focus sul proprio sogno senza esserne schiavi

Quando ci sono giorni o settimane difficili è facile pensare di buttare tutto all’aria. Per questo è importante ricordare il sogno e il perché si sono fatte certe scelte. Allo stesso tempo, la realtà potrebbe rivelarsi molto diversa da come l’abbiamo immaginata e allora è necessario riconsiderare come realizzare quel sogno. Magari c’è un modo diverso che può renderci più felici. Per esempio, potrei avere scoperto che vivo male la solitudine della vita di imprenditore e magari avrei potuto decidere di continuare a fare il coach ma nell’ambito di una società più grande. Per una guerriera come me è sempre difficile abbandonare un progetto come lo si è immaginato, ma anche quella può essere una qualità se permette di investire energie altrove e in modo più proficuo. 

10. Ascoltare la pancia e il cuore

Un imprenditore non ha sempre molte informazioni, risorse e squadre di persone che lavorano per lui. È quindi molto importante essere in contatto con sé stessi e ascoltare il proprio intuito e il proprio cuore. Sentire diventa una risorsa importante. Ma per sentire è necessario ricavarsi degli spazi e dei tempi per farlo. 

Spero che questa mia storia possa aiutare altre mamme e donne a perseguire i propri sogni e vorrei dare a tutte un augurio con la mia citazione preferita. 

May you be fearless in the pursuit of what sets your soul on fire 

Possa tu essere impavido nel perseguire quello che infiamma la tua anima 

Michela vive a Losanna ed ha fondato la sua omonima società di Leadership Coaching e Consulenza. È inoltre partner fondatore di Mensch.org, un’agenzia di consulenza in innovazione e imprenditorialità. 

per citare questo articolo

Michela Andrenacci:

La mia rinascita,

n. 18 - Lavoro,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Era il 1970 quando, sullo sfondo delle note di Working class hero di John Lennon, usciva la legge n. 300/1970, conosciuta anche come Statuto dei lavoratori, recante «Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale dei luoghi di lavoro e norme sul collocamento».

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Quello che vorrei comunicare non è una teoria sul lavoro ma una riflessione, prima di tutto, sulla mia esperienza di lavoro in rapporto con quello che io sono. Infatti la prima premessa del lavoro è proprio la presenza di uno che dica: «io».