Non siamo però di fronte a un fenomeno isolato. Dall’Italia è partito Talent Garden, il più grande network di coworking europeo fondato da Davide Dattoli, inserito da Forbes tra gli under 30 più influenti del mondo. Con un unico abbonamento si ha accesso a una scrivania e a una connessione Internet all’interno di una qualsiasi delle 17 sedi al momento aperte. Ci sono meeting room prenotabili e ovviamente aree relax e ristoro. Da Cosenza a Madrid senza alcuna differenza. Gli ultimi due secoli hanno visto l’ascesa del grande ufficio alimentata dalla necessità di gestire ed elaborare una grande mole di documenti cartacei. La piramide decisionale richiedeva ai dirigenti la formazione degli impiegati e il controllo costante degli elaborati. L’apertura al pubblico passava attraverso sportelli e file più o meno ordinate. Il computer, la digitalizzazione degli archivi, il cloud, l’evoluzione dei sistemi di comunicazione virtuale e di messaggistica istantanea stanno oggi avviando un processo inesorabile di smaterializzazione degli spazi lavorativi tradizionali relegando il ruolo della sede istituzionale a mero pin su Google Maps. La rivoluzione tecnologica partita dal prodotto è ora pienamente transitata sui servizi. La dittatura dell’attualità sta mutando radicalmente le abitudini lavorative già dei millennials con un impatto che sarà dirompente sulla generazione z. La necessità per il personale di trovarsi in un unico luogo è stata drasticamente ridotta. Società come Amazon, Google o Dell aumentano a ritmo sostenuto il numero di dipendenti che lavorano completamente da remoto. Non si tratta di smart working, si parla di persone che possono svolgere i loro incarichi in completa mobilità, da qualsiasi luogo purché connessi ad internet. InVision è una società che si occupa di user experience producendo un famosissimo software di prototipazione rapida a livello grafico. Fondata nel 2011 ha oggi 700 dipendenti. Non ha mai avuto una sede fisica. Tutto il suo organico è dislocato tra nord America, Inghilterra, Israele, Australia, Argentina e Nigeria. Organizzarsi tra i vari fusi orari non è semplice.
Quello che conta è la produttività, avere dipendenti che si presentano in ufficio ogni giorno non garantisce necessariamente che lavoreranno più di quanto farebbero se fossero in remoto. I momenti di incontro vengono annualmente programmati attraverso eventi di team building in cui conoscersi e sentirsi parte di una squadra, non solo virtuale. Il lavoro fluido non è legato unicamente al mondo Computer/IT. In ambito risorse umane tante realtà hanno iniziato un processo di virtualizzazione delle divisioni che si occupano di formazione e recruiting. Contabilità, salute, legge, marketing, non profit, news/media, sport, viaggi, i settori interessati a questo fenomeno sono tantissimi. Le occasioni nascono in modo del tutto naturale, anche i mercati più tradizionali finiscono per esserne coinvolti. Per le aziende il vantaggio non è solo economico. Non si tratta unicamente di risparmiare sui costi di gestione di una o più sedi fisiche. Senza restrizioni geografiche sulle assunzioni è possibile acquisire talenti da tutto il mondo ed ottimizzare la dislocazione del personale seguendo i propri clienti. È un’evoluzione dell’identità aziendale, non una scomparsa. Per il pubblico impiego la transizione è più lenta. Gli organismi a carattere centralizzato hanno un’agilità molto ridotta e poi c’è indubbiamente il discorso delle tutele del dipendente che, in contesti di lavoro fluido, non sempre assume connotazioni virtuose. In una società così dinamica la ricerca dell’equilibrio è difficile, ancor più se, chi detta le regole lo fa cercando continuamente leggi universali. Bisognerebbe pensare a un Jobs Act in continuo aggiornamento capace di guardare al futuro, recepire i nuovi trend e non subirli come spesso accade. Certo non tutto può essere liquefatto, è una questione entropica. La piaga del pendolarismo ha un impatto ecologico insostenibile. Spesso l’unica scelta lavorativa possibile è trasferirsi all’interno di grandi aree metropolitane che con i loro tecnopoli e centri direzionali hanno generato dei mostri urbani, vere isole d’infelicità. Dall’altro lato i quartieri dormitorio. L’urbanistica dell’ottimizzazione ha equiparato gli uomini a oggetti. Si è costretti a raggiungere la propria sede istituzionale per poi ritrovarsi legati ad un computer identico a quello lasciato sulla scrivania della propria abitazione. Dialogare all’interno del proprio team su Slack, iniziare video chiamate su Skype e ovviamente rispondere a un mare di email. Tutto è organizzato su piattaforme web iper articolate, il calendario è digitale e anche i servizi al pubblico sono stati tutti convogliati all’interno di efficienti applicazioni per smartphone. Ha ancora senso accettare il traffico schizofrenico delle ore di punta per condividere un ufficio ritrovandosi poi unicamente a condividere una pausa caffè? L’ufficio del futuro non è la nostra casa. Liberarsi dal quartier generale significa pensare a spazi nuovi a diffusione territoriale capillare in cui figure professionali completamente diverse coesistono, competenze differenti si contagiano scardinando le camere stagne della settorializzazione. È l’unico modo sostenibile per affrontare le sfide legate alla crescita demografica della popolazione mondiale. Significherà poter lavorare nella città che preferiamo, nella provincia più lontana o vicino ai nostri cari. Superare visti d’accesso e inutili frontiere.
Nana Bianca, coworking a Firenze