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Quasi amici - Orione - Fondazione Sinapsi

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Il cinema che non c’è

26 Aprile 2019
Il mio incontro con il tema della discriminazione alla disabilità è avvenuto, per la prima volta, qualche anno fa.
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Il cinema che non c’è

26 Aprile 2019
Il mio incontro con il tema della discriminazione alla disabilità è avvenuto, per la prima volta, qualche anno fa.

Lavoravo a un documentario sulle “barriere” e pensavo nel mio piccolo di saperne abbastanza. Mi sbagliavo. Intervistando persone disabili mi si aprì un mondo nuovo. Mi resi conto che la marginalizzazione della persona con disabilità da parte della società andava ben oltre il discorso sull’accessibilità. E che il modo in cui le persone disabili vivono la discriminazione è fatto di piccole cose, sfaccettature, vissuti personali che gran parte delle persone non possono conoscere o capire. Appresi che a molti ciechi e sordi non piace essere chiamati “non vedenti e non udenti”. Semplicemente non vogliono essere definiti in base a ciò che non sono. Che a volte l’eccesso di tatto, la compassione, l’apprensione, l’attenzione a un’interazione controllata da parte degli interlocutori, sono alcune delle cose che fanno più male. Che l’evitare forzatamente metafore che utilizzino i termini “vedere, sentire, muoversi” fanno costantemente percepire di essere trattati come disabili prima che come persone. La discriminazione alla disabilità è una delle forme più complesse di discriminazione. Perché è fatta senza cattiveria ma per ignoranza specifica. Per avere un quadro completo e consapevole di cosa sia la disabilità, infatti, bisognerebbe viverla sulla propria pelle. O farla vivere agli altri, raccontandola. Il cinema ha tutte le carte in regola per poter essere utile in questo processo di focalizzazione. Tra tutti i mezzi di comunicazione è forse il più complesso. È multisensoriale, immersivo, sempre narrativo, diretto, potente, pervasivo. Mette insieme più linguaggi. Sergej Ėjzenštejn, uno dei più grandi cineasti di sempre, sosteneva che il cinema in realtà non avesse inventato niente, ma avesse rubato a man bassa tecniche di rappresentazione, costruzione e narrazione da tutte le altre arti. Amplificandone, tuttavia, portata ed efficacia. Tecnicamente, poi, il cinema nasce e si basa sui limiti oggettivi della percezione umana e sul loro superamento. Creando qualcosa di nuovo: l’erronea percezione di movimento dovuta alla riproduzione di una sequenza di fotogrammi che l’occhio umano non riesce a vedere come distinti. In un certo senso si potrebbe affermare che il concetto di diversa abilità sia insito nella stessa natura del cinema. Parrebbe dunque che il cinema sia il mezzo di comunicazione più indicato a raccontare la realtà della disabilità dal punto di vista di chi la vive. Sarebbe, in tal senso, uno strumento di conoscenza più che sensibilizzazione. Eppure il cinema mainstream non lo fa, o lo fa troppo poco. Oppure, quando racconta la disabilità, risulta pietistico e drammatico. O mette sempre al centro la disabilità stessa, raramente includendo la persona disabile in contesti di normalità. Perché? Perché per quanto il cinema abbia la forza di prendere per mano lo spettatore e accompagnarlo in un mondo nuovo, ci sarà sempre una parte del mondo dello spettatore che farà irruzione nel film interpretandolo a suo modo. E spesso sono gli autori stessi ad assecondare questo processo, attraverso un largo uso di stereotipo e semplificazione, rendendo il film più vicino al mondo dello spettatore e dunque più appetibile. Come può dunque il cinema risolvere questa impasse, comune peraltro a molti altri temi riguardanti la complessità? Le strade ipotizzate sono principalmente due. La prima, molto ambiziosa e forse utopica, è la formazione del pubblico o educazione dello spettatore. La seconda, più immediata e auspicabile, è la strada del compromesso. Occorre trovare forme narrative nuove che siano al contempo di conoscenza e di intrattenimento. L’esempio forse più riuscito di questo tipo di lavoro è Quasi amici, di Nakache e Toledano, del 2011. Il film francese affianca al tema della disabilità quello forse più caldo della discriminazione razziale, riuscendo tuttavia ad essere il racconto di un’amicizia, a tenersi ben lontano dal politicamente corretto, a far ridere, sorridere, commuovere, ma non disperare. E riuscendo, cosa più importante, ad attrarre un vasto pubblico. Nulla di più efficace.

per citare questo articolo

Valerio D’Ambrosio:

Il cinema che non c’è,

n. 11 - Il cinema,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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