Tuttavia, non bisogna confondere questo andare avanti e indietro come un ritorno al passato. Non c’è niente di ortodosso nella cultura di genere, anzi. Molti studi antropologici come quello di Margaret Mead dimostrano che nel passato ci sono state delle inversioni nei rapporti di genere in cui uomini e donne si sono scambiati compiti e ruoli. Per esempio, presso la tribù dei Tschambuli, le donne risultavano essere aggressive e dispotiche mentre gli uomini molto miti, dolci e sensibili (Bagnasco – Barbagli – Cavalli, 1997, p.353). Ci sono state poi delle forme anche piuttosto evolute e complesse nella concezione del genere. Presso la maggior parte delle popolazioni native americane c’è un termine che riassume la mescolanza di tratti maschili e femminili. I Two spirit erano persone che avevano un ruolo sessuale e di genere con diverse sfumature. Il loro genere multiplo era considerato espressione di un talento spirituale per cui godevano di uno status di tutto rispetto nelle loro comunità, tant’è che gli venivano riservati dei compiti e dei ruoli speciali di rango anche elevato. Per quanto stabili e armoniche fossero queste tradizioni civili, esse sono state spazzate via dall’opera dei missionari cristiani e dalla colonizzazione americana. La deriva puritana e razionalistica esportata dall’Europa e dall’America ha imposto a queste culture modelli forse più involuti, fondati sulla razionalità della scienza ma completamente fuori dalla realtà e caratterizzati da un inevitabile distacco dalla vita autentica, dai sentimenti e dalla volontà dei nativi.
Oggi, gli studi di genere sono multidisciplinari e investono in modo particolare le discipline etnoantropologiche, socio-politologiche e del diritto. Tuttavia, proprio per la sua natura polivoca e polisemica, il concetto di genere rischia di alimentare confusione e malintesi. La proposta di una convincente e forse più corretta interpretazione non può che prendere il corpo come riferimento certo e concreto. Il corpo, infatti, può essere considerato sia una tabula rasa su cui vengono impresse le iscrizioni di genere, sia il testo dalla cui analisi è possibile comprendere le diverse interpretazioni che si sono avute nella storia dello stesso concetto di genere. Tale prospettiva, avanzata dai primi lavori del femminismo e da alcuni autori di riferimento come Michael Foucault e Pierre Bourdieu, ha goduto fino a oggi di un certo prestigio. Essa ha dato corpo a una teoria critica sul genere centrata sulle caratteristiche ambivalenti della corporeità che sono naturali e socio-culturali. Seguendo questo filone di studi, la nozione di genere risulterebbe essere una semplice costruzione sociale che ha origine dal corpo e dai suoi molteplici riferimenti di senso. Tali riferimenti sono importanti perché ci aiutano a comprendere su quali orientamenti di senso e su quali categorie si è costruito il significato di genere ma anche come esso sia stato strategicamente messo a servizio della politica e dell’economia. Volendo semplificare di molto la questione, possiamo delineare brevemente questi riferimenti. In base alle sue caratteristiche genetiche, alla sua anatomia e alla fisiologia della sua riproduzione, il corpo può essere analizzato dalle categorie binarie di maschio e femmina. Il corpo è anche il luogo delle pulsioni sessuali espresse analiticamente dalle categorie dell’eterosessuale e dell’omosessuale. E ancora, è un criterio di selezione per la divisione del lavoro sociale tra maschi e femmine ma anche per la distribuzione dei compiti e delle funzioni di madre e di padre. Il corpo è un insieme di pratiche che si svolgono nella vita quotidiana, cucinare, accudire i figli, guardare la partita in tv, garantire il reddito familiare. Il corpo, infine, è la posta in gioco per i poteri che si contendono il controllo e il dominio dell’umanità. Questo criterio analitico ci ha abituato finalmente a intendere il genere come un costrutto epistemologico e a rifiutare l’idea di un qualcosa che potesse essere definito ontologicamente una volta e per tutte.
Contrariamente alla convinzione di molti, il genere non esiste in natura ma è una visione del mondo che per lungo tempo è stata costruita su categorie del tutto arbitrarie che nulla hanno a che fare con il corpo biologico. Il genere, infatti, è stato polarizzato sul modello delle scienze naturali, sul sesso biologico e sull’anatomia e rappresentato in modo binario dalle categorie uomo-donna. La prospettiva sul corpo ci ha permesso anche di smascherare le visioni secondo cui il genere sarebbe la conseguenza di un natural design, un’eredità biologica che l’uomo si porta con sé fin dalla nascita grazie al suo corredo cromosomico e ai genitali, sovrapponendo il carattere biologico del corpo umano alla struttura culturale. Naturalmente, il corpo umano è qualcosa di incommensurabilmente più esteso di quello che la scienza è in grado di spiegare e di comprendere. Anche il concetto di natural design nella sua presunta purezza logica è un modo di vedere il mondo, un assioma indimostrabile senza il quale ogni derivazione del concetto di genere cadrebbe nel nulla. Anche se privi di fondamento, tali costrutti performano giudizi su ciò che è normale o patologico, ciò che è bene o male, ciò che si deve o non si deve fare. Per altri versi, tali rappresentazioni costituiscono dei “fondi di conoscenza comune”, né più né meno come lo sono i dogmi religiosi, da cui le persone di senso comune generalmente attingono, dando tutto per scontato e senza mai sottoporre a verifica certe affermazioni. Chi agisce in base alle proprie convinzioni granitiche non si preoccupa delle conseguenze delle sue azioni e per definizione non si sente responsabile della vita degli altri. Attraverso la credenza, le persone contribuiscono a costruire la radice del pregiudizio e delle discriminazioni di genere nei cui confronti chiunque può essere esposto, ad esempio, come donna, come lesbica, come madre, come lavoratrice. Addirittura, può accadere che l’intersezionalità di questi aspetti può avere un effetto moltiplicatore sul potenziale della violenza simbolica e dell’esclusione sociale, favorendo delle formazioni molto attive sul contrasto alle politiche dei gruppi LGBTQI+, che si adoperano soprattutto a livello mediatico per ricondurre le questioni di genere ai valori del sovranismo schierato per la famiglia tradizionale e per l’osservanza dei precetti religiosi. Si tratta di una ideologia molto insidiosa perché tende a presentare un modello distorto di normalità in cui le istituzioni diventano appannaggio delle famiglie tradizionali e il mondo LGBTQI+ diventa una “terra di nessuno” soggetta alle regole della strada, in cui è possibile entrare ed uscire senza essere visti. Come si può facilmente intuire, i costrutti di genere, una volta “incorporati” come habitus simbolici e identitari nella vita delle persone, si prestano a giochi di forza e di potere di specifici gruppi di interesse poiché possono essere utilizzati strategicamente come “leve simboliche” per orientare le persone verso determinate mete che possono essere strumentali al potere e all’economia. Non deve, infatti, sorprendere come ancora oggi c’è chi insiste sulla difesa dell’ontologia del genere rigorosamente polarizzato sull’essere uomini e donne per promuovere o incidere sulla stabilità dei governi, per creare alleanze e conflitti sociali.
La cogenza di questi temi a volte diventa talmente importante da sovrastare questioni più impellenti come la disoccupazione, l’evasione fiscale, la criminalità e persino la pandemia. Quindi, nonostante la fondatezza metodologica degli studi di genere e la loro disseminazione sia in ambito scientifico che divulgativo, il dibattito sulle questioni di genere continua a produrre e riprodurre gli stessi pregiudizi e malintesi. Nel dibattito politico, posizioni rigorose e oltranziste sul genere continuano a convivere con orientamenti verso identità polimorfe e fluide, salvo poi infiammarsi nel momento dell’avvicendamento politico. Tutto questo ci fa pensare che il problema non risieda nell’evoluzione storico-sociale delle civiltà ma nella difficoltà del processo democratico di mantenere stabili le sue prerogative andando oltre interessi di parte e corporativi. Questo forse potrebbe spiegarci come mai il riconoscimento dei diritti di alcune categorie di persone procede a singhiozzo tra alti e bassi. La norma non può mai essere un principio che si impone come una clava sulla testa degli individui e questo precetto dovrebbe valere per tutti gli schieramenti politici in campo. Questo atteggiamento denota un deficit democratico che si avverte soprattutto a livello della democrazia partecipativa e nella conseguente mancanza di coesione territoriale. Per molti, il modo in cui le persone LGBTQI+ intendono costruire le loro famiglie appare inintelligibile se affrontato sul piano della scienza e del diritto. In genere, quando nella sfera pubblica il conflitto delle interpretazioni viene alimentato, le persone tendono a schierarsi, arroccandosi in difesa delle proprie convinzioni pregresse e senza metterle in discussione. Non a caso, nei contesti in cui le comunità entrano in contatto diretto con realtà LGBTQI+ i problemi delle contrapposizioni sembrano risolversi per altre vie. Questo ci impone un piccolo approfondimento. Nella tradizione culturale tedesca esistono due termini per dire il corpo. Korper è inteso come il corpo della biologia, dell’anatomia, della neurofisiologia. Questo riferimento al corpo ha alimentato un conflitto di interpretazioni. Non c’è nessun modo per decidere le questioni di genere poggiando sulle categorie della scienza, poiché tutti i tentativi di spiegare il genere secondo le categorie biologiche e psicologiche del normale e del patologico risultano essere oggi delle fantasiose antropologie, strascichi di teorie scientifiche che sono state smentite e falsificate nel tempo.
Più promettente, invece, sembra il riferimento al termine Leib. Leib è il corpo dell’esperienza del vissuto, che non ha nulla o poco a che fare con la sua biologia. È un corpo che è in contatto con i sentimenti, la volontà, il bisogno dell’altro: un corpo che ama, che brama di congiungersi all’altro da sé, indipendentemente dalla sua anatomia, che progetta un futuro con l’altro, con tutte le possibilità che gli sono offerte, formando una famiglia e magari avendo anche dei figli. Questo ragionamento produce uno slittamento di senso dalle questioni teoriche e politiche alla vita reale delle persone. Alle persone riesce più facile comprendere gli altri con le categorie della vita. Guardando ai sentimenti e alla volontà, ognuno è in grado di comprendere interiormente che significa amare, essere attratti, bramare di costruire una famiglia e avere dei figli, e questo avviene ancor prima di scontarsi con le rappresentazioni collettive di genere ed è indipendente dalle condizioni di possibilità che si offrono nella realtà politico-istituzionale, rispetto a ciò che è consentito o non è consentito fare. Per comprendere la vita degli altri, bisogna mettersi nello stesso orizzonte. Come accade anche in tutte le altre problematiche che investono le politiche sociali, una coscienza della diversità non può formarsi senza che si creino le condizioni di possibilità per l’integrazione sociale a livello territoriale, cioè senza ripristinare un’orizzontalità tra le persone, senza mettere alla prova quei meccanismi di reciprocità che solo il sentirsi parte di una stessa comunità possono riattivare.
BIBLIOGRAFIA MINIMA
Pierre Bourdieu: La distinzione. Critica sociale del gusto (1979) — il Mulino — 2001
Foucault: La volontà di sapere (1976) — Feltrinelli — 2003
A cura di Rosa Parisi: Per tutte le mie relazioni. Gay nativi familiari e relazioni familiari. Coreografie familiari fra omosessulaità e genitorialità — Aracne Editrice — 2017
Giuseppe Masullo e Carmela Ferrara: Intersectionality and the subjective processes of LBQ migrant women: between discrimination and self-determination — ITALIAN SOCIOLOGICAL REVIEW — 2021
Margaret Mead: Sex and temperaments in three primitive societies, W. Morrow, New York traduzione italiana Sesso e temperamento in tre società primitive — Il Saggiatore — 1935