Skip to content

|

Imparare a vedere senza guardare

23 Aprile 2019
Nel linguaggio comune si tende a confondere la sensazione di guardare con la percezione di vedere.

|

Imparare a vedere senza guardare

23 Aprile 2019
Nel linguaggio comune si tende a confondere la sensazione di guardare con la percezione di vedere.

Le parole vedere e guardare hanno in realtà sfumature di senso diverse e interessanti. Vedere significa percepire stimoli esterni attraverso l’organo della vista, è un atto per cui in un ambiente illuminato basta avere gli occhi aperti per rendersi conto, prendere coscienza e rendersi responsabili di ciò che ci circonda. Nella percezione del vedere l’uomo è attivo nei confronti della realtà esterna perché seleziona le informazioni sensoriali, rielabora i dati della sensazione, li riconosce in base a precedenti esperienze già presenti in memoria e dà loro un significato. Guardare significa rivolgere lo sguardo, fissare con intenzione, esaminare. L’azione del guardare però non implica necessariamente l’atto del vedere perché si può guardare senza vedere, così come si può vedere qualche cosa senza rivolgervi intenzionalmente o coscientemente lo sguardo. Nella sensazione del guardare, la stimolazione è come se rimanesse nell’organo della vista e l’individuo risulta essere passivo rispetto agli stimoli esterni. Nella sensazione del guardare gli stimoli visivi attivano i recettori sensoriali retinici i quali codificano i dati ricevuti in informazioni neurali che vengono inviate al cervello. Il cervello quindi organizza e interpreta queste informazioni permettendo al soggetto la percezione del vedere.
Nella percezione del vedere intervengono molte variabili di tipo fisiologico, dato dal funzionamento dei recettori sensoriali che sono sensibili solo a certe forme di energia e potrebbero avere dei difetti, come ad esempio nei daltonici; di tipo psicologico quali interessi, bisogni, esperienza passata, ad esempio un bambino vede le cose diversamente da un adulto; sociale e culturale, ad esempio, gli eschimesi percepiscono molte più sfumature di bianco rispetto ad altre popolazioni. La percezione del vedere non è dunque la fotografia esatta della realtà, perché esiste sempre una differenza tra il mondo fisico e il mondo visivamente percepito. Questa discrepanza appare evidente nei fenomeni chiamati illusioni ottiche, celebri ad esempio la figura di MüllerLyer, la figura di Ponzo, il triangolo di Kanizsa, la figura di Ehrenstein, il vaso di Rubin e molte altre. Quanto noi sappiamo vedere e quanto sappiamo guardare? Il fatto che oramai vediamo solo quello che vogliamo vedere o che ci aspettiamo di vedere o che ci è più comodo vedere, implica che non vediamo neanche più quello che siamo troppo abituati a vedere: solo vedendo e guardando possiamo stabilire il nostro posto nel mondo che ci circonda. E chi non può vedere come può costruirsi le visioni e come può stabilire il suo posto nel mondo? La persona ipovedente vede poco e male con
entrambi gli occhi sia da lontano che da vicino, anche con l’utilizzo di occhiali, presentando un’acuità visiva pari massimo al 30% di quella di una persona vedente. Non vede disegni e lettere scritte di piccole dimensioni, ma è capace di vedere figure grandi, magari avvicinandole molto agli occhi. La parte di spazio da lui percepita è ristretta, come il buco della serratura, presentando una riduzione del campo visivo. L’immagine è troppo sbiadita per la diminuzione della sensibilità al contrasto e i colori non sono percepiti in modo corretto. Le gravi alterazioni della acuità visiva e del campo visivo, accompagnate dalla diminuzione della sensibilità al contrasto e della visione dei colori, costituiscono le caratteristiche dell’ipovedente. La disabilità visiva può provocare un’importante penalizzazione sociale ed esistenziale proprio perché è soprattutto attraverso l’immagine e il messaggio scritto che vengono veicolate le informazioni, le comunicazioni e i dati culturali. Se è vero che le disfunzioni visive si manifestano con disturbi dell’esplorazione visiva, con l’alterazione della percezione della stabilità dell’ambiente, con difficoltà a direzionare le forze muscolari stesse, è vero altresì che l’educazione visiva sostiene l’utilizzo di tutti i canali possibili per migliorare la percezione visiva di modo che col tempo si possa imparare a vedere senza guardare.

per citare questo articolo

Amelia Citro:

Imparare a vedere senza guardare,

n. 12 - La linea di confine,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

INSERISCI COMMENTO ALL’ARTICOLO

In questo numero